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Video 25 luglio, 2019 @ 5:10

Quando Marchionne diede la sua definizione di leader – VIDEO

di Forbes.it

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Nel 2008 Sergio Marchionne, di cui oggi ricorre il primo anniversario dalla morte, fu chiamato al Politecnico di Torino per il conferimento di una Laurea ad Honorem in Ingegneria Gestionale, assegnatagli “per la lunga e prestigiosa attività manageriale a livello internazionale”.

Ne nacque una lectio magistralis in cui il manager tracciava le linee guida utilizzate in Fiat e che poi sarebbero state seguite in Fca nei 10 anni successivi. Nel suo intervento Marchionne toccava numerosi temi: dal progresso alle responsabilità delle aziende verso la società.

Noi proponiamo nel video che segue il passaggio dell’intervento dedicato alla definizione di leadership e del ruolo dei leader in azienda.

Business 23 luglio, 2019 @ 9:00

Fca un anno dopo, cosa resta del sogno di Marchionne

di Ugo Bertone

Contributor, ho visto cambiare l’economia italiana.Leggi di più dell'autore
Ha cominciato a lavorare dopo l'università e la scuola di giornalismo presso l'ufficio stampa della Borsa Valori. È entrato al Sole 24 Ore ancor prima del varo della legge sui fondi comuni, alla Stampa dal 1985, prima alla redazione di Milano, poi caporedattore a Torino (e di nuovo a Milano). Ha avuto l'occasione, grazie alla Stampa, di seguire da vicino la crisi asiatica (Singapore, Tokyo) e la "bolla". Ha partecipato all'avventura di Borsa&Finanza e Finanza&Mercati, di cui è stato direttore. Alle spalle ha alcuni saggi sulla Fiat e sul Nord Ovest. chiudi

Osannato in America, rispettato (non sempre) ma non amato in Italia. Ad un anno dalla scomparsa non cambia il giudizio su Sergio Marchionne, l’uomo che ha letteralmente trascinato la Fiat, che al momento del suo arrivo perdeva oltre 200mila euro all’ora, fuori dal baratro, moltiplicando per 12 (da 5 a 61 miliardi) il valore di Borsa del gruppo, a vantaggio degli azionisti. Ma che l’Italia, di fronte alla sua incapacità di far sconti alle logiche gattopardesche, ha trattato con diffidenza fino all’ultimo, spaventata dall’intraprendenza del manager, per costituzione mentale deciso a rimettersi in gioco fino all’ultimo, per un senso del dovere verso il lavoro che, tra una sigaretta e l’altra, gli fece trascurare la salute.

Al contrario, la lezione di super Sergio sembra più attuale che mai Oltreoceano. Detroit si è del tutto scrollata di dosso l’aria di crisi in cui era precipitata sotto la pressione dei subprime e del tracollo di Lehman Brothers offrendo peraltro a Marchionne l’occasione per sbarcare, gratis, alla guida di Chrysler, già avviata a scomparire, inghiottita da quella Gm che il manager italiano ha tentato invano di coinvolgere in un merger che avrebbe potuto cambiare gli equilibri dell’auto mondiale. Non è andata così. E resta il rimpianto per quel che avrebbe potuto fare il manager alla testa di un gruppo con dimensioni adeguate per partecipare alla grande sfida dell’auto a guida autonoma o per governare la fase di decollo dell’auto elettrica.

Ma nella capitale del Michigan, dove Marchionne si era stabilito nel sobborgo ricco di Grosse Pointe, si respirano comunque le sensazioni che tanto piacevano a super Sergio. Fervono i lavori per ridar vita al Mack Avenue Engine II, la vecchia fabbrica abbandonata nel 2012 dove venivano prodotti i motori Chrysler. Dalla primavera del 2021 dall’impianto rinnovato, che darà lavoro a 400 addetti, uscirà il nuovo Jeep Grand Cherokee. “A camminare per la strada – racconta Giuseppe Berta, storico dell’economia e dell’industria dell’auto in particolare, reduce da un lungo soggiorno di studio nella capitale storica dell’auto Usa – hai la sensazione che il terreno vibri sotto i tuoi piedi tanti sono i progetti ed i lavori in via di realizzazione: Ford sta costruendo la nuova stazione, l’auto a guida autonoma è parcheggiata davanti alla sede di Gm”. Un’altra città, insomma, rispetto a quella in bancarotta del 2008/09, quando la città non aveva soldi per pagare i poliziotti e i ceti medi abbandonavano quartieri fantasma, palcoscenico ideale per la disperazione sconsolata di Eminem.

