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Elena Coriale
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Elena “Hevnokat” Coriale, la gamer paladina del gioco più bello del mondo in versione elettronica

“Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”, diceva nientemeno che Pier Paolo Pasolini. Si può considerarlo un assunto ancora valido? Di certo rimane immutabile un’altra immagine che l’intellettuale tratteggiò cinquant’anni fa riguardo allo sport più amato dagli italiani.

“Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio. Ha tutte le caratteristiche fondamentali del linguaggio per eccellenza, quello che noi ci poniamo subito come termine di confronto, ossia quello scritto-parlato”.

Nella società contemporanea, permeata di (meta) linguaggi di frequente rigidi, qual è la dimensione del calcio? Elena Coriale, in arte Hevnokat, prova a rispondere raccontando il calcio moderno, tra videogioco, nuovi media e pari opportunità.

Elena Coriale: la passione per il calcio

Streamer, content creator e videogiocatrice professionista di Fifa, vincitrice al suo primo anno competitivo della Lnd eFemminile, Hevnokat ha vestito la maglia del Genoa Cfc confermandosi campionessa. L’anno successivo si è lanciata in una nuova sfida diventando la prima caster femminile della Serie A Tim, sempre attiva nella promozione del movimento calcistico femminile, finalmente in ascesa.

Il calcio è il filo conduttore della sua vita, “grazie al papà super tifoso e all’ambiente domestico” – dice – “dove l’argomento è sempre stato all’ordine del giorno”. “Date queste premesse è bastato poco per innamorarsi di questo mondo”.

Il gaming come occasione di rilancio

La passione di Coriale è cresciuta negli anni e si è estesa a tutto quanto orbiti attorno al pallone, videogiochi compresi. Un settore, quello del gaming, che propone da decenni una declinazione virtuale del rettangolo di gioco, tanto da dotarla dei crismi della competitività.

“Il gaming può essere il cavallo di Troia che il mondo del calcio – dalle società ai broadcaster, fino alle grandi federazioni – possono sfruttare per tornare a essere attraenti”.

Come ribadisce Coriale, “oggi è diventato fondamentale includere, dentro spazi tradizionali, attività e figure che riescano ad attrarre un pubblico nuovo, risultando divertenti e interessanti anche per i meno appassionati. Molte società coinvolgono content creator e altre figure conosciute dal pubblico di giovanissimi per intercettare il linguaggio della Generazione Z e della Generazione Alpha”.

La Serie A diventa virtuale

Una delle iniziative più importanti in quest’ambito ha portato alla creazione del rivolo esport della Serie A Tim, giunta ormai alla fine della sua seconda edizione con un percorso in piena crescita.

“Quest’anno ci hanno partecipato quasi tutti i pro player italiani più forti, alcuni di livello europeo e mondiale. Merito di un format e di un gruppo di lavoro affiatato, ma non solo; le società tradizionali stanno iniziando a capire l’importanza dell’intrattenimento e del posizionamento del team all’interno della competizione”.

Ogni club punta a ingaggiare i giocatori più talentuosi e popolari. Oltre a coinvolgerlo, questo porta il pubblico ad affezionarsi a squadre e a colori magari mai percepiti come attrattivi, anche perché spesso legati alla fisicità di uno stadio.

“Il lavoro da fare è ancora titanico. Un’evoluzione c’è stata, visto che si partiva dal nulla: nessun tipo di struttura, riconoscimento e soprattutto nessuna tutela per i videogiocatori. Oggi invece esistono strutture, eventi dal vivo e online e, cosa importante, sono tutti regolamentati. Ciò nonostante, la figura del pro player, il videogiocatore professionista, non è ancora né riconosciuta né affermata”.

La lunga strada verso l’uguaglianza

Almeno dal punto di vista giuridico, spiega Coriale, perché nel frattempo “le società e i brand identificano il gaming competitivo come un lavoro propriamente inteso. In altri paesi la sensibilizzazione e il riconoscimento dell’esport muovono un pubblico vasto e questo anche perché le società hanno capito che il videogiocatore è un atleta e soprattutto che il settore muove un’economia vivace”.

Riguardo alla sfera femminile, di contro, ci si trova ancora a discutere di una minoranza, spesso oggetto di discriminazioni.

“I numeri delle quote rosa sono in aumento su alcuni titoli ma la figura della videogiocatrice professionista non è ancora vista allo stesso livello dell’omologo maschile. E questo nonostante in Italia sempre più organizzazioni stiano portando avanti progetti educativi e academy dedicati alle donne. Servono più campagne o eventi di sensibilizzazione, tanto sulle figure professionali quanto sui possibili rischi del mestiere: su come affrontarli e sui nuovi ruoli del settore. Insomma, potremo considerarci vincitori solo quando queste notizie non faranno più rumore e quando le distinzioni non saranno più necessarie”.

L’importanza di sensibilizzare il pubblico

Riflessione condivisibile, in particolare perché dell’esport si parla come di un ambito capace di superare le barriere, uno strumento in grado di incentivare le pari opportunità.

“Può sembrare una contraddizione, eppure il fatto di organizzare eventi dedicati solo alle donne rappresenta ancora una necessità. Per quanto, rispetto agli sport reali, non ci siano differenze riguardo alle abilità psico-fisiche, gli eventi all female devono continuare a esistere. Servono a sensibilizzare il pubblico e a creare una zona confortevole per le videogiocatrici che vogliano affacciarsi a questo mondo. Il movimento esportivo femminile italiano sta muovendo solo oggi i suoi primi passi, nonostante su diversi titoli ci siano già ragazze esperte e veterane della competizione. Molti altri giochi invece, Fifa in primis, rimangono territori quasi inesplorati, che solo di recente si propongono come una possibile opportunità professionale per le donne”.

Le iniziative della Fifa

Fuori dall’Italia la situazione sembra, è proprio il caso di dirlo, più rosea. “Esistono molte più competizioni, team femminili, o ragazze che competono agli stessi livelli dei loro colleghi. Non è più solo un discorso di talento o bravura, ma di crescita, che può portare anche in Italia i risultati visti altrove”.

A questo proposito, è significativa l’iniziativa della Fifa chiamata Famehergame: “L’evento punta a consolidare l’empowerment femminile nella comunità del calcio virtuale, con una attenzione particolare sul training fisico, mentale e sulla creazione di contenuti. Aspetti cruciali per la figura del gamer moderno. D’altronde Ea Sports, il publisher di Fifa, si è già mosso tempo fa non solo con la prima copertina al femminile del franchise (protagonista la calciatrice Sam Kerr, ndr), ma anche con l’evento Women’s Football Summit di Londra, il primo della storia dedicato alla celebrazione del movimento femminile del mondo del calcio”.

“Certo – ricorda Coriale – si deve continuare a lottare per fare in modo vengano riconosciuti diritti ed eguaglianza; la strada è lunga, ma qualche soddisfazione sta arrivando”.

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