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18 febbraio 2026

Perché accelerare l'accesso ai farmaci innovativi deve diventare una priorità europea

Tra gli ostacoli, un sistema frammentato e complesso. Ma anche l'idea che la sanità sia un costo e non un investimento
Perché accelerare l'accesso ai farmaci innovativi deve diventare una priorità europea

Iris Zemzoum, presidente Europa di Novartis

Camillo de Angelis
Scritto da:
Camillo de Angelis

Contenuto tratto dal numero di febbraio 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

Un cittadino europeo deve aspettare in media 578 giorni – più di un anno e mezzo – per accedere a un farmaco innovativo approvato. Secondo l’ultimo rapporto W.A.I.T. (Waiting to Access Innovative Therapies) della Federazione europea delle industrie e delle associazioni farmaceutiche (Efpia), anche in Italia si deve attendere molto: in media 439 giorni, a cui si aggiungono fino a dieci mesi per l’accesso regionale. Siamo molto lontani dai 128 giorni della Germania. “Se potessi risolvere un solo problema della sanità europea, sarebbe il tempo di accesso ai farmaci”, dice Iris Zemzoum, presidente Europa della multinazionale farmaceutica svizzera Novartis. “In alcuni casi parliamo di farmaci salvavita, e ci sono paesi in cui bisogna aspettare 800 o 900 giorni”.

Zemzoum ha conosciuto il sistema sanitario da varie prospettive. Prima di entrare nell’industria farmaceutica, è stata ricercatrice all’ospedale universitario del politecnico di Monaco di Baviera, dove si è occupata di trial clinici sul cancro. E ha sperimentato realtà molto diverse: ha lavorato per 17 anni in aziende americane — Bristol Myers Squibb e Johnson & Johnson — prima di passare a Novartis, dove è stata presidente della regione Asia Pacifico, Medio Oriente e Africa tra il 2020 e il 2024.

Come modello europeo virtuoso indica quello tedesco. “Lì la priorità è l’accesso dal giorno zero: le negoziazioni sul prezzo avvengono quando il medicinale è già disponibile. Quando la trattativa è finita, se il farmaco ha avuto un riconoscimento più alto in un primo momento, scatta un rimborso. Certo, garantire l’accesso dal giorno zero in tutta Europa è difficile, perché gli ostacoli variano da paese a paese. Ma bisogna partire dal principio che la cosa più importante, per ottenere i migliori risultati per la salute, è che tutti abbiano accesso ai farmaci migliori il prima possibile”.

Nel caso dell’Italia, che cosa fa allungare i tempi?
I problemi più gravi sono la frammentazione del sistema e la lunghezza del processo di negoziazione. Quando arriva l’approvazione dell’Agenzia europea per i medicinali, occorre quella nazionale, quindi quella regionale, poi bisogna assicurare l’accesso in ogni ospedale. C’è anche una questione di valore attribuito all’innovazione: meccanismi come il payback, che impone alle aziende farmaceutiche di rimborsare una parte delle spese sanitarie quando superano un tetto massimo, disincentivano gli investimenti nell’innovazione.

Molti esperti pensano che, in generale, il sistema europeo abbia perso competitività rispetto a Stati Uniti e Cina. Lei è tra loro?
Sì, credo che, come regione, stiamo perdendo la posizione di leadership a cui, con la nostra tradizione, potremmo ambire. È una cosa preoccupante: quella leadership significa crescita economica, presenza ai tavoli dove si prendono le decisioni, e quindi possibilità di sostenere la propria visione.

Il problema è sempre la complessità delle regole?
La complessità è un fardello enorme. L’Italia lo dimostra, ma non è il caso peggiore, perché in media l’80% dei prodotti innovativi arriva sul mercato, anche se con molto ritardo. In altri paesi è molto peggio. In ogni caso, ci sono anche altre cause.

Per esempio?
Un altro fattore è culturale: la sanità è vista sempre più come un costo da contenere, non come un investimento. Mi riferisco a una percezione diffusa nella società. Forse la cosa che manca di più è la presa di coscienza di quanto sia grave perdere terreno in questo campo.

