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Cultura 29 Novembre, 2019 @ 10:56

Cos’è uno scrapbook e perché un moderno gentiluomo well traveled dovrebbe averne uno

di Alessandro Turci

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Scrapbook

Chiamatelo semplicemente Scrapbook. O se preferite Ephemera, ma in ogni caso dotatevene. E’ l’album nel quale raccogliere i ritagli dei vostri viaggi. Anno dopo anno. Avventura dopo avventura. Aristocratico e popolare al tempo stesso, conserva il ricordo del vostro hotel di lusso preferito accanto a quella bettola nel deserto che vi ha risparmiato dal brivido, non solo climatico, di dormire sotto le stelle gelide del Sahara. Lo scrapbook non può mancare tra le carte di nomadi eleganti ed esigenti, come non mancava (esiste una riproduzione in volume, quasi introvabile) sul secrétaire della Principessa Grace Kelly. Nelle pagine patchwork si terranno compagnia il favoloso Long Bar di Singapore con l’Oxygen bar di Leh sull’Himalaya, per esempio, ma anche le carte d’imbarco di quando, zaino in spalla, volavate in economy e non avevate ancora l’età – o la debolezza – di farvi coccolare in business.

Nato nell’Inghilterra tardo medievale (come libro dove gli ospiti di una casa annotavano pensieri e disegni in ricordo della visita) lo scrapbooking si è affermato nella seconda parte dell’800, quando gli articoli di giornale e la fotografia hanno offerto nuovi strumenti ai “collezionisti” di ricordi. Thomas Jefferson, terzo Presidente degli Stati Uniti, fu forse il primo scrapbooker celebre. Nella palladiana residenza di Monticello ha composto più di un album, alternando citazioni classiche ad articoli pubblicati sulla sua amministrazione, con l’aggiunta di una foglia di quercia. Un altro scrapbooker seriale fu Mark Twain, che inventò e brevettò addirittura un album i cui fogli, se inumiditi, erano in grado di risolvere il problema di doversi procurare la colla per incollare i ritagli. Restando in America, se c’è un luogo che non dovrebbe mai mancare in uno scrapbook di prim’ordine è Charleston, South Carolina. Meta tra le più sofisticate e romantiche degli Stati Uniti, dove atmosfere tropicali recintano un’intatta architettura coloniale. L’atrio suntuoso del Belmond Charleston Place non è solo quello di un iconico hotel di lusso, ma anche il ritrovo della miglior società locale. Molti newyorkesi hanno comprato casa qui, per cui cosa s’intenda per “locale” è presto detto.

Il Belmond è una galassia di gusto dentro l’universo Charleston, dove le rose non appassiscono mai (non è una metafora ma il tocco peculiare della casa) perché adornano atri e stanze, ogni giorno freschissime. Il suo Palmeto Cafe, la lounge esclusiva al piano delle suite, il Grill – ristorante della Chef Michelle Weaver, 4 stelle Forbes, come 4 sono le Kentucky Scallops di un piatto indimenticabile – e le boutique sartoriali dei grandi brand della moda, sono tutti pezzi pregiati adatti a nobilitare il vostro ephemera. Charleston è una città dove la storia ha deciso di farsi nido: qui è stato sparato il primo colpo di cannone della Guerra di secessione, qui la strabiliante
architettura coloniale coi suoi arredi e i giardini (pensiamo alla Nathaniel Russell House) sono sopravvissuti a terremoti epocali; qui l’America di oggi si confronta e reagisce allo sfregio suprematista e di qui è passato anche John Fitzgerald Kennedy.

Passeggiando sul lungomare noterete una villa bianca. Qualcuno di ben informato potrebbe accennarvi alla storia d’amore che nel 1942 JFK ebbe con Inga Arvad, prima di essere spedito dai superiori – per fargliela dimenticare – nel Pacifico, dove si comportò da eroe. La Arvad aveva conosciuto bene Adolf Hitler e l’FBI temeva fosse una spia nazista, una Mata Hari dai colori scandinavi. La vicenda è intrigante e quindi merita di essere ascoltata con calma. Perché non cercare un ristorante per proseguire la conversazione? Se a pranzo avete optato per i pomodori verdi fritti del Cru Cafe, per cena regalatevi, al Circa 1886, uno chef dal talento cristallino come il pluripremiato Marc Collins e la sua cucina per palati, e occhi, neoclassici. Se invece volete un locale farm-to-table, come oggi è di moda dire, The Grocery di Kevin Johnson è il vostro indirizzo. Oppure una perla italiana come Le Farfalle, dove Michael Toscano non ha paura di cucinare bucatini cacio e pepe impeccabili, neanche si trovasse a Trastevere. Senza dimenticare che Charleston parla italiano da molto tempo. Il Festival dei Due Mondi, nato dal genio di Gian Carlo Menotti qui prende infatti il nome di Spoleto Festival USA. Tutto è armonia a Charleston, o se preferite tutto è armonizzato al ritmo dell’art de vivre. I consigli di Halsey, manager del turismo il cui stile ricorda Grace Kelly, sono impeccabili, ma si guardano bene dal dirvi la cosa più importante. E cioè che è difficile separarsi da questa città: viaggiatori raffinati, lasciate pagine bianche al vostro scrapbook.

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