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17 febbraio 2026

Stablecoin, Juventus e futuro digitale: Paolo Ardoino svela a Forbes i progetti presenti e futuri di Tether

"La vera ricchezza è costruire qualcosa che sia duraturo, sostenibile, inclusivo e che vada al di là anche di noi stessi”, dice il ceo Ardoino
Stablecoin, Juventus e futuro digitale: Paolo Ardoino svela a Forbes i progetti presenti e futuri di Tether

Paolo Ardoino

Daniel Settembre
Scritto da:
Daniel Settembre

Contenuto tratto dal numero di febbraio 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

Ci sono due italiani dietro una delle principali criptovalute del mondo. Giancarlo Devasini e Paolo Ardoino sono il direttore finanziario e l’amministratore delegato di Tether, l’azienda che ha creato la più importante tra le stablecoin (chiamata Usdt) e che è balzata agli onori della cronaca per la recente offerta di acquisto della Juventus che, al momento in cui scriviamo, è ancora di proprietà di John Elkann. Ma per gli addetti ai lavori i nomi di Devasini e Ardoino sono conosciuti da tempo.

La consacrazione nel 2024, quando Forbes li ha inclusi per la prima volta nella classifica dei più ricchi del mondo. Oggi Devasini, forte di una quota del 47% circa in Tether, ha un patrimonio stimato da Forbes in 22,4 miliardi di dollari, che lo rende la terza persona più ricca d’Italia. Ardoino, invece, detiene una quota stimata nel 20% e ha un patrimonio di 9,5 miliardi. A lui abbiamo chiesto quali sono i progetti presenti e futuri di Tether.

Tether è uno dei più grandi detentori privati di buoni del Tesoro americani al mondo, il 17esimo nella classifica assoluta. Vi sentite ormai più vicini a una banca centrale ‘ombra’ che a una startup crypto?
Capisco perché alcuni ricorrano a questa analogia, però è errata. Tether non è una banca centrale. Non stabiliamo politiche monetarie, non generiamo leva né operiamo con essa, non manteniamo riserva frazionaria. Quello che Tether fa è costruire un’infrastruttura finanziaria inclusiva, accessibile, globale e trasparente. Il fatto che Tether sia oggi il 17esimo maggior detentore di titoli del Tesoro statunitense al mondo dipende dalla portata del nostro lavoro e dalla scala del suo impatto, non dalla nostra ambizione. Usdt si è diffuso esponenzialmente perché le persone lo usano, soprattutto in parti del mondo dove l’accesso a una valuta stabile è impossibile, incerto o limitato (si pensi, per esempio, all’Argentina, a Turchia, Egitto o Nigeria). Detenere treasury bond a breve scadenza è solo il modo più conservativo per sostenere, a questo livello di estensione, il nostro dollaro digitale. Siamo un’azienda tecnologica che gestisce una rete di pagamenti globale, non un’autorità monetaria. La sicurezza, la liquidità, la copertura e la trasparenza delle riserve, per noi, contano più delle etichette.

Negli ultimi mesi avete accelerato gli investimenti nel mining di bitcoin, nell’IA e nelle infrastrutture energetiche. Si tratta di diversificazione opportunistica, o è un segnale che il modello ‘solo stablecoin’ non è più sufficiente?
Usdt rimane sempre il cuore di tutto ciò che facciamo. Il resto serve a rendere il suo sistema più forte, resiliente, diversificato e, dunque, meno dipendente da possibili colli di bottiglia e rischi dovuti a concentrazione e centralizzazione. Investendo nell’energia e nel mining di Bitcoin, ad esempio, rafforziamo il layer hardware, fisico, che protegge le reti aperte e consente loro di operare indipendentemente da infrastrutture fragili o politicizzate. Investendo nell’intelligenza artificiale, ad esempio, non inseguiamo tendenze né costruiamo l’ennesima piattaforma chiusa, ma il contrario.

Cioè?
L’IA è sempre più concentrata nelle mani di pochi grandi player che ne controllano calcolo, dati e accesso. E questo non fa bene alla società. Investiamo quindi nella diffusione di un’infrastruttura aperta ed efficiente, che dia un’altra opzione, specialmente nelle regioni che di solito rappresentano il fanalino di coda per possibilità di accesso alle tecnologie. La diversificazione è legata alla decentralizzazione come necessità pratica, non come ideologia: ottenere, diffondere e rafforzare con costanza alternative resilienti e indipendenti.