Assai diverso è il clima che si respira a Torino, l’ex capitale del gruppo che addebita, al manager una parte del suo declino. Quella che fu la capitale dell’auto italiana ormai si deve accontentare della 500 elettrica, punta di diamante dei progetti del gruppo per l’Italia dove si concentreranno investimenti per 5 miliardi. Ma nel frattempo dalle catene di montaggio dei due stabilimenti Maserati usciranno quest’anno solo tra le 20 e le 30 mila vetture. “Pochissime. Non sono numeri di una capitale dell’auto. Siamo in piena agonia” nota impietoso Berta. Di qui la delusione ed il risentimento per il passato che non tornerà più, quel cordone ombelicale con “mamma Fiat” che la società, con il contributo di Marchionne, ha saputo tagliare prima di venir soffocata.

E’ un anniversario triste, quello che attende Torino. La città ha appena perduto l’organizzazione del salone dell’Auto, complice l’ostilità dei Cinque Stelle ma anche l’assenza di qualsiasi attività di lobby di casa Agnelli, assai soddisfatta di esser lasciata ai margini della politica locale.

Non ha suscitato particolare emozione la rottura del fidanzamento-lampo con Renault accolto all’inizio più con la prospettiva di perdere peso e posti di lavoro che non come occasione di crescita. Del resto, come ha notato il professor Marco Cantamessa, del Politecnico di Torino, osservatore molto attento all’evoluzione tecnologica dell’auto, alla recente assemblea degli industriali torinesi “tutti pendevano dalle labbra del presidente di FCA John Elkann in attesa della 500 elettrica e poi di una piattaforma tecnologica per l’auto autonoma cui stanno lavorando Bmw e Maserati. Operazioni importanti, ma di nicchia. Invece della nascita di una vera filiera dell’elettrico, a partire dai centri di ricerca, non parla nessuno, nonostante buona parte della componentistica torinese sia già salita sulle catene del valore che portano dritte dritte in Germania o negli Stati Uniti”.

Marchionne, che nella prima fase della sua avventura Fiat, quella precedente alla crisi del 2008, ha avuto un ruolo importante nel risveglio della produzione di auto in Italia, non ha avuto in Italia la stessa fortuna che negli Stati Uniti, come dimostrano le false partenze del rilancio del marchio Alfa Romeo.  Di qui la sensazione che, dopo il matrimonio fallito con Renault, l’azienda non abbia altri destino che quello di cercare un nuovo partner, in condizioni sempre più difficili. O procedere ad una vendita a pezzi badando bene a non sacrificare il gioiello Ferrari.

E’ questa la sensazione che emerge dalla lettura del lungo report che Goldman Sachs ha dedicato all’azienda cui ha tributato un severo “sell”.  Il broker ritiene che il prezzo giusto per il titolo non superi gli 11,5 euro, Il motivo? La banca d’affari americana ritiene che se Fca non si darà da fare per costruire un nuovo progetto di consolidamento industriale in un settore che va complicandosi come l’auto, per motivi di mercato, normativi e tariffari, finirà con il diventare una preda. Senza poter contare con i vari motivi di appeal che hanno distinto l’era Marchionne:  i gioielli del gruppo (Jeep, Ferrari) sono ormai correttamente prezzati, in casa non ci sono più, salvo Comau e Teksid (comunque poca cosa), gioielli da mettere all’asta: Ci vorrebbe un colpo di genio, degno di super Sergio. Ma senza toglier nulla ai meriti di Mike Manley, il ceo di Fca che ha venduto le azioni al massimi prima della rinuncia al deal con Renault (Marchionne l’avrebbe impalato) o all’impegno di John Elkann, la sensazione è che al gruppo Marchionne manchi più che mai. Lui, che si era ritenuto un fixer, uno che mette le cose a posto, rischia di esser ricordato come un “dreamer” l’ultimo che ha saputo emozionare il mondo con un’auto, come seppe fare Enzo Ferrari, il vero antenato di super Sergio.

 

Leader 22 luglio, 2019 @ 7:57

Un anno senza Marchionne: 10 lezioni sulla leadership dal supermanager

di Marco Barlassina

Direttore, Forbes.it

Direttore Forbes.itLeggi di più dell'autore
Giornalista professionista, prima di dirigere Forbes.it, ha diretto periodici specializzati nella finanza personale, nel risparmio gestito e nel Fintech. Dal 2008 al 2013 si è occupato del coordinamento editoriale dei siti Finanza.com, collaborando allo sviluppo dell’area editoriale delle testate online borse.it e finanzaonline.com. È laureato in Economia delle istituzioni e dei mercati finanziari presso l'Università Bocconi di Milano. chiudi
sergio marchionne alla guida di Ferrari
Sergio Marchionne (Shutterstock)

Il 25 luglio dello scorso anno moriva Sergio Marchionne. La sua era però si chiudeva già quattro giorni prima, il 21 luglio, data della nomina del nuovo management di Fiat Chrysler.