Ci sono dati o fenomeni specifici che dimostrano questa perdita di centralità?
Negli ultimi 20 anni la quota di trial clinici europei sul totale globale si è dimezzata — dal 44% al 21% — a vantaggio soprattutto di Stati Uniti e Cina. Negli ultimi dieci anni, le aziende biotecnologiche europee che si sono quotate in borsa hanno preferito, per la maggior parte, non farlo in Europa. Hanno ritenuto che questo non fosse il posto giusto per ricevere fondi.

Il sistema europeo ha punti di forza che potrebbero aiutare a rilanciarlo?
L’Europa ha una grande tradizione di innovazione e ricerca. C’è un ecosistema di aziende innovative, magari piccole, con tutte le capacità necessarie per sviluppare e produrre innovazioni nel settore biotecnologico. C’è una concentrazione di centri di ricerca d’eccellenza che non ha pari nel mondo. Solo che questi poli sono sottofinanziati o sottoutilizzati. La ricerca si sposta verso aree dove c’è un maggiore sostegno governativo e dove il processo di approvazione è più rapido.

L’Europa, in realtà, è un mosaico di sistemi diversi. Come si può rendere più equo l’accesso ai farmaci tra i vari paesi?
Serve uniformità. Non è facile costruirla, però, perché le priorità cambiano da paese a paese, e a volte anche all’interno di uno stesso paese. Anche se di recente c’è stato uno sviluppo che fa sperare: il nuovo Safe Hearts Plan dell’Unione europea, un piano unico per la prevenzione, la diagnosi precoce e la gestione delle malattie cardiovascolari. Secondo me è un segnale molto importante anche dal punto di vista culturale.

Perché?
Le malattie cardiovascolari sono uno dei più grandi fardelli sanitari per la società, e nel tempo, a differenza di altre, sono state quasi accettate come qualcosa di inevitabile, di normale. Le guardiamo come se fossero nel destino delle persone. Invece si possono prevenire più di tante altre. È possibile curarle, abbiamo gli strumenti per allungare e migliorare la vita delle persone. E il modo migliore per farlo è adottare un approccio di sistema a livello nazionale o, meglio ancora, sovranazionale, con standard unici che garantiscano le stesse condizioni a tutti i cittadini europei.

Che cosa possono fare le grandi aziende farmaceutiche per contribuire a risolvere questi problemi?
Prima di tutto devono collaborare con le associazioni di categoria per arrivare a una riforma delle politiche e dei quadri normativi europei. Dal nostro punto di vista, per incentivare gli investimenti a lungo termine nell’innovazione servirebbe un piano forte per tutelare la proprietà intellettuale. E riteniamo che bisognerebbe contrastare pratiche come il payback: un’azienda fa ricerca per anni, porta un farmaco sul mercato, e poi più sono i pazienti che raggiunge e che ne beneficiano, più viene penalizzata. È necessario fare di più per costruire un sistema solido e sostenibile. Il prossimo Testo unico per la farmaceutica rappresenta un’opportunità storica per posizionare l’Italia come leader nel settore delle scienze della vita. Siamo fiduciosi che porterà valore aggiunto al comparto e siamo pronti a collaborare per trovare soluzioni adeguate.

Che cosa direbbe a quei politici che vedono la spesa sanitaria come un costo da tagliare più che come un investimento?
La salute non è solo il bene più prezioso per ogni individuo: è la pietra angolare di una società prospera. Nessuna economia può crescere senza una popolazione in buona salute. Investire nella sanità alimenta produttività, resilienza e crescita sostenibile. Quando investiamo nella salute, investiamo nel futuro dei nostri paesi. Lo abbiamo visto con la pandemia: un solo virus può bloccare il mondo intero se si è impreparati, se mancano le infrastrutture per assistere i pazienti e la capacità di sviluppare farmaci — vaccini, in quel caso — in tempi brevi. Oggi, per esempio, la priorità di molti governi è l’investimento nella difesa. Ma un virus può rendere inutili tutte le armi. La sanità e l’istruzione, a mio parere, sono le due aree in cui è più importante investire per garantire la stabilità e l’indipendenza di un paese.  

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