Mancano i chip e ancora non ha prodotto un’auto. Ma Rivian punta a un’Ipo da 80 miliardi

Rivian R1S
(foto Rivian)
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La prima fabbrica deve ancora sfornare la prima auto. Eppure, tra meno di tre mesi Rivian potrebbe diventare una delle case automobilistiche di maggiore valore al mondo. La startup di veicoli elettrici che sogna di diventare l’anti-Tesla ha infatti in programma di sbarcare a Wall Street a ridosso del giorno del Ringraziamento, che cade quest’anno il 25 novembre. E prevede una valutazione iniziale di 80 miliardi di dollari. Una cifra ancora irrisoria rispetto a quella di Tesla – la prima casa automobilistica al mondo per capitalizzazione di mercato, con oltre 720 miliardi di dollari -, ma più alta di quelle di produttori statunitensi storici come General Motors (71,4 miliardi) e Ford (52,6).

La startup meglio finanziata al mondo

Fondata nel 2009 da RJ Scaringe – un dottorato in ingegneria meccanica al Mit e un patrimonio di 3,4 miliardi di dollari -, Rivian impiega circa 7mila persone e ha sede a Irvine, a sud di Los Angeles. In California, quindi, ma a 600 km dalla Silicon Valley. Come riporta Forbes, dall’inizio del 2019 a oggi ha raccolto più fondi di qualsiasi altra startup sul pianeta nello stesso periodo: circa 10,5 miliardi di dollari. Poco più di un mese fa, il Climate pledge fund di Amazon ha guidato un’altra iniezione di capitale da 2,5 miliardi.

Amazon, del resto, non si è limitata a finanziare Rivian, come hanno fatto, tra gli altri, Ford, Cox Automotive, T. Rowe Price, Fidelity, D1 capital partners e BlackRock. Nel 2019, aveva infatti annunciato un accordo per la fornitura di 100mila veicoli elettrici per le consegne. Mezzi che, nello scorso febbraio, hanno iniziato a circolare a Los Angeles.

Rivian, una casa automobilistica. O quasi

Come scrive il Sole 24 ore, per Rivian sarebbe corretto parlare di una “quasi” casa automobilistica. Alla fine di luglio l’azienda ha annunciato infatti di dovere rimandare a settembre 2021 l’avvio della produzione nell’ex stabilimento Mitsubishi di Normal, in Illinois, previsto in origine già per il 2020.

Ciò nonostante, pochi giorni più tardi la Reuters raccontava come l’azienda stesse già valutando l’apertura di un secondo stabilimento da 5 miliardi di dollari a Fort Worth, in Texas. Una notizia che ha portato il futuro rivale Elon Musk a suggerire su Twitter di pensare a “far funzionare la prima fabbrica. È incredibilmente difficile raggiungere un grosso volume produttivo a un costo unitario sostenibile”.

Il problema dei chip

I piani per una seconda fabbrica e per un’imminente quotazione in Borsa sfidano la preoccupazione dell’industria automobilistica per la carenza di chip a livello globale. Una crisi che, per esempio, pochi giorni fa ha costretto Sevel, società del gruppo Stellantis, a fermare per una settimana la produzione della fabbrica del Fiat Ducato, a Chieti. Anche Toyota, ricordava Forbes Italia il 27 agosto, ha dovuto ridimensionare le previsioni del 40%. “Una decisione analoga a quella di Volkswagen, che ha annunciato il taglio della produzione nel suo impianto di Wolfsburg”.

La stessa Rivian, quando ha rimandato l’inizio della produzione nella fabbrica di Normal, ha indicato quale principale ragione proprio la carenza di chip. Un problema che secondo Michael Dell, fondatore e amministratore delegato dell’azienda di computer che porta il suo nome, non è destinato a una soluzione rapida. “Anche se nuove fabbriche di chip sono in costruzione in varie parti del mondo”, ha detto Dell, “le filiere produttive non possono essere avviate in tempi brevi. Credo che saranno necessari diversi mesi, forse anni”.

Rohm – azienda giapponese che rifornisce, tra gli altri, Toyota – ha confermato di prevedere ritardi nelle forniture almeno per tutto il 2022. E un membro del consiglio di amministrazione di Bosch, primo fornitore mondiale di parti per automobili, ha dichiarato alla Cnbc che “la supply chain dell’industria automobilistica non è più all’altezza”.

Rivian e il boom delle Ipo

L’Ipo di Rivian potrebbe anche servire come verifica dello stato di salute del fenomeno Ipo. Il 1 agosto, Forbes titolava: “Il flop di Robinhood potrebbe essere il punto di svolta del più grande anno di Ipo nella storia di Wall Street”. Il riferimento era allo sbarco al Nasdaq della piattaforma di trading online, risalente a pochi giorni prima, definito da Bloomberg “il peggior debutto di sempre per un’Ipo di quelle dimensioni”.

“Forse, tra qualche anno, ci guarderemo indietro e rideremo nello stesso modo in cui oggi ridiamo del ‘deludente’ esordio in Borsa di Facebook nel 2012”, si legge nell’articolo. “In senso assoluto, la quotazione di Robinhood e il valore di 30 miliardi di dollari che ha raggiunto potrebbero essere passi nella giusta direzione. Ma la società è rimasta molto lontana dalle cifre circolate negli ultimi mesi”. E “c’è motivo di credere che il caso di Robinhood sia parte di una tendenza più ampia”.

Lo stesso articolo cita infatti il Financial Times, che già a fine maggio evidenziava come la corsa degli investitori alle società fresche di Ipo si fosse raffreddata tra il primo e il secondo trimestre del 2021. Il presidente del Nasdaq, Nelson Griggs, in un’intervista a Bloomberg ha ammesso la possibilità che gli investitori “siano un po’ stanchi. C’è ragione di pensare che sia il momento di una piccola pausa”.

È un altro articolo di Forbes, tuttavia, a spiegare perché né la mancanza di chip, né la “fatica da Ipo” preoccupi Rivian: “L’industria automobilistica può consumare molto capitale. Le tasche incredibilmente profonde di Rivian sono ciò che la distinguono dalla concorrenza e perfino da rivali cinesi di cui si parla molto, come Nio e Li Auto”.

Il piano, dunque, è sempre lo stesso: lanciare quanto prima il suv elettrico R1S e il pickup R1T, pensato per fare concorrenza al Cybertruck di Elon Musk.