Marchionne è stato l’uomo che ha rifatto grande Fiat ma è stato anche l’unico italiano in anni recenti il cui pensiero sia stato studiato al pari di quello dei grandi guru americani della strategia aziendale e del management, tanto da essere protagonista di numerosi libri che hanno cercato di sintetizzare il modello Marchionne (da questi volumi sono tratte le citazioni presenti nell’articolo).  Le parole di Marchionne sono la guida migliore per comprendere la portata rivoluzionaria del suo pensiero per Fiat e probabilmente per una parte del Paese.

L’era Marchionne si apre nel 2004 quando viene indicato come ceo di Fiat, sull’orlo del fallimento, a pochi giorni dalla morte di Umberto Agnelli.

Al suo esordio Marchionne non lascia trasparire dubbi: “Fiat ce la farà; il concetto di squadra è la base su cui creerò la nuova organizzazione; prometto che lavorerò duro, senza polemiche e interessi politici”. «Mi ricordo i primi 60 giorni dopo che ero arrivato qui”, disse qualche anno più tardi, “giravo tutti gli stabilimenti e poi, quando tornavo a Torino, il sabato e la domenica andavo a Mirafiori, senza nessuno, per vedere le docce, gli spogliatoi, la mensa, i cessi. Ho cambiato tutto: come faccio a chiedere un prodotto di qualità agli operai e farli vivere in uno stabilimento così degradato?”.

Le doti di negoziatore del manager italo-canadese emergono con tutta la loro forza con la rottura dell’alleanza con General Motors. Un capolavoro: per far sì che gli Agnelli rinunciassero all’esercizio della put option che avrebbe permesso la vendita del gruppo a Gm, la casa americana arrivò a sborsare 1,55 miliardi. Quelli di cui Fiat in quel momento ancora non facile aveva proprio bisogno. Spiegando la sua strategia al tavolo dei negoziati Marchionne disse più avanti: “Quando uno si alza, il contegno è molto importante. Bisogna alzarsi dal tavolo facendo valere il punto, ma lasciando capire che alla fine ti risiederai. Ti devi alzare calmo, anche se sei incavolato”.

Nel 2005 arriva anche l’accordo con le banche sul convertendo da 3 miliardi di euro e il lancio della Grande Punto. E proprio nel 2005 il gruppo registra, per la prima volta dopo cinque anni, un utile. Ma per Marchionne non poteva essere sufficiente: “Non possiamo mai dire: le cose vanno bene. Semmai: le cose non vanno male. Dobbiamo essere paranoici. Il percorso è difficilissimo. Siamo dei sopravvissuti e l’onore dei sopravvissuti è sopravvivere”.

Leggi anche: Marchionne e l’intervista a Forbes del 2011: “Sì, sono un maniaco del lavoro”

Con la crisi del 2008, mentre tutto il mondo dell’auto brancola nel buio, Marchionne capisce che è il momento giusto per aumentare la scala del gruppo. Nel 2009 conquista così il 20% del capitale di Chrysler (fallita un anno prima), quota che salirà al 53,5% nel 2011 e al 100% nel 2014 grazie a una serie di accordi che Marchionne stringe in prima persona con i sindacati dei lavoratori e con il governo americano.

In mezzo la parentesi del tentativo di scalata anche a Opel bloccato dal governo dal governo tedesco e dall’ostilità di General Motors che deteneva la maggioranza della casa automobilistica. Per arrivare ad altre operazioni di successo come la quotazione in Borsa di Ferrari e Cnh. “In tutta sincerità”, disse, “non riesco a vedere un mio futuro dopo la Fiat. Non è la prima azienda che ho risanato, ma è senza dubbio quella che credo mi stia permettendo di esercitare tutte le mie capacità. Temo di non avere dentro di me l’energia per un altro ciclo di questa intensità”. Un risanamento che – secondo calcoli del Sole 24 Ore – per gli azionisti di Fiat all’inizio dell’era Marchionne è equivalso a una rivalutazione delle azioni del 1.000%.

Le frasi di Marchionne su leadership e management

La leadership non è anarchia. In una grande azienda chi comanda è solo. La collective guilt, la responsabilità condivisa, non esiste.

I leader, i grandi leader, sono persone che hanno una capacità fenomenale di disegnare e ridisegnare relazioni di collaborazione creativa all’interno dei loro team.

