Perché solo il Capitale potrà evitare in futuro nuove grandi epidemie

Un bambino con il suo monopattino a Seoul, Corea del Sud (Chung Sung-Jun/Getty Images)
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Un bambino con il suo monopattino in una Seoul surrealmente deserta (Chung Sung-Jun/Getty Images)

“Quando la Cina starnutisce, il resto del mondo prende il raffreddore”. Al crescere dei casi di COVID-19 nel mondo le città si svuotano, chiudono le scuole, le attività si fermano. Quella che sembrava un’emergenza cinese ci ha travolto da un punto di vista sanitario ed economico. E se la soluzione non fosse solo nei laboratori di ricerca? Potrebbe essere il Capitale a guarirci dal coronavirus e dal ripetersi di questa crisi?

Sars-CoV-2 è il coronavirus responsabile di COVID-19, la nuova malattia partita dalla Cina a inizio gennaio e che ora conta circa 100 mila casi nel mondo. Sembra che Sars-CoV-2 derivi da un virus tipico della specie animale che, attraverso la ricombinazione genica, ha imparato ad aggredire l’uomo. Questo accade poiché tutte le entità biologiche sono guidate dall’istinto di sopravvivere e propagarsi. Può allora capitare che un virus trovi nell’interazione tra uomo e animale un’opportunità per espandersi, compiendo il cosiddetto “salto di specie”.

Pensando alle recenti epidemie, non si tratta di un caso isolato. Ad esempio, l’AIDS era tipico delle scimmie e non è stato osservato nell’uomo prima del 1981. Stessa origine zoonostica per l’ebola, l’influenza aviaria, la prima epidemia di SARS, la MERS e la cosiddetta febbre Zika. Questi virus possono risultare molto aggressivi per alcuni individui poiché la specie umana è meno equipaggiata a combatterli. La loro comparsa è favorita da norme igieniche inadeguate ancora diffuse in alcune realtà urbane e rurali, tra cui – secondo taluni osservatori – il mercato di Wuhan in cui si pensa sia nato Sars-Cov-2.

Le misure adottate per arginare la diffusione del nuovo coronavirus hanno assestato un colpo durissimo non solo alla Cina, ma all’intera economia mondiale che si avviava a una modesta ripresa. La prima epidemia di SARS del 2003, anch’essa originata in Cina, comportò un grave crollo dell’export e del turismo in tutta l’Asia. Tuttavia, ai tempi di SARS l’economia cinese valeva un quarto di quella odierna e rappresentava il 4% del Pil globale – contro l’attuale 17%. L’impatto di un cedimento della Cina di oggi sulla catena produttiva globale è senza precedenti. Una forza potrebbe allora spingere più delle altre per salvarci dal coronavirus: l’interesse economico, ossia, il Capitale.

La creazione di valore in tutto il mondo ha infatti sofferto delle misure draconiane messe in campo dal governo cinese per combattere l’emergenza. La prolungata assenza della forza lavoro dalle fabbriche ha lasciato molti produttori internazionali senza componenti, non in grado di completare le commesse e onorare gli impegni commerciali e finanziari. Le restrizioni agli spostamenti di persone e merci hanno svuotato intere città e colpito svariati settori con cali delle vendite e ritardi nelle forniture. Ora che la crisi è stata esportata fuori dalla Cina, altri Paesi stanno rispondendo in modo energico riducendo al minimo le interazioni tra la popolazione. Ne sono un esempio il divieto di assembramenti, la chiusura di scuole ed il rinvio degli appuntamenti elettorali voluti dal governo italiano e lodati dall’OMS.

Misure drastiche, ma volte ad evitare il sovraccarico e il collasso delle strutture sanitarie. L’economia non può proliferare dove manca la salute. L’obiettivo numero uno diventa quindi ripristinare una condizione di benessere per la popolazione. Dopodiché, dovrà aprirsi una lunga e profonda fase di risanamento delle aree dove le condizioni igieniche potrebbero favorire nuovi salti di specie. La macchina produttiva mondiale non potrà tollerare il ripetersi di una situazione simile in futuro.

Il nocciolo della questione infatti sembra essere che un numero ancora alto di persone si concentra in aree dove le condizioni sanitarie sono inadeguate. Se queste zone rimangono isolate e disconnesse dal flusso dell’economia globale, il problema rimane circoscritto. È il caso delle epidemie che scoppiano nei villaggi africani. Se invece la protagonista è la Cina, perno dell’economia globale e caratterizzata da forti movimenti migratori sia interni sia esterni, abbiamo la ricetta per una pandemia.

I numeri sembrano confermare questa preoccupazione. La World Bank stima che il 40% della popolazione cinese vive in comunità rurali dove spesso manca l’acqua corrente e sono diffusi i mercati degli animali vivi. La progressiva urbanizzazione e la ricerca di migliori condizioni di vita spinge i cinesi a spostarsi da questi villaggi alle città, e dalle città ai grandi centri urbani da cui partono le vie del turismo e del commercio internazionale. Ecco perché dobbiamo preoccuparci tutti di quello che succede nelle campagne cinesi. Le condizioni igieniche di queste realtà sono anche un nostro problema. Il Capitale si è ritrovato esposto e vulnerabile.

Possiamo attenderci due scenari in futuro per limitare il ripetersi di una situazione simile: risanare le zone arretrate in tutta la Cina oppure isolarla, ricombinando la catena produttiva con nuovi anelli. Il peso esercitato della Cina sull’economia globale è tuttavia troppo grande affinché si possa costituire un nuovo equilibrio senza di essa. Questo spiegherebbe perché COVID-19, che ha un tasso di mortalità calcolato tra il 2 e il 4 percento, preoccupa di più di ebola, venti volte più letale: la prima ha colpito la Cina, centro nevralgico del Capitale, mentre la seconda si scatena in Africa, lontano dai centri di potere.

Se il capitale non può fare a meno della Cina, può almeno aiutare a risanarla? Il calcolo matematico può scoraggiare: le zone rurali e arretrate cinesi contano circa 550 milioni di persone, più di tutta l’Unione Europea, distribuite in circa 900 mila villaggi. Tuttavia, nelle scorse settimane il governo centrale ha saputo isolare efficacemente 60 milioni di persone nel giro di pochi giorni, una sfida impensabile per chiunque altro. Se c’è un Paese che può riuscire nell’impresa, è senz’altro la Cina. Gli stimoli possono provenire sia dal sistema pubblico, che ha ampi margini di manovra, sia dal privato, grazie all’abbondanza di tycoon dediti alla filantropia o a proteggere i propri business da futuri shock.

La Cina saprà dunque accogliere la sfida del risanamento, sollevando gran parte della popolazione da condizioni igieniche non più adeguate. È indispensabile per il suo popolo e per mantenere un ruolo centrale nella macchina produttiva globale. È il Capitale stesso che glielo chiede e che dovrà partecipare finanziariamente a questo grande sforzo economico bonificatore.