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22 gennaio 2026

Leadership, talento e il rigore del ’94: Roberto Baggio si racconta tra sconfitte e valori, dentro e fuori dal campo da calcio

Dalla finale del ’94 al buddismo, il Divin Codino racconta fragilità, leadership e coerenza: una vita straordinaria, oltre i trofei.
Leadership, talento e il rigore del ’94: Roberto Baggio si racconta tra sconfitte e valori, dentro e fuori dal campo da calcio

Edoardo Prallini
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Edoardo Prallini

Contenuto tratto dal numero di gennaio 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

Quando si racconta una vita, bisogna fare molte scelte: quali dettagli evidenziare, quali momenti seguire. Raccontare la vita di un calciatore come Roberto Baggio è ancora più difficile. Non c’è solo il talento, ma anche l’uomo dietro il mito; e quella storia diventa collettiva, parla agli appassionati così come a chi del calcio conosce poco, coinvolgendo emozioni e memorie condivise.

Io sono nato nel 1993 e l’ho vista giocare solo negli ultimi anni al Brescia, eppure per me e molti della mia generazione è comunque il più grande calciatore italiano. Che cosa l’ha resa un’icona? Solo il suo talento in campo o c’è dell’altro?

È difficile rispondere. Il 1993 è stato un anno speciale: ho vinto il Pallone d’Oro ed era un periodo molto positivo della mia vita. Altri motivi? Non saprei, mi sono sempre considerato una persona comune, non mi sono mai sentito diverso.

Da bambino sognava il Pallone d’Oro?

No, a dire la verità: non avevo mai pensato al Pallone d’Oro. Sognavo solo una finale del Mondiale contro il Brasile. È un desiderio che ho provato più volte a comprendere anche con i miei genitori, perché è nato quando ero piccolissimo e non ricordo nemmeno il motivo. Ma quel sogno mi ha accompagnato per tutta la vita.

La finale con il Brasile arrivò nel ’94. Fu la partita di quel rigore. È possibile che quell’errore l’abbia resa ancora più eroico, nel senso di un eroe umano, fallibile?

No, guarda… (sorride, ndr) Avevo rinunciato a tutto pur di vincere quel Mondiale, in quel momento sentivo di rappresentare l’Italia. Ricordo le notti in cui l’ultimo pensiero era sempre lo stesso: come vincere il Mondiale. Mi immaginavo i gol, le rovesciate, la gioia di poter regalare quel sogno a tanti tifosi italiani. L’unico finale che non avevo mai immaginato è stato proprio quello che poi si è avverato, e questo non potrò mai dimenticarlo. È sicuramente l’amarezza più grande della mia carriera.

Come ha affrontato quel momento e gli altri periodi bui, gli infortuni e le delusioni?

Quando ero piccolo, mia mamma mi diceva sempre: ‘Abbi speranza, continua a viverla, guarda avanti e non fermarti’. È un insegnamento che ho ritrovato anche nel buddismo. La vita deve essere accompagnata dalla speranza, altrimenti non vediamo alcuna luce in ciò che dobbiamo affrontare. Deve far parte di noi: è questo, credo, che ti permette superare i momenti negativi e di tirare fuori qualità che mai avresti pensato di avere.

In che modo l’ha aiutata il buddismo?

Io avevo tanta speranza, mi mancava forse il mezzo per arrivare a capire che tutto dipendeva da me. Il buddismo mi ha aperto questa porta. E da lì è cambiato tutto: ho usato la sofferenza per trasformarla, ho creato valore in quello che stavo subendo e ho trasformato la mia vita.

Convertirsi al buddismo negli anni ‘80 era molto atipico. Ha sempre seguito la sua strada senza farsi influenzare dagli altri?

Ho sempre cercato di essere coerente con me stesso. Non è semplice, perché a volte esistono percorsi più rapidi, più comodi, che ti evitano di chiederti continuamente perché fai una cosa invece che un’altra. Ma credo dipenda dal mio modo di essere. Non sono cambiato a 18 anni, non sono cambiato a 30 e non cambio adesso. Sono fatto a modo mio, nel bene e nel male. Ho iniziato a praticare il 1 gennaio del 1988. All’inizio non lo dissi ai miei amici. La prima volta che tornai a casa – giocavo alla Fiorentina – presi coraggio e dissi ai miei genitori: ‘Sto iniziando questo percorso che mi dà una gioia incredibile, non so nemmeno spiegarmela’. E cominciai a raccontare quel poco che avevo capito. La reazione? Mia madre disse subito: ‘Chiamiamo l’ambulanza, questo sta male. Ce lo siamo giocato, l’abbiamo perso’. Erano altri anni, ovviamente. Non c’era l’apertura di oggi, le persone ascoltavano meno e si rimaneva più facilmente incasellati. 

Lei è stato spesso considerato un leader nello spogliatoio. È così che vede il suo ruolo?

Sì, ho sempre cercato di dare il buon esempio, di aiutare chi era vicino a me, di incoraggiare i compagni. La leadership non è urlare o imporre, ma essere coerente, presente e affidabile. Carletto Mazzone, per esempio… dovrei dire tante cose. Era una persona perbene, schietta, diceva una cosa ed era quella. Poche regole, ma valide per tutti. Mi sono trovato benissimo perché era pulito, chiaro, e così ho cercato di essere anch’io.

Cosa ha imparato da lui?

Avrei dato la vita per lui, sentivo un debito di gratitudine. Quando mi chiamò per andare a Brescia, ero senza squadra e lui mi disse: ‘Che cosa vuoi fare?’. Io gli risposi: ‘Voglio giocare’. Da lì sono iniziati quattro anni con risultati incredibili. La sua leadership era questa: chiarezza, libertà, fiducia nei giocatori. Ho cercato di fare lo stesso.

Pensa che nel calcio moderno il talento italiano possa tornare protagonista?

Penso che si dovrebbe dare più spazio ai giovani, farli giocare, farli sbagliare, farli maturare. Le grandi nazionali si costruiscono anche così. Oggi manca chi dia continuità ai talenti. Abbiamo una storia leggendaria di giocatori, ma se non dai spazio ai giovani, non puoi capire il loro valore.

Oggi come vive la sua quotidianità?

Mi piace vivere in collina, a contatto con la natura. Mi occupo di lavori manuali, artigianato, piante. È un modo per tenere ordine nella vita e restare concentrato. La semplicità è il vero successo: trovare valore nelle cose semplici.

Quanto sente il legame con la sua terra?

Per me conoscere il territorio è essenziale. Lavorare in collina con motosega o trattore richiede attenzione e cultura del lavoro. Sono appassionati di piante da bosco, mi piace studiarle e imparare a conoscerle.

Ha dei impianti?

No, l’unico rimpianto è quel rigore. Tutto il resto è stata una vita straordinaria, fatta di sacrifici e passione, dentro e fuori dal campo.  

 

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