Siate come i giardinieri, investite le vostre energie e i vostri talenti in modo tale che qualsiasi cosa fate duri una vita intera o perfino più a lungo.

Il diritto a guidare l’azienda è un privilegio e come tale è concesso soltanto a coloro che hanno dimostrato o dimostrano il potenziale a essere leader e che producono risultati concreti di prestazioni di business

Il carisma non è tutto. Come la bellezza nelle donne: alla lunga non basta.

Quello che ho imparato da tutte le esperienze di amministratore delegato negli ultimi dieci anni è che la cultura aziendale non è solo un elemento della partita, ma è la partita stessa. Le organizzazioni, in sintesi, non sono null’altro che l’insieme della volontà collettiva e delle aspirazioni delle persone coinvolte. 

Se ho un metodo è un metodo che si ispira a una flessibilità bestiale con una sola caratteristica destinata alla concorrenza: essere disegnato per rispondere alle esigenze del mercato. Se viene meno a questa regola è un metodo che non vale un tubo.

Non credo assolutamente alla regola che più sono giovani più sono bravi. Anzi. Sono per il riconoscimento delle capacità delle persone, che abbiano trenta o sessant’anni.

Ai miei collaboratori, al gruppo di ragazzi che sta rilanciando la Fiat, raccomando sempre di non seguire linee prevedibili, perché al traguardo della prevedibilità arriveranno prevedibilmente anche i concorrenti. E magari arriveranno prima di noi.

Leggi anche: È giusto sacrificare la propria vita per il lavoro? La lezione di Marchionne

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Business 15 maggio, 2019 @ 2:57

Chi era Gianluigi Gabetti, lo storico braccio destro dell’avvocato Agnelli

di Forbes.it

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gianluigi gabetti con gianni agnelli
Gianluigi Gabetti e Gianni Agnelli (Imagoeconomica)

Si è spento a Milano all’età di 94 Gianluigi Gabetti, noto soprattutto per il suo ruolo di storico consigliere della famiglia Agnelli. Classe 1924 e laurea in legge conseguita a Torino, aveva iniziato la sua carriera alla Banca Commerciale Italiana nel ruolo di vice direttore per poi passare alla Olivetti Corporation of America dove lavorò a fianco di Roberto Olivetti (e conobbe sua moglie Bettina) entrando in contatto con l’alta società newyorkese. E dove, soprattutto, avvenne l’incontro con Gianni Agnelli, che avendo notato le sue capacità, lo chiamò una domenica mattina chiedendogli di accompagnarlo a visitare il Moma di New York. Un pretesto, perché quasi subito gli propose di diventare direttore generale dell’IFI (Istituto Finanziario Industriale). Era il 1971.

E proprio in seno alla finanziaria, Gabetti tiene le fila di strategiche operazioni aziendali. Insieme al banchiere Enrico Cuccia, ad esempio, raggiunge nel dicembre del ’76 l’accordo che avrebbe portato la banca statale di investimento libica, Libyan Arab Foreign Investment Co, a sottoscrivere un aumento di capitale della Fiat.

Dopo una parentesi a Ginevra nella società Exor per occuparsi di investimenti internazionali, la malattia dell’avvocato Agnelli lo porta a rientrare in Italia dove, in seguito alla sua morte, e dopo la nomina di Umberto Agnelli a presidente della Fiat, assume la presidenza dell’Ifil. Siamo arrivati al 2003, anno in cui Gabetti si concentra sul riassetto della società. Nel 2004, dopo la scomparsa di Umberto Agnelli, Gabetti diventa presidente della Giovanni Agnelli e C., guidando insieme all’avvocato Franzo Grande Stevens l’operazione che avrebbe portato Sergio Marchionne ai vertici di Fiat.

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TURIN, ITALY – APRIL 20: Sergio Marchionne (L) and Gianluigi Gabetti attend during the “Eni” Opening Exhibition at the Pinacoteca Agnelli on April 20, 2011 in Turin, Italy. (Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

Gabetti era l’uomo dei rapporti internazionali degli Agnelli e della Fiat. Amico dell’imprenditore e filantropo statunitense John Davison Rockefeller e in stretti rapporti con banche d’affari come Lazard, ha curato per decenni il patrimonio della famiglia.  Appassionato di arte e di musica (è stato Life Trustee del Museum of Modern Art of New York, presidente del Lingotto Musica e Socio del FAI)

Con l’addio a Gabetti, che arriva a pochi mesi dalla scomparsa di Marella Caracciolo, moglie di Gianni Agnelli, e da quella di Marchionne ne luglio scorso, si chiude un capitolo importante per la famiglia Agnelli e per la Fiat, ora Fca, sempre più proiettata verso orizzonti internazionali.