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Innovazione 2 Settembre, 2020 @ 12:52

Come si crea una star di TikTok? Ce l’ha spiegato il talent scout dei social network

di Annalia Venezia

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Eugenio Scotto, talent scout e manager delle star di TikTok

Che la piattaforma Tik Tok sia stata la protagonista dell’estate, non c’è ombra di dubbio. Da quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump gli ha dichiarato guerra, e due grandi colossi come Microsoft e Twitter si sono fatti avanti per acquistarla dalla società cinese Bytedance che la detiene, esperti finanziari, politici ed economisti in testa, non hanno più potuto ignorarla. E mentre alcuni esprimono giudizi – talvolta frettolosi – in Italia il più esperto del settore sostiene che i giochi non siano ancora chiusi. E che per lui poco cambierà.

Si chiama Eugenio Scotto, 34 anni, ed è uno dei talent scout e manager dei TikToker più quotati del momento. Quando lo incontro a Milano, nella sua agenzia One Shot fondata insieme a Matteo Maffucci, Benedetta Balestri e Massimo Levantini, non sembra scosso dall’idea che tra 45 giorni verrà messa al bando negli Stati Uniti la società con cui ha fatto fortuna. E anche i suoi assistiti sembra che dormano notti serene.

Gli adolescenti Elisa Maino, Valerio Mazzei, Marta Losito, Valeria Vedovatti, Zoe Massenti e i Q4, per dirne alcuni, sono tra i più famosi e seguiti di questa piattaforma social. I loro balletti, il loro stile, le loro parole sono seguite e imitate da milioni di ragazzi. Tutti fuggiti da Instagram, terreno degli adulti, e approdati tre anni fa sul social che appartiene – ancora per poco, sembrerebbe – all’imprenditore cinese Zhang Yiming.

«Le piattaforme social perdono magia quando entrano nel mezzo logiche di potere», dice alzando le braccia. «Non sono preoccupato perché ho imparato a diversificare. Ai miei ragazzi insegno un mestiere, a proteggersi nel mondo della comunicazione che sta diventando sempre più complesso. Se non hai una guida rischi di perderti e bruciarti in fretta», commenta.

Il suo stile è informale. Indossa una t-shirt bianca e le Nike. Le sue braccia sono piene di tatuaggi. Le pareti del suo studio sono coperte di opere d’arte. Lo noto e lui mi racconta la storia del tatuatore Luca Arancio, di Pinerolo, e di come lo abbia fatto diventare una star. «Ho una società d’arte, si chiama 4.4», spiega. Mentre mi accomodo sul divano si appassiona al racconto. «Quattro anni fa ho scommesso su di lui. L’ho accompagnato a Los Angeles a mostrare il suo book di disegni in alcune gallerie d’arte e dopo pochi mesi lo ha contattato il tatuatore di Rihanna, Justin Bibier e Miley Cyrus che voleva collaborare con lui. Oggi è talmente richiesto che anche io sono in attesa di essere ricevuto nel suo studio», ride.

Per investire da zero su un giovane artista deve averne di soldi da spendere.

«Non nasco ricco, sono figlio di due impiegati statali».

Quanto le è costato quell’investimento?

«Intorno ai 15 mila euro».

Che saranno tornati con gli interessi, immagino.

«Prima di partire con un progetto non penso al profitto. Mi fido del mio istinto, nasco sognatore».

Però oggi Arancio è tra i tatuatori più richiesti dagli adolescenti, fan dei suoi tiktoker. Un sognatore che sa creare un cortocircuito virtuoso.

«È richiesto perché è bravo. E non solo dagli adolescenti. Tra poco firmerà un’opera importante».

Quale?

«È ancora presto, non posso dirle di più».

È vero che anche lei, come altri, è una creatura di Francesco Facchinetti?

«Non sarei qui se non mi avesse teso la mano. Quindici anni fa ero un diciottenne di Reggio Calabria che guardava al futuro con molte aspettative. Ero quel che in gergo chiamiamo “nerd”. Dopo esserci conosciuti durante una sua trasferta, mi ha voluto come suo assistente. Ha visto in me qualcosa che altri non avevano colto. Ha fatto lui il mio biglietto, io avevo paura a partire».

E poi?

«Facchinetti pensava alla sua carriera di presentatore di X-Factor e io, oltre ad occuparmi della sua routine professionale, tenevo d’occhio altri giovani talenti. Era il 2008, il web stava crescendo ma i social non erano ancora al centro delle nostre vite. Io però mi ero appassionato ai siti MySpace e Youtube e di notte, quando non riuscivo a dormire, mi divertivo a cercare nuovi fenomeni».

È stato così che ha scovato il primo, il conduttore Frank Matano.

«Ma anche Chiara Biasi, Francesco Sole, Nesli, Gordon. Oggi sono tutti dei big da milioni di follower, entrati nell’agenzia di Francesco grazie ai miei suggerimenti. Mi occupavo io di loro mentre lui faceva altro».

Poi però, come spesso succede, per lei è arrivato il momento di mettersi in proprio.

«Dopo qualche anno è successo. È entrato un nuovo socio di Francesco e gli equilibri sono cambiati. All’inizio è stata una scelta difficile, quasi obbligata. Oggi li ringrazio».

