Come Carlo Calenda è diventato il nuovo eroe della politica italiana

Forbes.it
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Il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda.

Da qualche tempo, uno dei profili più interessanti del panorama politico italiano ha le fattezze morbide di un romano di buona famiglia nato nel 1973, sposato, con 4 figli. Si chiama Carlo Calenda, e da maggio del 2016 è il nono ministro dello Sviluppo economico della Repubblica italiana. Un ruolo di rilevanza mai così cruciale, in tempi di trattative con l’Europa e attenzione ossessiva per gli spread e i rapporti deficit/Pil, ma che Calenda ha saputo interpretare in maniera disinvolta, facendosi alfiere di provvedimenti portabandiera dei governi Renzi-Gentiloni (il piano Industria 4.0, quello per il Made in Italy e la Strategia energetica nazionale, tra gli altri). L’attitudine del ministro a “metterci la faccia” in questi giorni è diventata un’attività ipercinetica sui social: Calenda commenta in maniera critica i fatti del giorno, le proposte elettorali, persino le attività del suo stesso governo. Il lasciare da parte la retorica ufficiale, l’apparente scarso interesse per l’allineamento politico e una certa (rara) capacità di condensare editoriali in poche righe l’hanno reso in queste ore una sorta di eroe dei due mondi (dove per “due mondi” si intende Facebook e Twitter, ovviamente).

Mario Seminerio, economista, commentatore politico e blogger dalle colonne del suo sito Phastidio, ci dice: “Penso che Calenda sia diventato vieppiù vocale perché esasperato dai tatticismi patologici dei politici di professione. Poi, forse, visto che le sue risposte spesso «non convenzionali» sui social riscuotevano successo, ora forse sta entrando nel ruolo di «tecnico antipolitico che fa politica»”. Ma è difficile definire esattamente come e quando la traiettoria del ministro ha abbandonato l’orbita di Palazzo Chigi, per costruirsi una mitopoiesi a sé stante.

Carlo Calenda in “Cuore” (1984).

D’altronde, nipote di Luigi Comencini e figlio di Cristina, Calenda è abituato ai grandi palcoscenici. Il primo l’ha calcato ad appena dieci anni d’età, con una parte da protagonista in Cuore, lo sceneggiato firmato dal nonno e dalla madre. E da allora, visto da fuori, il cursus honorum del rampollo di casa Comencini sembra indistinguibile da una marcia trionfale: laureatosi in giurisprudenza alla Sapienza, Carlo nel 1998 è già in forza alla Ferrari, dove in breve tempo arriva ad assumere il ruolo di responsabile della gestione delle relazioni con i clienti e le istituzioni finanziarie. Poi passa a ricoprirne uno simile a Sky – dove diventa responsabile marketing per il mercato italiano – ma intanto non perde d’occhio quel suo capo con cui era nata un’intesa. Luca Cordero di Montezemolo prima lo nomina suo assistente nel quadriennio da presidente di Confindustria (2004-2008), affidandogli la delicata delega alle missioni internazionali; poi lo coinvolge nella sua avventura politica: Carlo Calenda nel 2013 è tra i relatori del manifesto di Italia Futura, la piattaforma programmatica di mr. Ferrari, nonché il suo coordinatore politico. Alle elezioni, quelle in cui il Pd avrebbe dovuto smacchiare il giaguaro, Calenda – come molti dei suoi – si candida con Scelta Civica. Non viene eletto, ma pochi giorni dopo è nominato viceministro allo Sviluppo Economico del governo Letta. Infine, diventa titolare del dicastero dopo lo scandalo del conflitto d’interessi che coinvolge e affonda il suo predecessore, Federica Guidi.

In questi giorni, si diceva, il profilo Twitter di Calenda, sempre più citato e ripreso da organi di stampa e utenti di idee liberali, ha assunto la forma di un estremo, strenuo bastione a difesa del buonsenso: se il candidato in pectore del Pd Renzi propone agli elettori di abolire il canone Rai, lui auspica che il suo partito “esca dal Truman Show populista”; se il leader di Liberi e Uguali Pietro Grasso promette di annichilire le tasse universitarie, lui parla ironicamente di “una proposta alla Trump”. C’è chi in tutto questo ha visto una voglia di protagonismo che porta dritta a Palazzo Chigi ma lui, post-montiano e post-renziano atipico, ha negato ogni illazione dicendo: “Paolo Gentiloni è un premier migliore di quanto io potrei mai essere”. “Non ho motivo di dubitare della sua sincerità, quando afferma di non star facendo campagna elettorale e di non considerarsi una «riserva della Repubblica»”, spiega ancora Seminerio, “perché peraltro troppo giovane. Ciò detto, per lui potrebbe esserci un ruolo in un futuro governo”. Che l’argine al populismo, quello vero, abbia il volto bonario del fu alunno Enrico Bottini?

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