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2 marzo 2026

Dalla guerra in Iran allo shock del gas: l’Europa davanti al bivio dell’autonomia strategica

Le tensioni sullo Stretto di Hormuz riaccendono il rischio di turbolenze sull'energia e mettono alla prova le forniture europee
Dalla guerra in Iran allo shock del gas: l’Europa davanti al bivio dell’autonomia strategica

(Foto di Getty Images)

Alberto Bruschini
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Alberto Bruschini

Mentre mi accingevo a commentare l’intervento del Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, pronunciato il 21 febbraio al convegno del Forex di Torino – dove ha ribadito che “l’incertezza sull’andamento dell’economia globale proviene dal perdurare dei conflitti e dall’emergere del nuovo ciclo tecnologico trainato dall’intelligenza artificiale, che stimola gli investimenti e sostiene gli scambi” – è esploso l’attacco statunitense-israeliano contro il regime autoritario dell’ayatollah Khomeini in Iran.

Siamo così passati dall’incertezza legata al protrarsi della guerra in Ucraina e in Medio Oriente – un’incertezza che, in qualche modo, avevamo messo in conto – al vero e proprio sconvolgimento della geopolitica globale determinato da questo attacco, con gravi ripercussioni sull’andamento economico e sociale dell’intero continente. Il rischio è che un dissesto incontrollabile dell’Iran si rifletta pesantemente sui prezzi del petrolio e del gas.

Crisi iraniana e fragilità politiche interne: le mosse di Trump e Netanyahu agitano gli equilibri globali

Il nulla di fatto nelle trattative tra Stati Uniti e Iran era prevedibile, anche se non scontato, alla luce dell’imponente dispiegamento di forze militari in quell’area e del dispotismo arrogante del regime iraniano, che aveva represso nel sangue le manifestazioni popolari – soprattutto di giovani – chiedenti un cambiamento delle politiche autoritarie dell’ayatollah Khomeini e dei suoi sodali.

Dall’incertezza siamo passati allo scompiglio geopolitico, con effetti che potrebbero rivelarsi ben superiori a quelli prodotti dalla Guerra del Kippur del 1973, la quarta guerra arabo-israeliana, che non coinvolgeva direttamente gli Stati Uniti e che ebbe come epicentro il prezzo del petrolio – raddoppiato – e le forniture energetiche.

Le ragioni politiche che hanno portato all’attacco potrebbero apparire, per certi versi, come pericolose ‘distrazioni di massa’ tanto per Donald Trump quanto per Benjamin Netanyahu, entrambi chiamati entro fine anno ad affrontare appuntamenti cruciali in condizioni di fragilità: il primo con le elezioni di medio termine, il secondo con il persistere di rilevanti problemi giudiziari in un contesto elettorale delicato.

Lo Stretto di Hormuz come nuova linea rossa globale tra energia, potenze rivali e rischio sistemico

La vera preoccupazione non riguarda tanto la durata dell’attacco, quanto le sue conseguenze. Non è immaginabile che, dopo mezzo secolo di dominio della rivoluzione khomeinista, il regime capitoli e si dissolva come neve al sole per la sola morte di Khomeini.

L’Iran punterà a infliggere costi reali, destinati a distribuirsi sul resto del mondo, riaccendendo un pericoloso gioco geopolitico che coinvolgerà la Russia e la Cina – che vedono nell’Iran un baluardo strategico – l’Arabia Saudita, interessata a contenere la minaccia sciita, e la Turchia, pronta a inserirsi per evitare un eccesso di forza israeliano.

Lo Stretto di Hormuz rischia di trasformarsi in una nuova Termopili: non per conquistare il dominio dei Paesi circostanti, ma per limitare o bloccare il passaggio delle petroliere e delle navi metaniere, vitali quanto le terre rare per sostenere l’impennata dei consumi energetici legata alla grande trasformazione economica in atto – dal Green Deal alla digitalizzazione, dall’innovazione tecnologica all’intelligenza artificiale.

