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4 settembre 2026

Chill&Bizz: Il Lettering come lavoro

In questa puntata di Chill&Biz ci racconta il percorso che l’ha portata da Palermo a Milano senza mai perdere l’accento (né le radici), il confine sottile tra arte e monetizzazione, come si comunica la creatività sui social senza costruirsi un personaggio, e il rapporto — tutt’altro che scontato — tra intelligenza artificiale e mestieri creativi.
Chill&Bizz: Il Lettering come lavoro

D star

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Un nuovo episodio del format Chill & Biz, dove l‘ospite della puntata è Jessica Luce Puleo, conosciuta nel panorama artistico con lo pseudonimo di D-Star, art director e lettering artist d’origine palermitana.

Attraverso un racconto intimo e dettagliato, l’artista ripercorre la propria traiettoria professionale, riflettendo sul valore delle origini, sul rapporto tra arte e business e sulle nuove sfide legate all’innovazione e all’intelligenza artificiale.



L’intervista completa:

Puoi presentarci il tuo percorso e spiegare quali sono le tue radici?

Mi chiamo Jessica Luce Puleo, in arte D-Star, e lavoro come art director e lettering artist. Ho iniziato il mio percorso artistico a Palermo, la mia città natale, e anche se ormai vivo e lavoro a Milano da circa sette anni, il mio accento siciliano è rimasto del tutto intatto, ed è un elemento conservativo che considero un vero e proprio plus caratterizzante. Non soffro il caldo milanese proprio perché sono abituata alle temperature estreme della Sicilia. Il mio viaggio nel mondo delle lettere è iniziato quando ero giovanissima e, fortunatamente, quello che all’inizio era soltanto un hobby si è trasformato in una parte fondamentale della mia professione.

Che cos’è esattamente il lettering e come si differenzia dalla tipografia?

Il lettering consiste nello studio delle lettere analizzate attraverso forme, geometrie e stili differenti, rappresentando un approccio estremamente creativo alla lettera in sé. L’hand lettering, in particolare, si concentra sul disegno e sullo studio delle lettere realizzate interamente a mano. Questa disciplina non va assolutamente confusa con la tipografia o con i font del computer, che si basano invece su caratteri preimpostati e digitati tramite tastiera. Nel mio lavoro l’approccio manuale e il disegno su misura della lettera restano la componente centrale.

Come è nata la tua passione per le lettere, dai primi banchi di scuola fino al graffitismo?

La mia storia nasce come quella di una bambina che scarabocchiava continuamente sui banchi e sui quaderni. Nell’esatto momento in cui alle elementari ho imparato a scrivere l’alfabeto italiano, oltre a completare le classiche paginette con le lettere A, B e C, mi esercitavo a replicare quelle stesse lettere stravolgendone il design. Mia madre conserva ancora quei quaderni come se fossero libri. Per me era un modo del tutto spontaneo di sfogarmi. Successivamente, alle scuole medie, con l’arrivo di MTV e la passione per i videoclip di Eminem e per la scena rap, mi sono avvicinata alla cultura urban e ai murales. Volevo replicare le enormi lettere che vedevo sullo sfondo delle clip e che consideravo un vero arredo urbano. Verso i 13 anni, uscendo nel mio quartiere a Palermo con gli amici, me ne stavo ore a osservare le pareti esterne di un supermercato dipinte dai graffiti di una crew locale molto attiva. Vedere dal vivo ciò che prima guardavo solo in TV mi ha fatto capire che quel mondo era reale e accessibile; col tempo ho conosciuto quegli artisti e ho iniziato a realizzare i primi lavori insieme a loro.

Quando hai compreso che il disegno delle lettere poteva trasformarsi in un lavoro?

L’ho capito relativamente tardi, negli ultimi anni del mio percorso accademico. Continuavo a fare lettering spontaneamente, senza pensare a uno sbocco professionale. Un mio professore, notando la mia passione, mi suggerì di inserire nel piano di studi la materia di Tecniche Grafiche Speciali. Quella scelta mi illuminò: iniziai a studiare formalmente la calligrafia e la bella grafia, partendo dallo stile unciale fino a tutte le declinazioni del gotico, come il texture, il fracture e il batard. In quel momento ho realizzato che esistevano professionisti che vivevano benissimo grazie a quest’arte e ho capito che poteva diventare la mia strada.

Quali artisti o figure di riferimento hanno influenzato maggiormente la tua crescita?

