
“Chi sono io? Sono un pittore, ma nessuno mi crede”. La frase, amara e ironica, è di Dino Buzzati. E potrebbe essere il manifesto dell’ultimo libro di Mimmo Di Marzio, Gli insospettabili. Da Goethe a David Bowie, la pittura come seconda vita, per l’editore Giunti. È un viaggio dentro le vite parallele di scrittori, musicisti, attori, uomini politici e icone dello spettacolo che hanno attraversato la frontiera tra celebrità e arte.
Di Marzio racconta storie di personaggi celebri che hanno avuto una seconda vita davanti al cavalletto. Non hobby da fine settimana, ma percorsi autentici, a volte segreti, a volte esibiti, fatti di mostre, cataloghi, relazioni con galleristi e collezionisti.
Da Buzzati a David Bowie, da Bob Dylan a Paul McCartney, Franco Battiato, Sharon Stone, re Carlo III: una geografia sorprendente che attraversa il Novecento e arriva fino a oggi.
Il libro finisce inevitabilmente per raccontare qualcosa di più ampio e forse più scomodo: come si forma il valore nell’arte contemporanea. Perché se all’origine c’è spesso un’esigenza creativa autentica, la celebrità resta un potente acceleratore della macchina del mercato.
L’esempio più spettacolare è Johnny Depp. Durante gli anni più difficili della sua vita privata, tra separazione e battaglie legali, Depp tornò a dipingere in maniera intensa. Ha raccontato più volte che l’arte era diventata uno spazio per elaborare emozioni e attraversare una crisi personale. Poi però in soccorso è arrivato anche il mercato.
Nel 2022 la sua collezione Friends & Heroes, 780 serigrafie dedicate a figure come Bob Dylan, Elizabeth Taylor, Al Pacino e Keith Richards, fece il tutto esaurito in poche ore, sito della galleria in crash, oltre 3 milioni di sterline di ricavi stimati. Negli anni successivi altre serie dedicate a Bob Marley, Heath Ledger e River Phoenix hanno portato gli introiti complessivi oltre i 7–8 milioni di sterline. Resta aperto un interrogativo: a guidare il mercato è il valore dell’opera o il fascino del nome di Johnny Depp? Perché i casi raccontati da Di Marzio mostrano come il sistema oscilli continuamente tra due poli: l’espressione artistica autentica e il capitale simbolico della notorietà.
Sylvester Stallone dipinge da anni lavori dominati da cadute, rinascite e figure combattive che ricordano inevitabilmente Rocky e Rambo. Le prime mostre vendevano opere tra 50 mila e 150 mila dollari; alcune recenti sarebbero arrivate a 850 mila. Sharon Stone, che dipingeva già da ragazza per pagarsi gli studi vendendo piccoli lavori da 25 dollari, oggi propone alcune opere attorno ai 40–50 mila dollari. Detto questo, su piattaforme d’asta si trovano aggiudicazioni da circa 1.500 dollari.
“Le quotazioni dei personaggi che racconto nel mio libro – spiega Di Marzio – oscillano fortemente per il fatto che il loro collezionismo esula dai cosiddetti parametri ufficiali, le loro opere soltanto in pochi casi sono gestite da gallerie d’arte e molto più spesso il mercato è circoscritto alle aste, con vendite a valori del tutto imprevedibili. Va detto che, soprattutto per quanto riguarda gli autori storici, i dipinti sono protetti da fondazioni, archivi e collezioni private, dunque raramente compaiono sul mercato, ad eccezione di opere minori come disegni e grafiche. Completamente diverso il discorso sui contemporanei che hanno abbracciato una vera carriera pittorica, e le cui opere soggiacciono ai consueti coefficienti stabiliti dalle gallerie di riferimento. In questo caso i prezzi non differiscono dalla media degli artisti contemporanei internazionali anche se è sottinteso che il valore sia inevitabilmente condizionato dalla loro fama di attori, registi o rockstar”.
La forbice è enorme. Da una parte, una narrazione consolidata secondo cui il valore artistico dipenderebbe da ricerca, linguaggio, innovazione, critica, storia espositiva; dall’altra la celebrità agisce come una sorta di acceleratore finanziario istantaneo.
Un giovane artista sconosciuto potrebbe impiegare dieci anni per arrivare a una quotazione di 50 mila dollari. Una star mondiale può arrivarci alla prima mostra. Nel capitolo dedicato a Paul Mc Cartney, il cantautore racconta che il suo più grande desiderio è che il pubblico possa giudicare i suoi quadri dimenticando il fatto che siano stati dipinti da un mito dei Beatles, ma egli stesso ammette che ciò è praticamente impossibile, “non avrebbe avuto tra il pubblico delle sue mostre collezionisti come la regina Elisabetta”, aggiunge Di Marzio al quale Sharon Stone ha detto a chiare lettere che non si pone il problema: “essere Sharon Stone fa parte della mia energia ed è del tutto naturale che ciò influenzi gli altri e produca conseguenze”, anche sul mercato, chiosa l’autore degli Insospettabili.
Non tutti i casi – comunque – sono uguali. Winston Churchill, per esempio, altro “Insospettabile” oggi può raggiungere oltre 8 milioni di sterline nelle grandi aste. Ma qui il valore nasce da un’altra dinamica: rarità, peso storico, interesse documentario. Perché si compra un frammento di storia del Novecento. Bob Dylan rappresenta probabilmente il caso più sofisticato essendo entrato nella scuderia di Larry Gagosian accanto a nomi come Damien Hirst e David Hockney.
Di Marzio insiste su un punto. Questi personaggi non avevano alcun bisogno di cercare pubblicità attraverso la pittura. La spinta è autentica. Il problema, se di problema si voglia parlare, riguarda il sistema che li accoglie. Perché l’arte contemporanea continua a raccontarsi come un regno governato da criteri estetici sofisticati, ma spesso reagisce alle stesse logiche dell’intrattenimento globale: riconoscibilità, storytelling, potenza del marchio.
Buzzati lo aveva intuito quando parlava delle etichette. Forse oggi direbbe che il quadro non è più soltanto un quadro. È una biografia incorniciata dove la firma costa molto più del dipinto.
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