Per anni Tether ha scelto una strategia di opacità controllata, poi improvvisamente ha iniziato a comunicare di più. È maturità, pressione regolatoria o semplice cambio di filosofia?
Mi spiace, ma contesto la premessa. In ogni fase della nostra storia, abbiamo lavorato con ciò che c’era a disposizione. Nei primi anni di vita di Tether, in nessun paese esisteva ancora un quadro chiaro per le attestazioni o gli audit delle stablecoin, soprattutto della nostra portata, e pochissime società di consulenza – tantomeno le big four – erano disposte o capaci di collaborare con un’azienda che operava in uno spazio così nuovo e, dunque, normativamente incerto. Lo vedevano come un rischio troppo grande. Non appena ciò è diventato possibile, però, siamo subito passati ad attestation regolari di terze parti, con Bdo Italia, che hanno rappresentato un progresso significativo, in termini di trasparenza e coerenza. Questi rendiconti sono diventati sempre più dettagliati nel tempo, di pari passo con l’evoluzione del quadro regolatorio, della nostra azienda e dei nostri standard interni.

E oggi cosa è cambiato?
Oggi finalmente il mercato è più maturo, e gli strumenti e l’ambiente normativo sono più chiari e riconosciuti. Ecco perché possiamo muoverci verso un audit completo. Non è un improvviso cambio di filosofia, ma la prosecuzione naturale dello stesso approccio: evolversi man mano che l’infrastruttura e gli standard intorno a noi riescono a farlo, anche grazie al nostro diretto contributo.

Oggi lei è il volto pubblico di Tether. Quanto pesa, a livello personale, guidare un’azienda che muove centinaia di miliardi ed è costantemente sotto osservazione globale?
Non vedo la questione in termini di peso, quanto piuttosto di scopo. Ciò che mi motiva è che ho l’opportunità di costruire qualcosa di incredibilmente utile e, soprattutto, a prova di futuro: applicazioni e sistemi su cui le persone possano fare affidamento sempre, indipendentemente da dove vivono, dai fatti d’attualità, dalla macroeconomia. Per questo sono sempre focalizzato sul concepire e concretizzare ciò che deve venire dopo: non solo, come già detto, creare e gestire una stablecoin, ma ogni componente di un ecosistema che permetta alle infrastrutture finanziarie aperte di esistere, funzionare, diffondersi e rimanere indipendenti da entità che, in quanto centralizzate, possono fallire, oppure censurare ed escludere le persone. E le componenti riguardano pagamenti, energia, potenza computazionale… e gli strumenti che ne supportano lo sviluppo, l’efficacia e la distribuzione. Su una tale scala, poi, non sarebbe normale non essere osservati e giudicati. Nel mio caso, però, la motivazione è molto più forte della pressione. La prospettiva a lungo termine mi fa concentrare su quello che faccio ogni giorno.

Avete più volte detto che Usdt è diventato essenziale nei paesi emergenti. Vi sentite più utili al sistema finanziario globale o più pericolosi per quello tradizionale?
Siamo utili proprio perché il sistema tradizionale non riesce, e molto spesso non ha interesse, ritorno economico, o etico, a raggiungere tutti. In molti mercati emergenti, le persone non sono in cerca di speculazione, ma di stabilità, velocità e possibilità di accesso. Usdt viene usato come strumento di risparmio contro l’inflazione, come mezzo di pagamento per le microimprese e come ponte verso l’economia globale dove l’infrastruttura bancaria locale è troppo lenta, troppo costosa o inaffidabile. Non ci vedo, quindi, in competizione, ma complementari, in particolare dove gli strumenti esistenti sono fragili e non inclusivi. Quando le persone scelgono Usdt, non lo fanno perché sono ideologicamente contro le banche, ma perché esse li rifiutano, o perché per loro semplicemente non funzionano. Ciò che offriamo a oltre 500 milioni di persone è un’infrastruttura finanziaria neutrale, veloce, accessibile, che funziona in dollari e che può collegarsi alle economie locali senza richiedere loro di costruirne una da zero. Fingere che il loro bisogno non esista non protegge il sistema finanziario da un rischio, come dicono alcuni, ma lo indebolisce. Naturalmente, qualsiasi sistema operi su larga scala deve essere responsabile. Ecco perché investiamo moltissimo in compliance, monitoraggio e cooperazione con istituzioni e forze dell’ordine nazionali e transnazionali. Il contante è ancora lo strumento più utilizzato per svolgere attività illecite, eppure nessuno sostiene che debba sparire. La soluzione è far applicare la legge, non eliminare strumenti e opzioni perché non ne si vuole o può monitorare l’utilizzo. Credo dunque che Usdt renda il sistema finanziario globale più resiliente, fornendo ridondanza e dando un’alternativa alle persone. E i sistemi con più scelte sono più resistenti e resilienti dei sistemi che dipendono da un unico guardiano.