Diciannove milioni di barili al giorno e il rischio di uno shock petrolifero globale

Lo stretto, che separa la penisola arabica dalle coste iraniane, collega il Golfo di Oman a sud-est con il Golfo Persico a ovest. È lungo circa 60 chilometri e, nel punto più stretto, misura 30 chilometri: la costa nord è sotto controllo iraniano, quella sud appartiene all’Oman e agli Emirati Arabi Uniti.

Attraverso lo Stretto transitano ogni giorno circa 19 milioni di barili di petrolio, pari al 18,1% della domanda mondiale (su 105 milioni di barili giornalieri). Un eventuale blocco potrebbe determinare un aumento dei prezzi paragonabile a quello registrato nel 1973, quando il petrolio raddoppiò di valore – un incremento ben diverso da quello seguito all’aggressione russa dell’Ucraina, che vide il prezzo salire da 78-80 dollari al barile fino a 120-130 dollari.

Il transito del gas rappresenterebbe un dramma ancora maggiore per l’Europa. L’Unione Europea, per ridurre la dipendenza dal gas russo, ha sottoscritto accordi pluriennali di fornitura con il Qatar. Una quota decisiva di questi flussi passa proprio attraverso lo Stretto di Hormuz. Un’interruzione – anche parziale – avrebbe conseguenze pesantissime.

Il rischio di una nuova crisi energetica e i limiti della risposta europea

Per l’Unione Europea e per l’Italia, un blocco del Golfo di Hormuz significherebbe un vero e proprio shock economico e sociale, con un forte aumento del costo dell’energia. Il gas rappresenta infatti la principale componente delle bollette elettriche di imprese e famiglie. Né si potrebbe fare affidamento su particolari margini di flessibilità da parte del Qatar, indirettamente coinvolto nello scenario regionale.

La Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha riunito immediatamente il comitato di crisi governativo, condannando gli “attacchi iraniani negli Stati contigui” e invitando alla prudenza – “calma e gesso” – in attesa degli sviluppi. Analoga, con ogni probabilità, sarà la linea che emergerà dal prossimo vertice dei principali Paesi europei, Gran Bretagna compresa: un appello alla de-escalation.

Difficile attendersi di più. L’Unione Europea è rimasta sostanzialmente a osservare anche dopo il precedente attacco statunitense alle basi iraniane dello scorso giugno, ritenute funzionali allo sviluppo del programma nucleare.

In questo scenario, le parole pronunciate da Panetta al convegno del Forex assumono un tono quasi amaro: “In Italia e in Europa abbiamo le risorse umane, istituzionali e finanziarie per affrontare la grande trasformazione in atto”.

La partita dell’energia decide il futuro industriale europeo

È vero: l’Unione Europea dispone di risorse umane e finanziarie. Ma non ha una piena autonomia energetica – in particolare sul nucleare – né un vero ruolo politico unitario, condizionata com’è dal voto all’unanimità e dai nazionalismi, non essendo una federazione compiuta.

Se l’Europa non riuscirà a conquistare un’autonomia strategica, non potrà affrontare né le innovazioni industriali e sociali – che dipendono da crescenti fabbisogni energetici e dalla capacità di convogliare il risparmio verso beni pubblici e investimenti strategici – né costruire un modello di crescita fondato sull’espansione dell’occupazione e dei salari, in un contesto demografico complesso.

Questo vulnus è destinato ad ampliarsi man mano che digitalizzazione e intelligenza artificiale trasformeranno l’organizzazione produttiva dei due colossi, Stati Uniti e Cina, che si stanno dividendo il mondo. Entrambi, in un modo o nell’altro, disporranno dell’energia necessaria a costi sostenibili.

L’Unione Europea e l’Italia rischiano invece di restare al palo, fanalino di coda che raccoglie le briciole, rimpiangendo la posizione di primazia detenuta durante lo scontro tra Usa e Urss, senza aver compreso che quella centralità non era stata conquistata, ma concessa – pro domo sua – dagli Stati Uniti per sconfiggere l’impero sovietico.

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