Al cinema il film sull'ascesa del presidente russo. Le tre teorie sull'entità del suo patrimonio e su come lo ha accumulato
Nella Russia post-sovietica, negli anni ’90 delle grandi privatizzazioni, un produttore di reality show diventa il braccio destro di un oligarca e viene incaricato di fare da ‘spin doctor’ a un giovane politico di nome Vladimir Putin. È la premessa de Il mago del Cremlino, il film di Olivier Assayas che arriverà nei cinema italiani il 12 febbraio, con Jude Law, Paul Dano e Alicia Vikander.
Il mago del Cremlino è basato sul roman à clef dell’italiano Giuliano Da Empoli. Per adattarlo Assayas ha chiesto aiuto allo scrittore Emmanuel Carrère, che su personaggi e realtà della Russia ha scritto più di un libro ed è figlio di Hélène Carrère d’Encauste, una delle più grandi storiche della Russia in Occidente. Fu lei, per esempio, a scrivere L’esplosione di un impero?, il libro che nel 1978 pronosticò il crollo dell’Unione Sovietica.
Assayas e Carrère hanno cercato di ricostruire una scalata che, secondo diversi esperti, ha permesso a Putin di accumulare non solo un enorme potere, ma anche uno dei più grandi patrimoni del mondo. Una fortuna le cui esatte proporzioni sono state definite da Forbes “l’enigma più inafferrabile nella storia della rivista”. Quantificarlo, ha scritto la redazione americana nel 2022, poco prima dell’invasione russa dell’Ucraina, è “più difficile che [stimare] quello degli eredi, degli altri capi di stato o perfino dei signori della droga”.
In quell’occasione, Forbes raccolse le tre teorie più accreditate sulla ricchezza di Putin. Eccole di seguito.
Il ‘modello Khodorkovsky’
Una teoria è che Putin abbia stipulato accordi con i principali oligarchi russi per avere una parte delle loro fortune. È quanto sostiene, per esempio, il finanziere americano Bill Browder, a lungo considerato tra i maggiori investitori occidentali in Russia. “L’accordo è: ‘Dammi il 50% della tua ricchezza e ti lascerò tenere l’altro 50%’”, ha dichiarato Browder. “Se non lo fai, prende il 100% della tua ricchezza e ti manda in prigione”.
È quello che Forbes ha definito ‘modello Khodorkovsky’, dal nome di Michail Khodorkovsky, oligarca del petrolio che all’inizio del XXI secolo era l’uomo più ricco della Russia. Nell’ottobre 2003 finì in carcere per frode ed evasione fiscale. Secondo Amnesty International era un prigioniero di coscienza, per l’organizzazione non governativa Memorial un prigioniero politico. È opinione condivisa che Putin fosse il regista del suo arresto e della sua condanna e che lo abbia usato come monito per gli altri miliardari del paese.
Sulla base di questa convinzione, nel 2017 Browder stimò la fortuna di Putin in 200 miliardi di dollari. Per calcolarlo, sommò i patrimoni di tutti gli oligarchi e li divise per due. In quell’anno, in cima alla classifica Forbes delle persone più ricche del mondo c’era Bill Gates, con 86 miliardi di dollari.
Ad avvalorare la tesi di Browder c’è una testimonianza resa da Pyotr Aven, oligarca con un patrimonio di 4,9 miliardi di dollari, al procuratore speciale Robert Mueller, che indagò sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali americane del 2016. Aven — che ha guidato a lungo Alfa-Bank, la maggiore banca commerciale privata russa, ed è socio della società di investimento LetterOne, fondata dall’altro miliardario Mikhail Fridman — disse di essere tra i 50 magnati che incontravano regolarmente il presidente al Cremlino. Secondo il rapporto Mueller, riferì di “aver preso sul serio gli incontri e di avere capito che tutti i suggerimenti e le critiche che Putin faceva durante questi incontri erano direttive implicite, e che ci sarebbero state conseguenze per lui stesso se non le avesse rispettate”.
Il ‘modello mafia’
Una seconda teoria è quella che Forbes ha battezzato ‘modello mafia’. In sostanza, Putin assegnerebbe contratti o aziende a persone vicine, in cambio di tangenti o partecipazioni nelle società. L’economista svedese Anders Aslund, autore del libro Russia’s Crony Capitalism (‘Il capitalismo clientelare della Russia’) nel 2019, ha sostenuto che il presidente abbia stipulato accordi del genere con familiari, amici d’infanzia, guardie del corpo e molti altri, e ha stimato il suo patrimonio fra i 100 e i 130 miliardi di dollari.
Tra le persone che si sarebbero arricchite in questo modo ci sarebbe Arkady Rotenberg, ex sparring partner di judo e compagno di partite a hockey di Putin. Rotenberg ha un patrimonio di 5,5 miliardi di dollari e ha guidato a lungo Sgm Group e Mostotrest, due dei principali gruppi russi delle costruzioni. Sono miliardari anche suo fratello Boris (patrimonio di 1,3 miliardi di dollari) e suo figlio Igor (2,2 miliardi).
È diventato miliardario anche Kirill Shamalov, ex genero di Putin e figlio di un suo amico di lunga data. Ex capo del dipartimento legale della Gazprombank, grande banca privata di Mosca, dopo il matrimonio ha comprato una partecipazione del 17% del gigante petrolchimico Sibur da un altro amico di Putin, Gennady Timchenko, con soldi presi in prestito dalla stessa Gazprombank. In seguito al divorzio dalla figlia del presidente ha però dovuto cedere la sua quota e ha perso lo status di miliardario.
La teoria della leggenda
L’altra ipotesi è che le teorie sul patrimonio di Putin siano solo fantasie e leggende e che il presidente abbia solo il patrimonio relativamente modesto che dichiara: appartamenti, garage, auto e uno stipendio nell’ordine delle centinaia di migliaia di dollari all’anno.
I fautori di questa ipotesi affermano che Putin non ha bisogno di accumulare grandi ricchezze personali, perché il suo potere è già tale da permettergli di soddisfare qualsiasi necessità o desiderio. “Ha l’intero paese a sua completa disposizione”, scriveva nel 2013 Leonid Bershidsky, editorialista di Bloomberg Opinion. “È sufficiente che schiocchi le dita e le società statali cederanno beni ai suoi amici a prezzi stracciati. Un suo sussurro e ricchi uomini d’affari interverranno per la sontuosa ristrutturazione di una residenza presidenziale”.
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