I talent sono venuti con lei?

«No, della vecchia guardia mi ha seguito solo Gordon. I talent che seguo oggi sono tutti nati con me».

Come ha scoperto Tik Tok?

«Quattro anni fa. Mi trovavo a Los Angeles con Facchinetti, nella piscina di un albergo di Los Angeles. Due adolescenti simulavano un balletto davanti allo schermo del telefono. Mi sono alzato dal lettino e sono andato a chiedergli che applicazione fosse. Ai tempi si chiamava MusicalLy».

Che di lì a poco stava per essere acquisita dal gigante cinese Toutiao per 800 milioni di dollari, che l’avrebbe trasformata poi in Tik Tok.

«Pensi che oggi vale 100 miliardi di dollari, una cifra incredibile. È stato scaricato in tutto il mondo 2 miliardi di volte e ha 800 milioni di utenti attivi».

E di questi 800 milioni lei ne gestisce alcuni tra i più famosi. Come ha fatto?

«Osservando. Ho tenuto d’occhio alcuni ragazzi come Elisa Maino, che già a 14 anni era un portento. Nella classifica mondiale di MusicalLy era sempre tra i primi posti. Lei e i suoi genitori sono stati i primi a darmi fiducia. Da lì è iniziato il mio percorso».

Lavorare con i minorenni non sarà facile.

«No, per questo il lavoro della mia agenzia ha un valore reale. La prima cosa che dico ai manager che lavorano con me e si occupano dei progetti, è di avere una visione e far crescere la professionalità dei ragazzi. Il profitto non è la prima cosa da valutare».

Fa firmare ai ragazzi contratti decennali?

Ride. «Dalla nostra agenzia se ne possono andare tutti quando vogliono, per me vale più una stretta di mano».

Come si guadagna stando su Tik Tok?

«La misura dell’investimento dipende dal brand e dal Paese di interesse. Ma bisogna fare attenzione, il social ha una sua policy e va rispettata».

È vero che molte case discografiche e artisti che vogliono lanciare i loro singoli si rivolgono a lei?

«Da Fedez a Rovazzi, ho lavorato con tanti».

Se una canzone non funziona su Tik Tok non si produce?

«Non è detto, magari avrà solo un altro percorso. Certo è che se invece la canzone è “tiktoccabile”, diventa sicuramente una hit. Gli artisti oggi sono sensibili a questo tema».

Ci sono TikToker famose che poi si sono convertite alla musica?

«La più famosa è Anna con la canzone Bando. Era una tiktoker e ora il suo pezzo è diventato la colonna sonora del trailer del videogioco di Steam Need for Speed. C’è anche il cantautore Emanuele Aloia, che ha raggiunto 9 milioni di streaming e ha oltre 20 mila video su Tik Tok. Ora la sua canzone Il bacio di Klimt è diventato disco d’oro».

Qualcuno dice che c’è un algoritmo “magico” che rende alcuni player più famosi di altri. Che cosa c’è di vero?

«Di magico non c’è niente. È più matematica, una specie di intelligenza artificiale. Sono variabili che messe insieme funzionano. È un incastro che rende popolare un contenuto».

Perché Tik Tok è un prodotto di successo?

«La chiave sta in quei 15 secondi di video, quanto dura la soglia di attenzione dei ragazzi. Che subito dopo passano ad altro. Vince chi sa attrarre l’attenzione in quel lasso di tempo».

Quindi anche i contenuti dei suoi assistiti non sono casuali.

In agenzia i ragazzi non sono mai lasciati in balìa di se stessi. Non conta Tik Tok, conta un metodo di lavoro che noi gli diamo. E che rimarrà sempre, su qualsiasi piattaforma decideranno di lavorare».

Mentre Tik Tok ha il futuro incerto lei che piattaforme sta studiando?

«Triller e Reel, il nuovo prodotto su cui Instagram stava lavorando da quasi un anno».

Alcuni sostengono che gli influencer, durante il lockdown, abbiano dimostrato la loro vulnerabilità. Che ne pensa?

«In assenza di eventi da raccontare alcuni hanno fatto più fatica. La comunicazione non si improvvisa, va studiata. E i brand sono i primi a cogliere le falle dei progetti, soprattutto quando il mercato va a rilento e non c’è la pazienza di aspettare».

Quale settore si sta muovendo ora?

«Qualche mese fa sono diventato consulente dell’agenzia Mkers, ingaggiamo i campioni mondiali di Fifa. Hanno un seguito enorme, i loro fan si sintonizzano a qualsiasi ora per seguirli e i brand ne hanno capito il potenziale. Stanno diventando, più o meno, come i campioni di Formula 1 o MotoGp».

È vero che sta lanciando in borsa l’applicazione X-Tribe?

«È un’applicazione di compravendita, rispetto ai competitor ha il vantaggio della geolocalizzazione. L’abbiamo ideata cinque anni fa io ed Enrico Dal Monte. Guadagna sulla pubblicità».

Di strada ne ha fatta molta, tutti cercano i suoi consigli. Lei a chi li ha chiesti?

«Me ne è bastato uno. “Nella vita bisogna saper aspettare, la pazienza è un’arma utilissima”. Lo diceva sempre mia nonna che oggi non c’è più. Aveva ragione».

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