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Cultura 21 febbraio, 2019 @ 2:40

The Umbrella Academy e quell’idea (banale) di famiglia

di Forbes.it

Staff

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un'immagine tratta dalla serie tv
(Courtesy of Netlifx)

Di Daniele Ferriero

La famiglia non si sceglie. Ci si ritrova, alla nascita, impelagati in dinamiche che noi stesso andremo a intercettare e cambiare, spostando abitudini consolidate e rapporti di forza con la nostra semplice venuta al mondo. Che si venga scelti, cercati o “trovati”, cambia poco o niente. La rete è tesa e noi ci siamo finiti dentro: fili fatti d’amore, di tensioni notturne, di aspettative ed eredità morali da spartirsi in futuro.

La famiglia di The Umbrella Academy non fa, ahinoi, eccezione. Questa è la sua storia, in dieci puntate ad opera di Steve Blackman uscite per Netflix. Siamo nel 1989 e 43 donne in giro per il mondo danno alla luce dei bambini. Nessuna di loro era però effettivamente gravida all’inizio della giornata. Sette di questi bambini verranno poi individuati e adottati dall’eccentrico Sir Hargreeves nonché addestrati per sfruttare le loro abilità speciali e combattere il Male, trasformandoli di fatto in supereroi. Il progetto, tuttavia, fallisce. A distanza di anni, raccolta nella casa avita per la morte del proprio padre, la “famiglia” risulterà un disastro di rancore, dolore, faide interne e anaffettività diffusa.

“Tutte le famiglie felici sono simili tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”, recita Tolstoj nell’Anna Karenina. Eppure, a voler sindacare un poco, schiavi della serialità televisiva contemporanea, pare che invece queste si somiglino tutte, nei loro dolori. E che i vari sceneggiatori, scrittori, showrunner e autori vari non riescano a descriverne una che non sia disfunzionale.

L’impressione è che la maggior parte del tempo proprio nel nucleo famigliare si nasconda il nocciolo duro dei mali del mondo. O che quantomeno questo sia il trauma che gli autori si sentono di raccontare e rielaborare allo sfinimento. Quasi che ogni dolore e mancanza pregressa possano muoversi da lì e lì soltanto.
Di fatto, il concetto è stato narrato e indagato così a lungo da finire per essere canonizzato nel racconto contemporaneo fino a renderlo un cliché, superando le proprie radici sino a stiracchiare i singoli personaggi nella loro dimensione ideale.

Prendiamo la famiglia Hargreeves, per esempio. Il pater familia è il tipico rappresentante dell’archetipo a cui appartiene: dogmatico, arcigno, egoista ed egotista, accentratore e sfruttatore delle dinamiche famigliari; purissimo potere disciplinare. Oppure, il Numero 1 (sì, i bambini inizialmente non avevano ricevuto in dote nemmeno la grazia di un nome proprio), poi ribattezzatosi Luther: solido, serioso, responsabile, dedito alle esigenze del genitore in tutto e per tutto, tanto da finire a far da guardia alla Luna, solitario. Numero 2, Diego, una testa calda riottosa e impulsiva, violenta e provocatrice. O ancora, Numero 4, Klaus, tragicomica figura di dropout drogata e instabile, vittima delle proprie potenzialità e delle proprie dipendenze. E via così, archetipo dopo archetipo.

Ovviamente, questo non è un problema. Le storie, dacché siamo al mondo in quanto specie, si basano proprio sulla ripetizione di topoi, modi del racconto, strutture assodate e funzioni narrative specifiche.

Ma diventa un fatto critico nel momento in cui quelle figure appaiono bidimensionali, più che stilizzate. Ed è proprio la problematica che affligge The Umbrella Academy. Complici le non proprio eccelse capacità recitative dei protagonisti e una messa in scena bolsa, piatta e poco ispirata, le briose e frizzanti vicende del fumetto originale a cui il tutto è ispirato (un omonimo ciclo scritto dall’ex cantante dei My Chemical Romance, Gerard Way, e disegnato da Gabriel Bà) vengano forzosamente appiattite e sterilizzate.
La mancanza si fa evidente soprattutto lì dove la serie televisiva avrebbe potuto affrancarsi con forza dall’originale, puntando alla specificità del mezzo e, soprattutto, del momento storico. Al contrario, i personaggi vivono spesso di una drammatizzazione superficiale che, in questi anni di lotte furibonde pro e contro le questioni di genere, orientamento sessuale e via discorrendo, risulta banalizzante all’eccesso.
Tanto più che le scelte di casting, al limite e oltre l’ingenuità (o, almeno, lo speriamo) non aiutano. La testa calda è, ovvio!, interpretata da un attore messicano. Il bravo figliolo è, chiaro!, il ragazzone bianco americano. Il figliol prodigo dalle tinte queer (un Robert Sheenan che si ritrova a dover scimmiottare i passati successi in quel di Misfits) è, ma certo!, scostante, isterico, drogatissimo e sopra le righe, benché profondo sotto la scorza della superficialità apparente.

Persino l’interpretazione e il ruolo della celebre Ellen Page, la Numero 7, l’unica a non avere in apparenza alcun potere, sono talmente normalizzati da partire come un’onesta disamina della depressione per finire in un ruolo remissivo e sfociare poi in una risoluzione tanto attesa da risultare scontata, benché piacevole, nella propria potenzialità distruttiva. La povera Vanya, questo il nome, si trova infatti costretta a cercare il senso del suo mondo tra le braccia di una eteronormativa relazione: il principe azzurro apparentemente salvifico. Ellen Page, colei la quale ha fatto dell’impegno e l’attivismo per la comunità LGBT uno dei pilastri della sua immagine pubblica.

È un gran peccato insomma che le potenzialità delle serie vengano spente con così tanta dedizione. Perché, per esempio, il ciclo narrativo di Numero 5 (nessuno nome, qui) mantiene la forza dell’originale a fumetti grazie al vitalismo attoriale del giovanissimo Aidan Gallagher. Persino quando il personaggio deve vedersela con un paio di killer a nome Hazel e Cha-Cha (Mary J Blige nel ruolo), che si muovono invece in un calco infelice e poco ispirato degli assassini psicotici della storia del cinema.

Purtroppo, The Umbrella Academy fa di tutto per rinunciare al divertimento positivamente sciocco e sfrenato dell’originale, togliendo di mezzo soprattutto le bizzarrie insistite e insistenti che contrappuntavano il fumetto ad ogni pagina, per poi ritrovarsi nel pieno del trattamento così spesso associato a Netflix: un prodotto che vive di una regia piatta, di scelte banali e un brodo allungato oltre ogni limite consentito. Togliamo il divertimento e facciamo entrare la caricatura della profondità tematica, signori e signore.

È in questo modo che la serie televisiva si trasforma in una versione banale di quell’incrocio tra X-Men (o, se preferite, Doom Patrol) e I Tenenbaum che avrebbe potuto, e voluto, essere. In grado magari, questo sì, di proporre qualche ragionamento personale e vitale intorno all’idea di famiglia, eredità e lascito generazionale. E tuttavia, senza lasciare il segno o superare i cliché narratologici di tanta serialità contemporanea. Per curare il dolore, viene proprio da lanciarsi a capofitto nel bel Meglio non essere mai nati, di David Benatar (recentemente edito da Carbonio Editore) e farla finita con il principio famigliare sin dall’inizio. Con tanti saluti a The Umbrella Academy.