Un nome fondamentale per la mia crescita è stato Luca Barcellona, che ho citato ed esaminato approfonditamente nella mia tesi di laurea intitolata Hand Lettering, una tesi che in seguito è stata utilizzata come testo di studio per altri ragazzi in Accademia. Luca per me rappresenta una vera e propria icona. Condividendo con lui il background legato alla musica rap, lo seguivo già prima e ascoltavo i suoi dischi. Vedere un artista italiano lavorare per grandi brand internazionali mi ha dimostrato che era davvero possibile raggiungere livelli elevatissimi e mi ha spinto a darmi da fare per toccare con mano quei traguardi.

Com’è avvenuta la transizione dal tuo primo tag al nome d’arte D-Star?

All’età di 13 o 14 anni, quando ho iniziato a fare graffiti, utilizzavo il tag Akume. Al di là del significato del termine, avevo scelto quel nome perché mi piaceva tantissimo il modo in cui le lettere si legavano tra loro, un aspetto fondamentale quando si studia la propria firma. Verso i 18 anni non mi sentivo più rappresentata da quel nome. Ascoltavo molta musica e mi ero affezionata a un brano dei Muse intitolato Dead Star. Siccome mi piaceva disegnare le lettere D ed S intrecciate, ma non volevo portare con me un nome con un’accezione negativa o troppo emo come Dead Star, ho deciso in maniera lungimirante di accorciarlo in D-Star, rendendolo più pulito e professionale.

Come gestisci il delicato equilibrio tra libertà artistica, mercato e monetizzazione?

Credo fermamente che l’arte e il guadagno non siano affatto in contrapposizione. Quando riesci a esprimere la tua visione più autentica senza manipolarla e senza che qualcuno ti imponga cosa fare per stare sul mercato, e grazie a quella visione ti sostieni economicamente, hai fatto un gol nella finale dei mondiali. Per me la libertà sta proprio in questo. Quando mi sono arrivate proposte che non reputavo coerenti con il mio modo di essere, ho preferito declinarle e passarle in modo onesto ad altri colleghi più adatti. Se invece ti limiti a fare le cose solo per vendere, soddisfacendo un bisogno del cliente senza metterci la tua visione artistica, non sei un artista in senso stretto ma un designer o un artigiano che mette a disposizione la propria expertise, il che è un approccio del tutto legittimo ma differente.

Cosa cercano i clienti e le agenzie quando si rivolgono a te come Art Director?

Da me cercano una visione pragmatica fondata su insight forti, semplici e diretti, privi di troppi livelli di comprensione articolati. Inoltre, le agenzie e i clienti sanno che garantisco un output fortemente type-driven e design-driven. Per me la cura del design e del crafting, anche all’interno di una semplice affissione esterna, è un elemento imprescindibile. Ho diverse campagne in uscita, tra cui due importanti progetti previsti per settembre di cui non posso ancora svelare i dettagli.

Quale consiglio ti senti di dare ai giovani che sognano di vivere della propria arte?

Consiglio di non farsi mai tarpare le ali e di continuare a sognare in grande. Essendo del segno dei Pesci, ho sempre avuto sogni enormi che non stavano quasi nella mia testa, ma questa caratteristica mi ha aiutato a incanalare tutte le mie energie per concretizzarli. Ricordo quando il mio professore mi invitò nuovamente in Accademia per mostrare il mio portfolio agli studenti: anche allora spiegai loro l’importanza di buttarsi e iniziare senza troppe paranoie. L’importante è accettare le sfide e cominciare; le soluzioni per realizzare le cose si trovano lungo il percorso.

In che modo utilizzi i canali social per comunicare le tue opere d’arte?

Gestisco la mia comunicazione su Instagram in modo estremamente reale e privo di filtri o costruzioni estetiche esagerate, mostrandomi per come sono. Preferisco condividere il Work in Progress delle opere piuttosto che solo il prodotto finito, perché ho notato che il pubblico è affascinato dal racconto e dal dietro le quinte del processo creativo. Per esempio, per il progetto di riqualificazione Paradiso Vucciria a Palermo, dove ho dipinto un muro di circa otto metri, ho realizzato un video autobiografico incentrato sui miei ricordi legato a quella piazza e sulle interazioni avute con gli abitanti del quartiere durante la lavorazione.

Oggi conta di più la qualità dell’opera o la costruzione dell’immagine dell’artista?

