
Foto Rossellini Montecatini Terme
La Corsa dell’Arno è molto più di una semplice gara ippica: è il cuore pulsante dell’ippodromo del Visarno – Cesare Meli, un pezzo di storia vivente della città di Firenze. Fu inaugurata nel 1827 e detiene il titolo di corsa in piano più antica d’Italia ancora regolarmente disputata. E qui ci fermiamo, per fare un bel salto indietro nel tempo.
Adesso immaginate la Firenze ottocentesca, un Granducato opulento, ricco di nobili europei, che adoravano la città bagnata dall’Arno, tappa essenziale ed obbligatoria del Grand Tour, esponenti di ricche famiglie inglesi, avvezzi al divertimento, all’amore per le sfide, alle competizioni e, non ultime, alle scommesse: quale sport poteva incarnare un così alto numero di sensazioni se non quello delle corse dei cavalli. Ed allora ecco che, per volere di Lord Burghesc, ministro britannico presso la Corte Toscana, in data 27 giugno 1827 si firmò quest’istanza per cui “nel Prato del Quercione, presso il casino delle Cascine, si potesse correre all’uso d’Inghilterra, dalle quattro alle sette pomeridiane”.
È la nascita ufficiale dell’ippica in Italia. Sì perché nel nostro Paese le corse ci sono sempre state, dai tempi lontani degli etruschi, grandissimi preparatori di cavalli, passando dai romani, ed arrivando al Palio di Siena e ai palii con cavalli scossi sia nella Roma papalina, che nella stessa Fiorenza. Si trovano bellissime ricostruzioni di gare ippiche perfino nelle pagine di Baldassare Castiglione, famoso per aver scritto “Il Cortigiano” che da ambasciatore dei Gonzaga in Inghilterra portò al sovrano Enrico VIII, proprio lui, un quadro di Raffaello e due cavalli da corsa allevati proprio dal Duca di Mantova.
A Firenze invece queste nuove corse di cavalli avevano una caratteristica unica: erano “under rules”, cioè sotto le regole inglesi. Che significava, per la prima volta in Italia, avere corse distinte per cavalli giovani, femmine, maschi, effettuate su distanze diverse e con pesi assegnati ai cavalieri in virtù delle prestazioni di ogni singolo cavallo.
La selezione della razza nel suo concetto primordiale, e diremmo assoluto.
Well Done.
Tra questi signori si aggiravano personaggi di grande lignaggio: Sir Hedworth Willamson proveniva da una famiglia capace di vincere il Derby di Epsom per ben due volte Pan 1805 e Ditto 1808. Anatolio Demidoff era invece totalmente di un altra categoria, aveva sposato una Bonaparte, Matilde, e pare avesse miniere di argento e oro che potevano soddisfare ogni suo vezzo; il padre Nicola ha trasformato il convento di San Donato, attuale zona Novoli, in una meraviglia terrestre, con box privati e pista di allenamento. Incredibile. D’altronde aveva sposato la nipote dello Zar Nicola I. Perse spesso e molto, ma una piccola rivincita la prese nel 1832 quando il suo Roberto il Diavolo vinse nettamente la Corsa dell’Arno. Giusto, ma il cavallo in questione pare fosse Paradox, vincitore in gioventù ad Ascot e Newmarket e camuffato per trionfare in Italia.
In questo guazzabuglio di stili, ricchezze, eccentricità, opulenza e divertimento si inserisce perfettamente la Nostra Corsa. Un avvenimento che col tempo ha assunto un ruolo importante nella società bene toscana, tanto da fungere come raccolta di fondi per le popolazioni colpite da carestie o guerre locali. Famosa fu quella per la grande carestia irlandese del 1845-46 che segnò l’inizio vero e proprio dell’emigrazione irlandese verso le Americhe. I raccolti delle patate andarono distrutti e ciò causò oltre un milione di morti nell’Isola Verde. Le iscrizioni per partecipare alle corse, i premi vinti e le donazioni spontanee andarono tutte in beneficenza. Le scommesse no, of course. Quelle rimasero sul territorio.
