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Trending 25 Febbraio, 2020 @ 12:01

La storia di Moderna, l’azienda che ha sviluppato il primo vaccino in test per il coronavirus

di Massimiliano Carrà

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moderna (vaccino contro coronavirus)
Gettyimages

Dopo tante ricerche, il vaccino contro il coronavirus è pronto per essere testato sull’uomo. A renderlo noto è la stessa società che lo ha realizzato, ossia la società di biotecnologia Moderna. Con sede a Cambridge, nel Massachusetts, Moderna è una società specializzata nella scoperta e nello sviluppo di farmaci basati sull’RNA messaggero. Proprio per questo, il suo nome originario era ModeRNA.

La notizia della realizzazione di un vaccino contro il coronavirus sta già facendo il giro del mondo. Ovviamente, come ha dichiarato Anthony Fauci al Wall street Journal, direttore dell’Istituto Nazionale americano di allergia e di malattie infettive (parte dell’Istituto Nazionale della Salute a cui sono state inviate le fiale necessarie) i tempi non saranno brevissimi. 

Infatti, Fauci ha sottolineato che si aspetta di far partire la sperimentazione su circa 20-25 pazienti sani ad aprile e di avere a disposizione i primi risultati tra luglio e agosto. Entrando, invece, proprio nel merito scientifico, il vaccino contro il coronavirus creato da Moderna si chiama mRna-1273 e la sua principale componente vaccino è la proteina S che ospita l’infezione cellulare, come è già avvenuto con la Sars.

Moderna: la storia dell’azienda

Come tutte le aziende biotecnologiche, la storia di Moderna è abbastanza recente. Tant’è che anche se è stata fondata nel 2010, in realtà ha rivelato ufficialmente le sue attività al pubblico a partire dal 2013.  Fino a dicembre 2012 Moderna ha infatti lavorato in modo invisibile, il suo sito web era abbastanza vago e tutti i dipendenti nello svolgere le loro attività rispettavano uno stretto accordo di riservatezza. Lo studio dell’azienda si basa soprattutto sul lavoro scientifico di base di Derrick Rossi ad Harvard, il cui laboratorio ha sviluppato un metodo per modificare l’mRNA.

Sul finire del suo “lavoro invisibile” e quindi prima di presentarsi ufficialmente alla gente, Moderna è riuscita a raccogliere 40 milioni di dollari dall’unità VentureLabs di Flagship Ventures e da altri investitori privati. Nel marzo 2013, Moderna e AstraZeneca hanno firmato un accordo di opzione esclusiva di cinque anni per scoprire, sviluppare e commercializzare le terapie dell’mRNA per il trattamento di gravi malattie cardiovascolari, metaboliche e renali, nonché obiettivi selezionati in oncologia. 

L’accordo prevedeva un pagamento anticipato di 240 milioni di dollari a Moderna, ossia uno dei più grandi investimenti iniziali mai registrati in un accordo di licenza dell’industria farmaceutica che non comporta un farmaco già testato in studi clinici.

In meno di due anni di incentivi e di ricerca, dall’ottobre del 2013 all’inizio di gennaio 2015, Moderna ha raccolto quasi un miliardo di dollari di finanziamenti, con precisione 950 milioni di dollari per collaborazioni, ricerche e per combattere le malattie rare, orfane, infettive e le armi biologiche. Sempre a gennaio 2015, precisamente l’8, Moderna ha lanciato Valera, un’impresa focalizzata esclusivamente sull’avanzamento di vaccini e terapie per la prevenzione e il trattamento delle malattie virali, batteriche e parassitarie. 

Successivamente ha annunciato un accordo di licenza e collaborazione con Merck per la scoperta e lo sviluppo di vaccini contro le malattie virali. Nel maggio 2015 Moderna ha lanciato Elpidera, un’impresa focalizzata esclusivamente sullo sviluppo di medicinali a base di RNA messaggero (mRNA) per il trattamento di malattie rare e il 22 ottobre 2015, ha lanciato Caperna, focalizzata sui vaccini personalizzati per il cancro. 

Come si può vedere anche da quanto pubblicato sul loro sito, Nel gennaio 2016, Moderna ha stipulato un accordo quadro per un progetto sanitario globale con la Fondazione Bill & Melinda Gates per promuovere progetti di sviluppo basati sull’mRNA per varie malattie infettive.

Come afferma l’azienda, la Bill & Melinda Gates Foundation ha infatti investito 20 milioni di dollari per sostenere il progetto per aiutare a prevenire il virus dell’immunodeficienza umana o l’HIV, le infezioni. I progetti successivi stipulati con la Fondazione potrebbero portare, come dichiara l’azienda stessa, a un totale di finanziamenti di 100 milioni di dollari.

Dopo aver ricevuto altri notevoli investimenti e altre collaborazioni, tra cui quella nel 2016 con AstraZeneca per sviluppare due programmi di immuno-oncologia mRNA o con Merck per autorizzare un programma di vaccinazione per un virus non divulgato e per sviluppare vaccini antitumorali personalizzati, a dicembre 2018 Moderna ha rivelato la sua decisione di quotarsi in Borsa a Wall Street (sul Nasdaq).

L’andamento in Borsa di Moderna

Oltre che aver dato una speranza molto grande, la notizia di aver sviluppato un vaccino contro il coronavirus permetterà senza ombra di dubbio alle azioni del  titolo Moderna di volare a Wall Street. Secondo le diverse indicazioni, infatti, il titolo dell’azienda biotecnologica ha chiuso le contrattazioni after hour in rialzo del 16 per cento. 

Nella giornata di ieri, prima che venisse comunicata la notizia del vaccino contro il coronavirus, il titolo Moderna ha comunque chiuso in positivo dell’1,94%. Un vero e proprio miracolo visto che nella giornata di ieri il Nasdaq ha ceduto il 3,89%.

In sei mesi il titolo dell’azienda del Massachusetts ha guadagnato a Wall Street il 24,18%, su un arco di tempo annuale invece la performance è negativa per 13 punti percentuali e mezzo.  

Business 21 Febbraio, 2020 @ 11:37

E-Trade, dal trading online al tempio di Wall Street

di Massimiliano Carrà

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morgan stanley sede
Mario Tama – Getty Images

È tutto vero: Morgan Stanley acquisirà per 13 miliardi di dollari una delle piattaforme di trading online più famose di Wall Street e non solo: E-Trade. Oltre ad aver scosso la giornata americana di Borsa di ieri, l’operazione finanziaria intentata da Morgan Stanley è già storia: è la più grande acquisizione dalla crisi finanziaria scoppiata negli Usa a causa dei mutui subprime.

Inseguita fin dal 2002, come hanno rilevato i vertici di Morgan Stanley, la fusione con E-Trade ha un obiettivo preciso per la banca americana fondata nel 1935: accelerare e completare la trasformazione del gruppo in un leader della gestione di fondi per conto di piccoli investitori e risparmiatori.

I dettagli dell’operazione tra Morgan Stanley e E-Trade

Entrando nei dettagli dell’operazione, l’acquisizione di E-Trade lanciata da Morgan Stanley è una transazione orchestrata tutta in azioni. In sintesi un’offerta pubblica di scambio che permetterà agli investitori del broker online di ricevere 1,0432 azioni di Morgan Stanley per ognuna di quelle di E-Trade in loro possesso, ossia circa 58,74 dollari, con un premio del 30% rispetto alla chiusura di mercoledì.

Come rivelato dalle due aziende protagoniste, l’acquisizione dovrebbe concludersi nel quarto trimestre 2020 (quindi a fine anno), e permetterà a Morgan Stanley di acquisire 5 milioni di clienti, una banca online e 360 miliardi di dollari di attività, che si sommano al suo portafoglio di 3 milioni clienti e ai 2.700 miliardi di dollari di attivi dei clienti. 

Di conseguenza, una volta completata la fusione, le operazioni di wealth management di Morgan Stanley avranno complessivamente oltre otto milioni di utenti e attività in gestione stimate in 3.100 miliardi. Ma non è tutto. Secondo i calcoli fatti dalla banca stessa e dagli analisti, Morgan Stanley con l’acquisizione di E-Trade dovrebbe risparmiare fino a circa 400 milioni di dollari in costi e creare sinergie per circa 150 milioni di dollari.

Perché è nata l’operazione E-Trade e Morgan Stanley?

Quando si concretizza un’acquisizione di questa rilevanza economica, e non solo, le motivazioni e le implicazioni sono ovviamente diverse e innumerevoli. Dal punto di vista strategico è sicuramente una risposta alla fusione tra la banca americana Charles Schwab e il broker online TD Ameritrade.

Proprio per questo motivo, l’acquisizione da parte di Morgan Stanley è una vera e propria ancora di salvataggio per E-Trade, che in seguito alla fusione di Schwab e TD Ameritrade aveva visto decrescere sostanzialmente le sue quotazioni. Per la banca americana, invece, rappresenta un’opportunità in più in materia anche e soprattutto di servizi offerti. Infatti, oltre ad aver un gruppo di 15.500 advisers dediti al servizio di clienti con patrimoni milionari, l’anno scorso ha lanciato un servizio online mirato a risparmiatori non ricchi.

Adesso, quindi grazie alla potenza e fame di E-Trade potrà ampliare e rafforzare tutto ciò. Nella gestione di azioni per conto di dipendenti, la futura Morgan Stanley infatti potrà far leva su oltre 4.000 clienti corporate.

Le reazione in Borsa dei titoli

Vista l’importanza dell’operazione, la reazione in Borsa dei titoli delle due società è stata abbastanza evidente, sia positivamente, sia negativamente. Il sentiment degli investitori di Morgan Stanley e di E-Trade è stato infatti totalmente opposto.

I primi non sono risultati molto convinti della decisione intrapresa, tant’è che nella seduta di ieri il titolo quotato alla Borsa di New York ha ceduto il 4,55%, con le azioni che sono passate da 56,51 dollari per azione a 53,75 dollari per azione.

Totalmente contraria, invece, la reazione degli investitori di E-Trade. Quotato sul Nasdaq, il titolo della piattaforma di trading online è andato incontro a un rally positivo del 21,81%, con le azioni che sono volate da 44,93 dollari per azione e 54,73 dollari per azione. 

Leader 4 Febbraio, 2020 @ 11:28

Tesla senza freni: +20% in Borsa. E Musk si avvicina alla top 20 dei più ricchi

di Massimiliano Carrà

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Elon Musk , cofondatore e Amministratore Delegato Tesla
VCG – Getty Images

Tesla non si scarica mai e viaggia veloce verso la storia. Detta così, sembrerebbe il claim di una nuova pubblicità, eppure è l’estrema sintesi della performance della casa automobilistica in Borsa. Nella giornata di ieri il titolo Tesla, quotato a Wall Street, ha guadagnato quasi il 20%, con precisione, il 19,89%. 

Un rally importante che ha permesso all’azienda guidata dal miliardario e filantropo Elon Musk di far volare il prezzo delle azioni e di mettere a segno la migliore seduta da maggio 2013. Infatti, se venerdì alla chiusura delle contrattazioni, il prezzo delle azioni era di 650,47 dollari per azione, ieri alla chiusura è balzato a 780 dollari per azione, ossia quasi 130 dollari in più. Ma non è tutto. Per la gioia di Elon Musk (che da ciò ne guadagnerebbe un mega bonus) ormai la capitalizzazione di mercato di Tesla è stabilmente sopra il muro dei 100 miliardi di dollari. Ieri infatti si è attestata a 140,59 miliardi di dollari. 

Tesla: quali sono le motivazioni del rally?

Tra le motivazioni che hanno spinto il titolo Tesla a guadagnare quasi il 20% in Borsa nella seduta di ieri:

  • il fatto che gli analisti di Argus Research hanno aumentato l’obiettivo di prezzo per Tesla da 556 a 808 dollari, ossia tra i più alti di Wall Street, soprattutto per gli ottimi risultati che l’azienda ha ottenuto nel quarto trimestre;
  • la società di investimento ARK Investment Management ha recentemente aggiornato il suo modello di valutazione per riflettere l’enorme potenziale al rialzo di Tesla. Tant’è che ritiene che il titolo potrebbe valere dai 7mila ai 15mila dollari entro il 2024.

Ovviamente, va anche sottolineato che la scorsa settimana Tesla ha battuto gli utili (segnalando il secondo trimestre consecutivo di redditività) e che grazie anche al lancio della Gigafactory a Shaghai, ha impressionato Wall Street con le crescenti consegne. Tant’è che Elon Musk ha promesso di aumentare le vendite globali di veicoli di oltre un terzo nel 2020 e di “superare comodamente” mezzo milione di unità (rispetto alle 367.000 dell’anno scorso).

Azioni Tesla: +149% in 12 mesi, Musk aumenta il suo patrimonio

Come dicevamo, le continue performance positive in Borsa di Tesla ormai nell’ultimo anno non sono una novità. Negli ultimi 12 mesi infatti il titolo della casa automobilistica americana ha fatto registrare una crescita straordinaria: +149,29%.  Infatti, se lunedì 4 febbraio 2019 alla chiusura delle contrattazioni le azioni si attestavano a 312,89 dollari per azione, adesso si attestano a 780 dollari per azioni, ossia 467,11 dollari in più per azione.

Ciò significa che chi aveva 10mila azioni e non l’ha vendute (ed il titolo Tesla è il più “shortato” a Wall Street) ad oggi in un anno ha guadagnato 4,6 milioni di dollari. Questo può rendere l’idea di quanto stia guadagnando Elon Musk (che adesso punta a rientrare tra la top 20 degli uomini più ricchi al mondo), visto che l’imprenditore americano detiene circa il 19% di Tesla.

Business 23 Dicembre, 2019 @ 11:00

Perché i bonus di Wall Street non sono più quelli di una volta

di Paolo Mossetti

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Il floor del Nyse
Il floor del Nyse di New York (Eduardo Munoz Alvarez/Getty Images)

Quest’anno sarà un Natale piuttosto magro per i manager di Wall Street. Magro per modo di dire, ovviamente. Nonostante, in un anno, il NYSE Composite, l’indice di mercato che copre tutte le azioni della Borsa di New York, abbia raggiunto una crescita del +19.62% mentre il Nasdaq del +29.33%, le società quotate distribuiranno ai loro manager il 9% di bonus in meno rispetto allo scorso anno: da circa 27,5 miliardi di dollari a 25 miliardi. Una cifra che rappresenta comunque da sola il doppio di quanto guadagna il milione di lavoratori che percepisce il salario minimo.

Tradizionalmente, i bonus sono emessi – o almeno annunciati – dai primi di dicembre fino ai primi di gennaio. Il loro andamento attuale riflette i tempi difficili per il settore bancario, colpito da tassi d’interesse bassi o negativi, guerre commerciali, tensioni politiche e mercati molto volatili. Eppure, il fatto che Wall Street abbia chiuso l’anno in territorio decisamente positivo e un tasso di disoccupazione negli Stati Uniti che resta ai minimi storici non bastano, da soli, a garantire l’incremento dei bonus nel settore delle securities.

Le riforme proposte dopo la gigantesca bolla dei mutui del 2008 e la conseguente crisi della finanze, che avrebbero dovuto mettere un freno alla politica dei bonus stellari (considerati un incentivo a rischi eccessivi) non hanno quasi mai tagliato il traguardo. E quando sono state trasformate in legge hanno lasciato molti margini di discrezionalità, nei quali si sono infilate di nuovo le aziende quotate. E ciò nonostante molte banche stiano autonomamente scegliendo di ridurre i bonus, oppure optino per modalità di compensazione differita, ad esempio in forma di azioni anziché in liquidità.

Le somme di cui parliamo restano in ogni caso strabilianti, arrivando tranquillamente a sei o sette cifre, costituendo talvolta un terzo o più del compenso annuale dei dirigenti aziendali. Il valore medio dei bonus pagati ai mogul di Wall Street è stato di circa 153 mila dollari nel 2018 – già in calo del 17% rispetto all’anno precedente, nonostante una ripresa degli utili nel settore finanziario. Il salario medio per i manager della borsa newyorkese è stato di circa 422 mila dollari nel 2017 (ultimi dati disponibili), vale a dire oltre cinque volte più alto di quello di un salario medio nel settore privato degli Stati Uniti.

Rispetto agli anni passati, i dirigenti di Wall Street non hanno aperto bocca su ciò che sta succedendo con i bonus; perché, come riporta Reuters resta ancora da vedere come andrà il mercato dei prestiti overnight alla fine di dicembre, e sul possibile effetto a catena su altri mercati. Nel frattempo, riferisce Cnbc, Morgan Stanley starebbe licenziando più di 1.000 persone – il 2% della sua forza lavoro: un annuncio che arriva prima della fine dell’anno per “evitare di pagare i bonus”. La banca si è giustificata citando “una incerta prospettiva economica globale”, e i suoi tagli potrebbero essere seguiti presto da altri istituti di credito.

La situazione è in forte contrasto con quello che succedeva 10 anni fa, quando i bonus di Wall Street erano fantasmagorici a dispetto di una economia afflitta dalla grande recessione (prodotta in larga misura dalle banche) e di un settore finanziario salvato grazie a mastodontici bailout governativi. Bisogna però considerare, scrivono su Axios, quanto il calo dei bonus possa avere un effetto negativo sulle metropoli che vivono dell’indotto di Wall Street. A tremare, in particolare, ci sono gli impiegati nel settore immobiliare.

I bonus della classe manageriale finanziaria, prima della crisi del 2008, funzionavano un po’ da barometro per il real estate: se erano in salita si scatenavano gli acquisti nelle contee più ricche ed esclusive di Long Island e del New Jersey; al primo segno di calo, si scatenava il panico tra gli intermediari. Adesso le cose non funzionano più così, e chi si è arricchito in questo modo deve adattarsi alla situazione.
Inoltre, piaccia o no, i bonus del settore delle securities sono sempre stati una risorsa per New York, dal punto di vista fiscale. Il loro calo vuol dire meno introiti per lo Stato e fondi in diminuzione per i programmi governativi. Allo stesso tempo, secondo la società di consulenza finanziaria Johnson Associates, i manager degli hedge fund non dovrebbero subire la medesima sorte, e i pagamenti del settore dovrebbero addirittura aumentare del 5%.

Tecnologia 14 Agosto, 2019 @ 4:57

Ora è ufficiale: WeWork in Borsa entro il 2019, ma con un fardello di 900 milioni $

di Daniel Settembre

Staff writer, Forbes.it

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La sede di WeWork a New York. (Shutterstock.com)

Da tempo attesa e da molti anticipata, Wework ha infine ufficializzato il suo sbarco in Borsa. Il colosso del co-working, ora noto come The We Company, ha annunciato di aver depositato la documentazione necessaria per la quotazione alla Sec che prevede con ogni probabilità l’ipo già il mese prossimo, con ticker di negoziazione che sarà WE. L’unicorno statunitense si aggiunge così alle numerose quotazioni di compagnie tecnologiche avvenute nel 2019.

Dal prospetto depositato emerge che la società ha registrato ricavi per 1,54 miliardi di dollari, ma una perdita netta di oltre 900 milioni nei primi sei mesi di quest’anno (circa il 25% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso). L’anno scorso è stato archiviato con una perdita di 1,9 miliardi di dollari. Una cifra superiore a quella di altri due colossi da poco in Borsa: Uber (perdita di 1,8 miliardi nel 2018) e Lyft (900 milioni di dollari).

L’unicorno con base a New York ha però raggiunto una valutazione di 47 miliardi di dollari a gennaio, raccogliendo $ 8,4 miliardi da quando nel 2010 è stato fondato da Adam Neumann e Miguel McKelvey – ai quali Forbes stima un patrimonio netto rispettivamente di $ 4,1 miliardi e $ 2,9 miliardi. Tra i suoi investitori ci sono gruppi come SoftBank, Benchmark, T. Rowe Price, Fidelity, Goldman Sachs. Nel prospetto, WeWork fa anche riferimento a operazioni di emissioni di debito fino a 6 miliardi di dollari che conta di chiudere in concomitanza con l’Ipo.

Nel tentativo di diversificare il proprio business, inoltre, la società si sta espandendo anche nel settore dei complessi co-abitativi con il suo brand WeLive, così come nell’educazione scolastica con le attività di WeGrow, e nel settore dell’health e del wellness con WeRise.

Infine, a novembre 2018 WeWork aveva annunciato il proprio sbarco in Italia. L’azienda di coworking aprirà i suoi primi spazi a Milano, in Via Giuseppe Mazzini e in via Meravigli, nel 2020. “L’apertura in Italia è stata per noi una scelta naturale”, aveva commentato Audrey Barbier-Litvak, general manager, WeWork Southern Europe.

Leader 6 Agosto, 2019 @ 9:35

Bezos vende ancora azioni Amazon: l’incasso sfiora i 3 miliardi di dollari – PODCAST

di Forbes.it

Staff

La redazione di Forbes.Leggi di più dell'autore
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Ascolta “Editors’ Picks del 7 Agosto 2019” su Spreaker.

L’uomo più ricco del mondo fa cassa. Negli ultimi tre giorni di luglio Jeff Bezos aveva reso noto alle autorità di mercato Usa la cessione di azioni Amazon per un valore di 1,8 miliardi di dollari. Solo ieri un nuovo aggiornamento, che porta il computo totale della liquidazione di Bezos a quasi 3 miliardi di dollari.

Secondo i documenti depositati ieri alla Securities and Exchange Commission (la Consob americana), nei primi due giorni di agosto Jeff Bezos avrebbe infatti venduto altre 530mila azioni Amazon. Che a un prezzo medio di 1.900 dollari per azione danno forma a un ricavo dalla vendita pari a 990 milioni di dollari, di cui, al netto delle tasse, il fondatore del più grande gruppo di e-commerce al mondo metterà in tasca 750 milioni.

Da fine luglio, e in meno di 10 giorni, Bezos ha dunque venduto azioni per un valore (al lordo delle tasse) di quasi 2,8 miliardi di dollari. Un tocco magico quello del miliardario, almeno in termini di tempismo, perché le vendite di azioni Amazon sono avvenute proprio alla vigilia del più rilevante capitombolo di Wall Street da inizio anno, andato in scena proprio ieri. Così Bezos è riuscito a vendere al prezzo unitario di circa 1.900 dollari azioni che alla chiusura di ieri erano valutate 1.765 dollari.

Ai valori di Borsa di ieri il patrimonio di Bezos è valutato 110,1 miliardi.

Investimenti 20 Giugno, 2019 @ 11:22

Al via la quotazione di Slack. Il fondatore ora è un miliardario

di Daniel Settembre

Staff writer, Forbes.it

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Stewart Butterfield, ceo di Slack, avrà un patrimonio stimato da Forbes di 1,2 miliardi di dollari dopo la quotazione della società da lui co-fondata. (Photo by Kimberly White/Getty Images for New York Times)

Tutto pronto per il debutto di Slack, il servizio di tool per la collaborazione aziendale che ha guadagnato estrema popolarità tra alcune delle imprese più innovative. Il prezzo fissato per l’Ipo,  che secondo il Wall Street Journal dovrebbe avvenire oggi, è di $ 26. Un prezzo sulla base del quale l’intera società sarebbe valutata $ 15,7 miliardi e che farebbe entrare il suo fondatore e amministratore delegato, Stewart Butterfield (che ha una quota del 7%), nella schiera dei miliardari,  con un patrimonio stimato da Forbes di $ 1,2 miliardi.

Si tratterebbe di un grande balzo rispetto ai $ 540 milioni stimati in precedenza, derivanti dalla valutazione di $ 7,1 miliardi che gli investitori avevano assegnato alla società circa un anno fa. L’imprenditore canadese Butterfield ha anche co-fondato Flickr, il sito di condivisione di foto, e due giochi online multiplayer ormai scomparsi dalla circolazione. Il co-fondatore di Slack e CTO Cal Henderson è il secondo maggiore azionista individuale della società, con una quota del 3,3%. Se Slack dovesse raggiungere una valutazione di $ 17 miliardi, le sue azioni varrebbero approssimativamente $ 560 milioni. Anche società di venture capital come Accel e Andreessen Horowitz hanno effettuato investimenti significativi in Slack; Accel possiede quasi il 24% delle azioni con diritto di voto di Slack, ed è dunque il principale azionista della società.

Slack, che ha oltre 10 milioni di utenti giornalieri, offre un’alternativa intuitiva ai vecchi e-workspaces del passato. Utilizzato da oltre 600.000 organizzazioni, Slack non ha però ancora registrato profitti: l’anno scorso ha perso quasi $ 139 milioni su $ 400 milioni di ricavi.

L’azienda, fondata nel 2013, farà il suo debutto sul mercato tramite una quotazione diretta invece di una tradizionale offerta pubblica iniziale. Invece di emettere nuove azioni, gli azionisti di Slack saranno in grado di listare direttamente le loro azioni sulla Borsa di New York senza l’assistenza delle banche di investimento e ignorando le commissioni. Gli azionisti saranno inoltre in grado di mantenere le loro partecipazioni iniziali nella società senza la diluizione delle azioni aggiunte. Una strategia inusuale, ma impiegata recentemente anche da Spotify.

Come scrive Il Sole 24 Ore, proprio in virtù della particolare tipologia di debutto rispetto alla tradizionale Ipo, le azioni Slack – che debutteranno sul NYSE con il simbolo “WORK” – potrebbero essere scambiate dopo qualche ora dall’apertura delle negoziazioni.

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Investimenti 7 Giugno, 2019 @ 8:14

Beyond Meat nella stratosfera: chi ha investito negli hamburger vegani ha già guadagnato il 400%

di Forbes.it

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il fondatore di beyond meat
Ethan Brown, ceo di Beyond Meat, nel giorno della quotazione al Nasdaq (Drew Angerer/Getty Images)

Non si ferma la corsa a New York delle azioni di Beyond Meat, il produttore di hambuger vegetariani che replicano fedelmente le caratteristiche della carne e in cui hanno inizialmente investito venture capital e magnati della Silicon Valley.

Dopo aver messo a segno un incredibile volo a tripla cifra nel primo giorno di quotazione, lo scorso 1 maggio, fino a ieri  il titolo aveva già guadagnato il 298% rispetto al prezzo con cui era sbarcato a Wall Street, pari a 25 dollari. Oggi si assiste a un altro balzo del 35% dopo che Beyond Meat ha reso noto ieri sera di aver più che triplicato il valore delle vendite nel primo trimestre dell’anno (a 40,2 milioni di dollari contro i 38,93 milioni attesi dagli analisti). Le azioni quotano ora a 134,27 dollari e il rialzo complessivo dalla quotazione, da quindi poco più di un mese, è pari a un imponente 437 per cento.

Quella del produttore di hamburger vegetariani diventa così non solo una delle migliori Ipo da inizio anno ma anche dell’ultimo decennio.

Gli hamburger di Beyond Meat hanno un sapore e offrono una sensazione simili a quelle della carne ma sono realizzati con proteine ​​di piselli gialli, amidi vegetali e altri ingredienti. Un mercato, quello della carne a base vegetale, che nei prossimi 15 anni potrebbe arrivare a valere fino a 100 miliardi di dollari. Dove però Beyond Meat si dovrà confrontare con una concorrenza sempre più agguerrita. Impossible Foods ha raggiunto un accordo di distribuzione con la catena Burger King e anche Nestlé si appresterebbe a lanciare hamburger senza carne. L’azienda ha comunque fatto sapere di stare ampliato le sue partnership con il settore della ristorazione e reso noti piani per espandere la produzione in Europa.

Poche settimane fa Forbes.it ha incontrato a Milano Joseph Puglisi, scientific advisor di Beyond Meat, riuscendo anche ad assaggiare la “carne” di Beyond Meat. Ne è nato questo video: