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Business 8 Novembre, 2019 @ 9:30

Ray Dalio contro tutti: dai miliardari senza merito alle startup inutili

di Paolo Mossetti

Contributor, scrivo di cultura economica.Leggi di più dell'autore
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Ray Dalio, fondatore di Bridgewater Associates. (Eoin Noonan /Web Summit via Getty Images)

Il mondo è impazzito, e il sistema è a pezzi. Non usa mezzi termini Ray Dalio, il fondatore del potentissimo hedge fund Bridgewater, per descrivere l’economia mondiale. La colpa è delle banche centrali, che hanno iniettato una valanga di denaro “gratuito” (cioè creato dal nulla) nel sistema per tentare di riattivare la crescita e l’inflazione.

Non ci sono riusciti, spiega Dalio in un post su Linkedin, ma questo è il meno. Il vero guaio è stato quello rendere più facile il credito per chi è già finanziariamente coperto, che si vede prestare il denaro a tasso negativo, mentre chi avrebbe effettivamente bisogno di soldi vede le possibilità di accedere al credito sempre più basse. In questo modo vengono gonfiati anche i prezzi delle azioni, creando una classe di miliardari senza merito e si aumentano notevolmente le disuguaglianze economiche. Il risultato sono le rivolte contro le democrazie liberali che tutti vediamo.

In una chiacchierata col collega Paul Tudor Jones al Greenwich Economic Forum, martedì scorso, Dalio ha ribadito il concetto già espresso in diversi suoi mini-saggi, invitando i politici statunitensi a dichiarare emergenza nazionale le disparità economiche e intraprendere iniziative serie per combatterle. Altrimenti il rischio è quella di una rivoluzione violenta dove (testuale) “finiremo per l’ucciderci l’un l’altro”. Dalio è risultato nel 2018 il manager di hedge fund che ha guadagnato più di tutti al mondo, con 2 miliardi di dollari (1,81 miliardi di euro) tra commissioni e dividendi dalla sua quota nei fondi Bridgewater.

Il sistema è rotto, dice Dalio “perché non è un sistema di pari opportunità. Va riformato”. Per Jones è vero che il capitalismo che conosciamo oggi è inadeguato, ma il problema può essere risolto facilmente: convincendo le società quotate in borsa a non concentrarsi soltanto sui profitti degli azionisti: “Abbiamo sei milioni di dipendenti di società quotate che non ce la fanno con il loro salario ad arrivare a fine mese”, spiega il fondatore di Tudor Investment Corporation. “50 anni fa, il 6,5 per cento dei ricavi corporate andava agli azionisti. Adesso siamo al 13 per cento”.

Ma come allontanarsi da questo punto di rottura? Per Jones il debito pubblico gonfiato dalla presidenza Trump rappresenta un problema; se l’inquilino della Casa Bianca (“Il più grande imbonitore della storia del paese”, lo definisce) è riuscito a convincere un Partito repubblicano solitamente attento che un deficit di bilancio del 5% l’anno sia ragionevole, rischiando così di portare in 10 anni gli Stati Uniti nella posizione della Grecia durante la sua famigerata crisi di debito sovrano, una presidenza con a capo Elizabeth Warren, candidata dei Democratici, sarebbe anche peggio, dice: i mercati ne sarebbero terrorizzati e l’indice S&P 500 perderebbe circa un terzo del suo valore in pochi giorni.

A scatenare le ire di Tudor è la promessa di Warren di imporre una tassa del 2% sulle famiglie con un patrimonio netto superiore a 50 milioni di dollari e del 3% sul patrimonio netto di oltre 1 miliardo di dollari. La senatrice – in lotta da tempo anche con lo strapotere di Facebook – ha poi affermato che le entrate generate da queste imposte sarebbero utilizzate per l’istruzione gratuita, una sanità più equa e programmi ecologici.

Per Dalio, “quasi certamente” i deficit dei governi saliranno in modo significativo, ma questo proprio a causa dell’assistenza fornita dalle banche centrali. Denaro gratis, sostiene Dalio, che rischia di rendere complicatissima la vita ai fondi pensione, alle prese, nei prossimi anni, con la necessità di pagare le integrazioni previdenziali dovendo contare su investimenti obbligazionari dai rendimenti sempre più bassi. Il rischio è che questi fondi si trovino di fronte all’impossibilità di onorare i propri impegni. A quel punto non ci saranno molte vie d’uscita: o si diminuiscono gli assegni; o si alzano le tasse per reperire fondi; oppure si ricorre a nuovo denaro fresco stampato dagli istituti centrali. Una dinamica che interesserà soprattutto le aree economiche che emettono le valute usate come riserve valutarie, dunque “Stati Uniti, Europa e Giappone, con conseguenze sul dollaro, sull’euro e sullo yen“.

Ma il fondatore di Bridgewater si inserisce in una polemica già nota nel mainstream contro le banche centrali, accusate di acquistare troppi asset finanziari, immettendo troppa liquidità in circolazione che gli speculatori – come nel caso dei gestori dei fondi di venture capital – sono portati ad elargire soldi a start-up che non li meritano, in modo da giustificare le loro generose commissioni. Queste aziende, spiega Ray Dalio, possono infatti “vendere i loro sogni, a quegli investitori pieni di soldi e con grandi margini di indebitamento” senza promettere business sostenibili nel tempo. Con il risultato di alimentare una dinamica di asset con prezzi sempre più alti. Mai, dice Dalio, dai tempi dell’esplosione della bolla dot-com ci “ci sono state così tante aziende che non devono fare profitti o neanche indicare percorsi chiari per fare profitti per vendere i loro titoli”.

