I 40 anni della Ferrari della tastiera: come i pianoforti Fazioli hanno conquistato (anche) Bocelli, Bollani e Herbie Hancock

Fazioli fabbrica
(courtesy Fazioli)
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Fazioli è il nostro pianoforte di bandiera: lo abbiamo visto il 2 giugno, alla destra del presidente Sergio Mattarella, per il discorso della Festa della Repubblica. È la Ferrari della tastiera, nelle sale da concerto, teatri e scuole che contano, dal Teatro alla Scala alla Cappella Paolina del Quirinale, dalla Fenice di Venezia alla Sala Čajkovskij di Mosca, fino Juilliard School di New York. È il manufatto dei sogni di ogni pianista. Se ne possiedi uno, i casi sono due: o disponi di buone risorse finanziarie e lo vuoi perché ormai è uno status symbol, oppure sei così affermato da poterti permetterti tale lusso.

Costi? Dagli 80 ai 160mila euro. Si sale vorticosamente per i prodotti più esclusivi, quelli cuciti ad personam per facoltosi (e fantasiosi) committenti: si va da un pianoforte coperto d’oro 24 carati a uno rosso Ferrari. “Andai direttamente in azienda per chiedere delle lamiere, così da replicare lo stesso rosso”, spiega, a tal proposito, Paolo Fazioli, classe 1944, ingegnere con diploma di pianoforte, di Roma ma trasferitosi nella friulana Sacile per collaborare con il mobilificio di famiglia, Mim, all’interno del quale avviava poi la sua impresa. La Fazioli, appunto, oggi 10 milioni di fatturato. Un uomo – spiega il pianista Maurizio Baglini – che coltiva “la qualità, non il brand. La sostanza e non l’apparenza. La sperimentazione e non la provocazione gratuita”.

E a proposito di consumatori di primo piano, possiedono e studiano quotidianamente su un Fazioli Andrea Bocelli, Baglini, Beatrice Rana, Stefano Bollani. Uscendo dal’Italia, menzioniamo le vette dei rispettivi generi: Herbie Hancock (jazz) e Daniil Trifonov (classica).

Fazioli Teatro Olimpico
(Colorfoto)

Quella di Fazioli è una bella storia italiana, iniziata 40 anni fa e narrata in un libro edito Rizzoli (Dal sogno al suono). Una storia tessuta di coraggio, visionarietà, determinazione. E tanta verità: in tal senso si parte dal nome, difeso a spada tratta e tradotto in una firma inconfondibile dal designer Giulio Confalonieri. Perché negli anni Ottanta promuovere un pianoforte di fattura italiana equivaleva al lanciare – oggi – un vino cinese sul mercato italo-francese: si usavano terminologie tedesche per guadagnare in credibilità. “Se faccio pianoforti, metto il mio nome. Non voglio imbrogliare”, disse, invece, Fazioli. Lo abbiamo incontrato al Teatro Olimpico di Vicenza, per le Settimane musicali. Ai suoi due pianoforti sedevano i pianisti Baglini, Prosseda, Strata e Trolese, due generazioni a confronto. Stesso discorso per gli strumenti: l’uno di 20 anni e il secondo fresco di fattura, n. 3190, da battezzare. Lì, su quel palcoscenico firmato Andrea Palladio e primo nel suo genere. Un tripudio di italianità fatto di arte, alta artigianalità, design, simmetrie, originalità. 

Producete circa 150 pianoforti l’anno. Bastano?
In realtà, la domanda supera l’offerta, e questo sta diventando un bel grattacapo. Del resto, il nostro è un approccio artigianale, non abbiamo catene di montaggio. Ogni pianoforte viene fatto singolarmente e richiede professionalità molto particolari, al punto che ormai siamo noi stessi una scuola. 

Pensate dunque di crescere? 
Ogni anno facciamo un passo in più, ma è una crescita lenta perché la prima preoccupazione è assicurare un’alta qualità. I nostri pianoforti richiedono un sapere che va coltivato, siamo in 50 e gradualmente introduciamo altri giovani. Ma ci vuole tempo per raggiungere il livello di manualità richiesto.

A inventare il pianoforte, nel Settecento, fu il padovano Bartolomeo Cristofori. Ora si chiude il cerchio con Fazioli a Sacile. 
Di fatto è un po’ un ritorno a casa. Del resto, siamo in un’area con un’importante tradizione nella lavorazione artigianale del legno, così possiamo attingere direttamente dal territorio.

Il vostro competitor è Steinway & Sons che ha una storia di 160 anni. Vi guardate a vicenda?
Così dicono. O almeno, pare che loro ci tengano d’occhio. Noi proseguano per la nostra strada.

Come è composto il vostro mercato?
È molto diversificato e cresce ogni anno. Per il 90% è straniero, ma fino a qualche anno fa lo era per il 95%. Veder crescere il mercato interno mi fa molto piacere.

Quali sono i tempi di creazione di un pianoforte?
Due anni complessivi, tuttavia ci sono periodi di stasi in cui il pianoforte viene lasciato riposare e si lavora su altro. 

Il violino vive secoli e di anno in anno migliora le prestazioni. Per il pianoforte il discorso è diametralmente opposto. Un gran peccato in termini di prestazione, ma anche di investimento.
Vero, però la tenuta sta migliorando e di molto. Oltre i 40 anni non posso garantire, ma su questo numero sì.

Dov’è l’Ur-Fazioli, il primo strumento che debuttò nel 1980?
Me lo sono ricomprato.

Il rapporto con il vostro strumento cambia a seconda che si tratti di pianisti di classica o di jazz?
I pianisti jazz si affezionano immediatamente allo strumento perché, improvvisando, hanno bisogno di continui e nuovi spunti. Quelli di classica sono, in genere, più abitudinari, perché le loro prestazioni sono legate alla tecnica, a uno studio digitale accuratissimo. E capisco che, se sei abituato a condurre quella determinata macchina, riesci a farla camminare bene e molto.