Le gare vere e proprie in quel periodo si svolgevano sul Prato del Quercione, quello che adesso costeggia il viale dell’Aeronautica, ed in genere si svolgevano nel giro di 3 o 4 volte il tracciato che risultava aperto, cioè senza nessun tipo di steccato, introdotto soltanto dopo alcuni gravi casi di cadute con coinvolgimento del pubblico presente, che non riuscendo a stare fermo inseguiva i propri idoli per la pista. Alla fine furono introdotti gli steccati, proprio per delimitare la folla sempre più numerosa dagli attori sul tracciato.
Sintomatica e saporita è questa nota del 1865 del Commissario di Pubblica Sicurezza al Buon Governo: “ …la squadra di Polizia di Fiesole sola non sia sufficiente al servizio d’ordine, e trattandosi di spettacolo motivato da Società di Forestri, la polizia non ama lasciare il proprio servizio ordinario, aggravandosi di fatiche e di spese, per prestare assistenza a operazioni di codeste private società”.
Insomma, una sorte di ribellione pubblica verso uno spettacolo privato.
Ai giorni nostri, ogni anno il 25 di aprile l’evento trasforma il Parco delle Cascine in un palcoscenico dove sport, eleganza e tradizione si fondono sotto il sole primaverile. Il fascino della competizione risiede nel suo legame indissolubile con il territorio.
Non si tratta solo di velocità, ma di una sfida di resistenza su una distanza di 2200 metri che mette alla prova i migliori purosangue di tre anni e oltre. Vincere la Corsa dell’Arno significa incidere il proprio nome in un albo d’oro che attraversa tre secoli, un onore che scuderie e fantini inseguono con immutata passione.
Negli anni abbiamo assistito ad edizioni spettacolari, incerte nei preventivi prima, in pista poi con la presenza delle migliori scuderie italiane.
Come non ricordare la superba vittoria di Roberto Cavalli, il famoso designer fiorentino molto legato con la famiglia al mondo ippico (suo figlio Tommaso porta avanti con successo l’allevamento degli Dei specializzato in trottatori di alto lignaggio), grazie a Frankenstein che nel 2011, ben preparato da Bruno Grizzetti, si rese autore di splendida retta di arrivo sotto la spinta di Dario Vargiu, che chiuse un clamoroso trittico di vittorie a seguire, iniziato nel 2009 con Storm Mountain e proseguito l’anno seguente da Il Fenomeno. Recentemente Dario è tornato ad indossare il cappello che viene donato dal Consorzio del Cappello di Firenze, con Fruitereu e Blu Navy Seal.
Ma la Corsa dell’Arno è anche un evento sociale imperdibile. Le tribune si popolano di un pubblico eterogeneo, dai grandi esperti del settore alle famiglie, fino agli amanti del glamour. Come da tradizione, l’attenzione si sposta spesso dalla pista ai parterre, dove sfilano i cappelli più stravaganti e ricercati, partecipando a concorsi di eleganza che richiamano le atmosfere dei grandi ippodromi internazionali come Ascot.
Il cappello di Firenze è infatti l’altro trait-union con la storia della città: nel pomeriggio delle corse ci sarà una sfilata, gestita dal Consorzio del Cappello di Paglia Fiorentino che quest’anno commemora i 40 anni di vita, per celebrare l’eccellenza fiorentina; sarà possibile infatti presentarsi in pista con creazioni autonome, ispirate a famosi couturier francesi o inglesi, divertendosi ed inventando copricapi colorati, originali, di qualsiasi dimensione, fabbricati con qualsiasi tessuto, provando a entrare nel marcatore, non ippico questa volta, della classifica finale elaborata da una esperta giuria. In palio ci saranno cappelli, week-end termali, gadget, ma soprattutto si concorrerà a fare della sana beneficenza.
Tra il galoppo dei cavalli e l’incanto del verde fiorentino, la Corsa dell’Arno continua a raccontare la storia di una Firenze che sa guardare al futuro senza mai dimenticare le proprie nobili radici. È un appuntamento dove il battito degli zoccoli scandisce il ritmo di una giornata indimenticabile, sospesa tra adrenalina e bellezza.
L’appuntamento è quindi per sabato 25 aprile, con apertura dei cancelli fissata per le 13,30 e la Corsa Dell’Arno in programma alle ore 18,20.
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