
Per un contrappasso ingeneroso, di Tom Wolfe il grande pubblico si ricorderà innanzitutto per un’espressione: “Radical chic”. Lo scrittore newyorkese ha coniato il termine in un articolo pubblicato dal New York magazine l’8 giugno 1970, diventato poi un simulacro di quegli anni: il raffinatissimo direttore d’orchestra Leonard Bernstein ospita nel suo lussuoso attico di Manhattan un gruppo di Pantere nere, tra cui un uomo arrestato e rilasciato su cauzione il giorno stesso. La situazione causa a “Lenny” un’impareggiabile iniezione di adrenalina: “Questi sono uomini veri!”, gli fa dire Wolfe, attento osservatore delle convergenze parallele tra i ricchissimi di New York e le avanguardie della lotta politica radicale.
Qualche decennio prima di diventare un generico epiteto rivolto a tre quarti dell’arco parlamentare, “radical chic” aveva un significato preciso, e come gran parte della produzione di Wolfe era una geniale definizione dell’esistente e delle sue idiosincrasie, dei suoi aspetti più grotteschi e di quelli che avrebbero potuto portare a qualcos’altro. Che parlasse della rampante New York anni ’80 dei “Padroni dell’Universo” seduti comodi alle scrivanie di Wall Street (Il falò delle vanità), di sottoculture devote all’Lsd dei ’60 (Electric kool-aid acid test), di architettura modernista (Maledetti architetti) o di immobiliaristi di Atlanta nei ’90 (Un uomo vero), Tom Wolfe riusciva quasi sempre a catturare sulle sue pagine le sfumature della nuova vita quotidiana di milioni di persone, quel confuso grumo di aspirazioni, corse all’oro, vecchie automobili e sogni infranti che si chiamava – e si chiama – America.

Difficile, per buona parte dell’intellighenzia americana, accettare il talento di un conservatore dichiarato, così perennemente meravigliato dai cambiamenti in atto e così più bravo degli altri a raccontarli: Wolfe ha sempre avuto nemici, ma non se ne è quasi mai curato, rimanendo dedicato al suo percorso di osservatore incuriosito e ossessivo. “Snob”, si è detto di Tom Wolfe il “grande dandy” (The Guardian) – e certamente lo era, coi suoi abiti sartoriali bianchi con cui percorreva le Avenue di Manhattan, stranianti vestigia di un’altra epoca – ma è stato innanzitutto un innovatore del linguaggio e della prosa: alla sua morte, ha lasciato 150 citazioni delle sue opere sull’Oxford English Dictionary, in molti casi nelle vesti di prima fonte conosciuta per parole e frasi poi entrate nel lessico comune.