Purtroppo ritengo che oggi l’immagine personale finisca spesso per contare più dell’opera stessa. Mi augurerei che non fosse così, perché un artista non dovrebbe aver bisogno di costruire un personaggio a tavolino. Molti emergono investendo tantissimo tempo sulla propria immagine a scapito del livello qualitativo dell’output. Personalmente non seguo questa logica, non sono ossessionata dai follower o dalle metriche e preferisco rimanere fedele alla mia identità.

Come affronti la community online e le eventuali interazioni tossiche o le critiche degli haters?

Nel tempo ho imparato a utilizzare molta diplomazia. In Sicilia c’è un detto che recita “La tua invidia è la mia fortuna”, ed è un principio che applico cercando sempre il lato positivo. Quando ci si espone pubblicamente, specie con interventi nello spazio urbano, bisogna mettere in conto che qualcuno criticherà il lavoro. L’importante è rimanere centrati su se stessi, perché rispondere all’odio con altro odio non ha alcun senso.

Ci racconti l’opera che hai realizzato per gli studi televisivi di Forbes Italia?

Lavorare per Forbes Italia è stato il coronamento di un sogno che vedevo lontanissimo. Quando mi hanno chiamata ho accettato subito senza esitare. Ho realizzato l’opera insieme ad altre due ragazze, data la notevole ampiezza delle scale che portano al piano meno uno della struttura. Abbiamo decorato la scalinata con un lettering sans serif molto pulito che riporta i concetti chiave della visione aziendale: Shift, Unfold e Carry On. Le lettere sono connesse da un filo rosso grafico che si rivela essere un cavo jack audio, dato che le scale conducono alla sala podcast. Alla fine del percorso c’è uno specchio con la domanda “Cosa ti muove?”, che rende il passante parte integrante dell’opera. Quando la persona risale le scale dopo aver registrato, trova un messaggio di incoraggiamento a tornare all’esterno con maggiore forza.

Quali sono gli ingredienti fondamentali per raggiungere il successo professionale?

Il successo richiede innanzitutto grande ambizione, la quale però resta un semplice sogno se non viene affiancata da una visione strategica e dalla concretezza necessaria a mettere a terra i progetti. Durante il percorso è inevitabile inciampare, motivo per cui serve sviluppare spiccate capacità di problem solving. Le porte in faccia e i no non vanno visti come un fallimento, ma come un’occasione per fermarsi, capire cosa non ha funzionato ed evitare di ripetere lo stesso errore. Infine, occorre essere dinamici e reattivi in un mondo che corre alla velocità della Formula 1, senza però perdere mai la propria identità.

Qual è il tuo rapporto con l’Intelligenza Artificiale applicata al lavoro creativo?

Ricordo che anni fa il mio direttore creativo, Roberto Battaglia, insieme a Vichi Cito, mi disse che dovevamo allenare continuamente il pensiero, altrimenti la tecnologia sarebbe diventata la nostra condanna. Se un giovane che si avvicina oggi alla pubblicità si affida ciecamente a strumenti come ChatGPT per evitare lo sforzo di ragionare, rischia l’atrofizzazione del pensiero e si condanna a fare l’automa. Se invece possiedi già un solido bagaglio culturale, la curiosità e la padronanza delle basi del mestiere, l’Intelligenza Artificiale diventa un moltiplicatore di capacità straordinario. Ad esempio, per la presentazione Forbes siamo riuscite in due sole persone a sviluppare concetti e render completi in meno di una settimana, risparmiando tempo prezioso senza impoverire la qualità della creatività.

Come ti vedi proiettata tra dieci anni?

Tra dieci anni avrò 45 anni e spero di mantenere questo stesso aspetto. Sul piano lavorativo il mio obiettivo è consolidare lo studio a Milano e aprirne un secondo a Palermo, la mia città. Le mie radici siciliane sono la mia vera benzina e la spinta a dare sempre il massimo deriva dal fatto di venire da una realtà dove nulla ti piove dal cielo.

Guardando la telecamera, quale messaggio vuoi inviare alla te del futuro?

Guardando verso la te di tra dieci anni, dico semplicemente: “Giacoma, guarda, questo qui era solamente un altro punto di inizio”. Un approccio pragmatico per ricordarsi di guardare sempre avanti con determinazione.

L’arte non ha epoca, è l’emozione che dorme sui guanciali dell’eternità, ed è proprio da questa consapevolezza che ogni tappa rappresenta soltanto un nuovo punto di partenza per continuare a creare.