Dopo anni di scontri, oggi il rapporto con regolatori e governi sembra meno conflittuale. C’è un paese o un’istituzione con cui il dialogo è sorprendentemente più avanzato di quanto si immagini?
Quasi ovunque, in realtà, il dialogo è aperto e pragmatico. La conversazione si è spostata dall’ideologia all’implementazione, alla qualità delle riserve, alla gestione del rischio, alla collaborazione. Lavoriamo con regolatori e law enforcement agency in tutto il mondo, spesso più strettamente di quanto sia pubblicamente visibile. Le relazioni più produttive sono con istituzioni che si concentrano sui risultati piuttosto che sui titoli dei giornali. Non ne indicherò di specifiche, ma la tendenza è chiara: la contrapposizione sta lasciando spazio all’impegno.

Se quell’operazione fosse andata in porto, che tipo di club sarebbe diventata la Juventus sotto una governance ‘crypto-native’?
La Juventus è sempre stata un fatto personale. Come per molti italiani, il bianconero ha colorato la mia infanzia, ha riempito le chiacchiere in famiglia e le discussioni con gli amici, è diventato parte della mia identità e del modo di affrontare la competizione, il gioco di squadra, la lealtà. Allo stesso tempo, per ottenere dei risultati e vedere un club tornare all’eccellenza non si può agire emotivamente. Un eventuale coinvolgimento nella società, in qualsiasi forma, sarà quindi guidato da una mentalità scientifica e professionale, volta a un successo durevole e a un impegno a lungo termine. Un approccio molto simile a come affrontiamo le cose in Tether, per rendere la Juventus di nuovo grande, e rispettare così la sua storia e i suoi tifosi. D’altronde, le squadre di calcio sono istituzioni culturali, prima di essere asset finanziari. Se ci tieni davvero, pianifichi guardando ai decenni, non ai trimestri.

Tether genera utili enormi, ma non è quotata e non sembra averne bisogno. Esiste uno scenario in cui prendereste in considerazione un’Ipo?
Un’Ipo non è legata all’ottenimento di visibilità, ma alla raccolta di capitali. Noi stiamo valutando alcune opzioni in merito, ma quello che ci importa attualmente non è la possibilità di poter accedere a ulteriore liquidità, quanto se dei potenziali investitori si allineino veramente con il nostro ethos, con il nostro approccio al rischio e con la nostra visione per l’infrastruttura finanziaria globale. Contrariamente ad alcune notizie recenti uscite su importanti giornali internazionali, Tether non ha attivamente cercato di raccogliere capitali, ma, dopo l’approvazione del Genius Act negli Stati Uniti, c’è stato un interesse significativo da parte di alcuni investitori nel valutare un potenziale ingresso in quota di minoranza nella nostra società. Per questo ho pubblicamente affermato che, a fronte della nostra redditività e della scala del nostro impatto, valutazioni nell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari sono sul tavolo. Ma le valutazioni da sole non sono il vero motore, quantomeno per chi vuol lavorare insieme a noi. La priorità è rafforzare l’impatto sociale e la resilienza, il supporto a investimenti di lungo termine e la preservazione dei principi che hanno permesso a Usdt di crescere responsabilmente, stabilmente e inesorabilmente. Rimanere un’azienda privata oggi ci dà flessibilità, e qualsiasi passo futuro legato ai capitali sarà sempre guidato dall’allineamento, e mai dalla pressione.

Guardando ai prossimi cinque anni, qual è il vero rischio esistenziale per Tether: una regolamentazione ostile, una nuova tecnologia o un errore umano interno?
Non guardo al futuro in questi termini. Tether segue un sentiero dichiarato: costruire infrastrutture finanziarie e tecnologiche a prova di futuro, che possano adattarsi all’ambiente circostante mentre esso si evolve. Guardo al futuro in termini di resilienza. Questo significa: gestione conservativa delle riserve, forti controlli operativi, investimenti continui in innovazioni che riducono la dipendenza da point of failure centralizzati. Nei prossimi cinque anni, l’obiettivo non è reagire al cambiamento, ma essere strutturalmente sempre più preparati ad affrontarlo. Quando l’infrastruttura è progettata correttamente, non teme la regolamentazione o le novità, perché le assorbe.

Domanda personale, ma inevitabile: che cosa l’ha cambiata di più diventando miliardario?
Non ragiono in termini di ricchezza monetaria. La vera ricchezza è poter dirigere una società senza precedenti, una singolarità che può accadere solo una volta ogni cento anni, con un impatto positivo in termini di inclusione finanziaria, IA, telecomunicazioni ed energetica globale sulla vita di centinaia di milioni – e presto di miliardi – di persone. Se c’è un cambiamento che avverto a livello personale, è un senso più profondo di responsabilità nell’assicurarmi che tutto ciò che abbiamo costruito e costruiremo sarà durevole, fondato su principi solidi, con gli individui e la stabilità della società sempre al primo posto: un vero movimento sostenibile, inclusivo, di libertà, che vada al di là anche di noi stessi e trascenda le barriere dello spazio e del tempo. Questo è ciò che mi fa sentire ricco, non i numeri a bilancio.

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