Non è certo la prima volta che Ray Dalio punta il dito contro le banche centrali, la cui politica monetaria straordinariamente espansiva, a suo avviso, è diventata impotente e non eviterà una recessione. “I decisori politici prestano troppa attenzione al tetto di spesa quando si parla di ritorno sugli investimenti”, scrisse Dalio in un saggio pubblicato ad aprile. Pur non facendo riferimento specifico alla Modern Monetary Theory, una corrente aggiornata ed estremizzata del postkeynesismo molto in voga in questo periodo nella sinistra europea e americana, che fondamentalmente sostiene che i governi possono vivere di deficit costanti purché sia garantita la piena occupazione, lo speculatore ne ripete alcuni mentra salienti: nel contesto attuale i tassi di interesse diventano così bassi che abbassarli in modo sufficiente da stimolare la crescita non funziona più, e i governi possono e anzi devono mettere più soldi direttamente nelle tasche dei cittadini. Provando però a non buttarli. E magari affidandosi a modelli economici, algoritmici e di controllo sviluppati proprio dagli investitori come Dalio & co.

L’affondo di Dalio fa il paio con le parole del capo di Goldman Sachs, David Solomon, che – come riportato da Bloomberg – ha ammonito gli investitori sul fatto che la profittabilità deve sempre andare di pari passo con la crescita di un’impresa. Il problema è che per molte aziende è diventato superfluo mostrare la propria capacità di essere profittevoli, riuscendo a raccogliere capitale solo attraverso lo “storytelling”.

Un mondo impazzito, ubriacato di denaro facile, che probabilmente unirà nella lotta entità da sempre ostili, chissà, forse anche i neosocialisti con gli speculatori finanziari.

 

Investimenti 8 Agosto, 2019 @ 11:50

Investire in Cina adesso? Un’opportunità storica, parola di Ray Dalio

di Matteo Rigamonti

Staff

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Ray Dalio (Bridgewater)
Ray Dalio, Co-Chief Investment Officer & Co-Chairman di Bridgewater durante l’intervista sul canale Youtube di Bridgewater

Investire nella Cina è un’opportunità da non perdere. A dirlo Ray Dalio, fondatore del fondo Bridgewater, per nulla preoccupato dall’escalation della guerra commerciale in atto con gli Stati Uniti. Nel corso di un’intervista pubblicata sul canale YouTube di Bridgewater Associates, Dalio ha spiegato come la situazione sia di fatto comparabile a quella di altri momenti della storia e di altre economie che nella storia hanno occupato posizioni di leadership: “Non avremmo forse dovuto investire nei Paesi Bassi dell’impero coloniale olandese?”, si domanda. “Non avremmo dovuto investire nella Gran Bretagna della Rivoluzione Industriale? Allora non avremmo nemmeno dovuto investire negli Stati Uniti d’America”.

Dalio, che dalla Cina racconta di essere stato folgorato nel 1984 “quando il Paese di stava aprendo”, non nasconde di essere “bullish” sull’opportunità di investire a Pechino e sa di avere un pensiero controcorrente in questo particolare momento storico. “Investire in Cina non è né più né meno rischioso che investire in altri mercati”, semmai “è rischioso non investire” in un Paese dove, ricorda, “da allora il reddito pro capite è cresciuto di ventisei volte, il peso dell’economia sul Pil mondiale è passato dal 2 al 22%, la povertà è scesa dall’88% a meno dell’1% e l’aspettativa di vita è cresciuta di 10 anni”.

Investire in Cina è meno rischioso che investire in Europa?

Nel video Dalio argomenta la sua tesi secondo una logica di “diversificazione degli investimenti” e aggiunge: “La questione è se chi investe vuole essere un precursore oppure arrivare dopo gli altri”. Il numero uno di Bridgewater è al contrario più preoccupato dallo stato delle economie occidentali: “Ogni posto è rischioso – prosegue -, l’Europa è molto rischiosa” perché “la politica monetaria sta per finire la benzina, c’è frammentazione politica”, ma soprattutto il Vecchio Continente “non sta partecipando alla rivoluzione tecnologica e potrei andare avanti ancora a spiegare perché investire in Europa è molto rischioso”.

Stesso discorso vale per gli Stati Uniti che Dalio reputa “molto rischiosi per diversi motivi: per la disparità sociale e di ricchezza, per il conflitto in atto tra socialismo e capitalismo, per la frammentazione del decision making e l’assenza di efficacia nella politica militare”.

Dalio – che  con il suo fondo gestisce investimenti per 160 miliardi di dollari – non nasconde che “anche i mercati emergenti hanno i loro rischi e la Cina da questo punto di vista non fa differenza” ma, ribadisce, “quello che è rischioso è non avere diversificazione”, “meglio puntare su entrambi i cavalli in corsa”. A maggior ragione se, come ritiene, “non si andrà verso una guerra in senso classico” tra Stati Uniti e Cina, piuttosto “assisteremo ad una ristrutturazione dell’ordine mondiale in termini di supply chain, di chi produce tecnologie e altri importanti cambiamenti in questo genere di cose”.

Ecco il video integrale dell’intervista: