WeWork sbarca a Wall Street. E il fondatore che vuole diventare “presidente del mondo” è di nuovo miliardario

Adam Neumann WeWork
(foto Theo Wargo/Getty Images for iHeartMedia)
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Non è un grande traguardo per un uomo che vuole vivere per sempre, portare la sua azienda su Marte, diventare primo ministro israeliano e presidente del mondo. Che si è vantato di avere utilizzato l’amministratore delegato di JPMorgan Chase come banchiere personale, di avere convinto il principe Mohammed bin Salman a migliorare la condizione delle donne in Arabia Saudita e di lavorare con l’amministrazione Trump per trovare un accordo di pace tra Israele e Palestina. Oggi però Adam Neumann, cofondatore di WeWork, 42 anni e cinque figli avuti con la moglie Rebekah, cugina di Gwyneth Paltrow, è tornato a essere miliardario.

La quotazione di WeWork

WeWork sbarca a Wall Street tramite una fusione via Spac, con una valutazione di 9 miliardi di dollari. Una miseria rispetto ai 47 miliardi di due anni fa, quando era una delle startup di maggiore valore al mondo. Abbastanza, però, per portare il patrimonio di Neumann a 1,6 miliardi di dollari.

Il fondatore, scrive Forbes.com, pur senza avere più alcun ruolo in azienda, possiede una quota del 7% circa, oltre a 20 milioni di partnership unit che potranno essere convertite in azioni dopo la quotazione. La partecipazione di Neumann varrà circa 700 milioni di dollari, che si sommano a quanto accumulato in passato con la vendita di altre quote, all’accordo da centinaia di milioni di dollari firmato nel 2019 per andarsene dalla società e alle tante proprietà immobiliari. Tra cui non rientra più, da qualche mese, la cosiddetta Guitar house sulla Baia di San Francisco: una casa costruita su un terreno appartenuto al leggendario promoter musicale Bill Graham, che contiene anche una sala a forma di chitarra.

La storia di Adam Neumann

Adam Neumann è nato nel 1979 a Tel Aviv, in Israele. Nonostante la dislessia, che gli ha impedito di imparare a leggere fino alla terza elementare, è diventato ufficiale della Marina israeliana, in cui ha servito tra il 1996 e il 2001. A 22 anni aveva già vissuto in 13 case diverse. Incluso un kibbutz – un’associazione volontaria di lavoratori tipica di Israele, fondata sul concetto di proprietà collettiva -, che è stato l’ispirazione per WeWork.

Neumann ha studiato al Baruch College di New York e lo ha abbandonato a quattro crediti dalla laurea, ottenuta in un secondo momento, nel 2017. In quegli anni ha conosciuto, tramite amici comuni, Miguel McKelvey, a sua volta cresciuto in una comune, nell’Oregon. Assieme a McKelvey ha fondato nel 2008 GreenDesk, un’azienda di spazi di coworking sostenibili, e, due anni dopo, WeWork.

All’apice del successo di WeWork, il patrimonio di Neumann era arrivato a 4,1 miliardi di dollari. Mentre l’azienda si avviava a una gigantesca Ipo, però, i giornali cominciarono a raccontare i suoi eccessi. Dalla passione per la tequila a proclami che il Washington Post ha giudicato “scollegati dalla realtà”. Neumann ha definito WeWork come un’azienda capace di “elevare la coscienza del mondo”. Nel 2018 ha detto che “ci sono 150 milioni di orfani nel mondo. Noi vogliamo risolvere questo problema e dare loro una nuova famiglia: la famiglia di WeWork”. Ed è deciso a diventare la prima persona nella storia ad accumulare un patrimonio di mille miliardi di dollari. Per avere un raffronto, l’uomo più ricco al mondo, Elon Musk, supera di poco i 220 miliardi. Ed è stato calcolato che, se si tiene conto dell’inflazione, il più ricco di sempre è stato John D. Rockefeller, con una fortuna tra i 300 e i 400 miliardi di oggi. 

Il crollo

Più ancora degli eccessi di Neumann, a preoccupare gli investitori erano però i dubbi sul modello di business di WeWork: affittare spazi di coworking a chi non vuole o non può permettersi la locazione di un ufficio. I fondatori assicuravano che il mercato potenziale riguardava 255 milioni di clienti, per un giro d’affari di 3mila miliardi di dollari. Avevano convinto, tra gli altri, l’ad di JPMorgan Chase, Jamie Dimon, e quello di SoftBank, Masayoshi Son. Ancora nel 2019, quando furono depositate le carte per l’Ipo (in cui la parola “Adam” compare 169 volte), l’azienda stava però perdendo miliardi. Al termine dell’anno precedente aveva in portafoglio quasi 500 immobili nel mondo, ma registrava un passivo di 1,9 miliardi.

“La formula è destinata a non funzionare nei momenti di crisi”, scriveva Forbes Italia due anni fa. “I clienti di WeWork, infatti, occupano i locali in media per 15 mesi: molto meno della durata dei contratti della casa madre (15 anni). Perciò il business funziona nei momenti di boom ma è destinato a soffrire quando la congiuntura rallenta. E in quei momenti WeWork non può tagliare i costi”.

L’Ipo fu abortita a pochi giorni dal debutto a Wall Street e Adam Neumann fu costretto a lasciare la sua creatura. In primavera è stato il protagonista del documentario Hulu WeWork: Or the Making and Breaking of a $47 Billion Unicorn (“WeWork, ovvero: la creazione e la distruzione di un unicorno da 47 miliardi di dollari). Il film, secondo il New York Post, “ritrae l’imprenditore come un ciarlatano carismatico ma illuso, che ha convinto alcuni giganti della finanza a fargli da mentore e a consegnargli miliardi di dollari”. Amici e familiari, sostiene l’articolo, hanno parlato del film a Neumann. Che però non vuole vedere né sentire nulla che lo riguardi.