
Cavanna
Cento detenuti di sei istituti carcerari, 12 mesi di lavoro comune e un obiettivo: comporre un arazzo di otto metri per tre per rivisitare in chiave contemporanea la Scuola di Atene di Raffaello. Ogni carcere ha prodotto una decina di personaggi: da Nelson Mandela ad Alda Merini, da Fabri Fibra a Bob Marley. Un progetto di Mattia Cavanna, artista – ingegnere di primo piano (oggi alla guida dell’r&d di Agusta elicotteri) – che trasforma la disciplina intellettuale in arte e che bussa al portone del carcere minorile del Beccaria di Milano. Nasce così una straordinaria iniziativa nell’ambito del progetto Orizzonti della Fondazione Francesca Rava.
Arte e cultura sono potenti strumenti educativi. Per la società in generale ma anche nei casi estremi. Valori sottovalutati?
In una società contemporanea per lo più sintetica, anaffettiva, che corre a velocità folli in tutte le direzioni, promuovere l’approfondimento, il dialogo tra persone, insegnare a riconoscere e a creare bellezza ha molto senso. Sono strumenti di crescita personale e collettivi solo apparentemente anacronistici, di grande impatto, potenti e gentili allo stesso tempo. Il progetto ‘(Cercare) Raffaello in carcere’ ce lo conferma.
Raccontaci in cosa consiste il progetto (Cercare) Raffaello in carcere.
È un’iniziativa che nasce da una mia idea sposata in pieno dalla Fondazione Francesca Nava, da anni in prima linea al fianco dei giovani detenuti degli Ipm di tutta Italia: ridisegnare un capolavoro dell’arte antica partendo dai propri riferimenti culturali contemporanei è già in sé una sfida inebriante (e terrificante). Farlo gomito a gomito in una cella con chi sta scontando una pena per delitti inflitti al prossimo, porta l’esperienza creativa a un livello di intensità e delicatezza che vi lascio intuire. Se la conoscenza é la vera molla di emancipazione individuale e collettiva, allora immergersi nelle opere senza tempo di maestri rinascimentali dall’interno di sei carceri significa operare a cuore aperto prendendosi dei rischi di incomunicabilità o rigetto. Vuol dire percorrere strade emotive difficili ma che si sono rivelate molto fertili, percorsi in grado di sprigionare vitalità inattese e portare alla luce un’umanità fragile, aggressiva, ferita ma splendida allo stesso tempo. Cervantes diceva che “dove c’è musica e arte, non può esserci violenza”, ed è assolutamente vero. Mentre impiastri una tela con detenute e detenuti hai l’impressione – confermata in molti trattati di psicologia – che i reclusi facendo arte si sgancino dai loro problemi, escano dai labirinti delle loro menti, mettano da parte ossessioni e preoccupazioni e per qualche attimo tornino liberi.
Ecco il progetto Scuola di Atene di Raffaello. Perché avete scelto questa opera?
Nel 1509 dc, mentre Michelangelo affrescava la Cappella Sistina, Raffaello, ventottenne, catturava nell’affresco per la biblioteca vaticana di Papa Giulio II i ritratti delle sessanta menti migliori note alla data. Si tratta di una parata impressionante di personaggi che spaziano da Platone a Aristotele, da Archimede a Diogene. Noi in carcere abbiamo scelto di reinterpretare ed attualizzare i personaggi. Sopra la Scuola di Atene campeggia l’iscrizione ‘Cognitio Causarum’, indicando come la ricerca delle cause dia risposta alla sete di conoscenza umana e aiuti nella ricerca di sé stessi. E proprio ritrovare se stessi in carcere è un’attività scomoda e difficilissima per i reclusi, schiacciati come sono tra gli errori del passato, un presente molto duro e i loro possibili futuri spesso incerti o assenti. Questo paradosso tra il dentro e il fuori, lo troviamo ironicamente nelle stesse parole-gemelle ‘Cercare’ e ‘Carcere’ composte dalle stesse identiche sette lettere dell’alfabeto, ma che, con un’inversione di vocali, mostrano i due lati della stessa medaglia. La tensione per il nuovo e la costrizione nel chiuso.
Cento detenuti di sei istituti: come è stato possibile far condividere questa esperienza?
Il fil-rouge che ha connesso i detenuti è stato una sfida collaborativa tra gruppi con l’obiettivo di comporre un arazzo in stoffa enorme, di otto metri per tre. In questo progetto artistico i cento detenuti con cui ho avuto la fortuna di interagire per 12 mesi, da marzo 2025 a 28 marzo 2026 (data di nascita di Raffaello) si sono alleati tra loro, hanno accettato di esporsi al pubblico anche per mezzo di autoritratti, provando a lasciare la loro traccia, scegliendo di darsi una chance di rinascita, nonostante tutto quello che c’è o che manca, oggi, nelle loro vite. I partecipanti hanno studiato il capolavoro rinascimentale e lo hanno reinterpretato sostituendo ai filosofi dell’antichità i propri modelli di riferimento: artisti, musicisti, politici. lavorando su ‘pezze’ di tela poi cucite insieme dalla restauratrice tessile Tiziana Benzi dell’Accademia Aldo Galli di Como. Ogni carcere ha prodotto una decina di personaggi tra cui: Nelson Mandela, Alda Merini, Fabri Fibra, Bob Marley, Amy Winehouse, Maradona, Marco Pannella, Sponge Bob, Nina Simone, Rita Levi-Montalcini, Rosa Parks, per citarne alcuni. L’effetto d’insieme è di un grande affresco contemporaneo con un’aura antica, sullo sfondo del quale si possono riconoscere tracce della vita dei reclusi: il profilo dell’isola-penitenziario di Nisida, il ponte dei sospiri di Venezia, un copertone di camion usato come nascondiglio per espatriare, una grande clessidra con sabbia e gocce di sangue.
Risultato straordinario, grazie al lavoro quotidiano tuo e di Fondazione Francesca Rava.
Assolutamente sì. Un successo di squadra contagioso, che non avrei potuto immaginare quando un anno fa ho iniziato quest’avventura bussando per primo alla porta dell’Ipm Beccaria di Milano con un sacchetto di pastelli a cera e un rotolo di tela da dipingere tra le mani. La Fondazione Francesca Rava, con i suoi 25 anni di esperienza a sostegno dei più fragili in Italia e nel mondo grazie alla sinergia con il Ministero della Giustizia, ha rappresentato per me il compagno di viaggio ideale, anche grazie alla sua credibilità. Insieme abbiamo girato lo stivale in lungo e in largo, completando 55 visite nei penitenziari. Alla Fondazione si sono poi aggiunti altri soggetti, come ad esempio l’Istituto Europeo di Design, Federica Berlucchi e molti altri partner come Liberi Dentro e decine di volontari. Invito tutti a fare volontariato in uno dei circa 200 carceri italiani.
I ragazzi avrebbero bisogno però di continuità, di un progetto diffuso. Ci sarà?
È vero serve continuità e impegno da parte di tutti quelli che hanno a cuore una parte di società che non possiamo dimenticare o nascondere come polvere sotto al tappeto. Il tempo in carcere è dilatato, monotono, scorre sinistro e lento. Deve essere utilizzato per riflettere sui propri sbagli, ma può anche fare ulteriori danni se non impiegato in maniera costruttiva, in chiave rieducativa. La progettualità continua è una valvola di sfogo e un’ancora di salvezza. Ma Purtroppo i dati del sistema carcerario italiano non sono confortanti. Il raddoppio dei detenuti minori negli ultimi 3 anni (passati da 300 a 600), un suicidio registrato ogni quattro giorni (96 nel 2025), la recidiva criminale al 70%, solo il 30% di detenuti che studiano e meno del 3% di detenuti che lavorano presso realtà esterne in messa alla prova, sono indicatori di un sistema che contiene i criminali, ma che li osserva poco da detenuti e li riqualifica ancora meno. È una spirale non sana che iniziative come questa provano ad invertire. O almeno come cittadino voglio crederci. Una nota di speranza e un appello finali. L’attenzione che sta avendo questo progetto e la risposta entusiasta del pubblico durante il roadshow del remake di Raffaello dicono che gran parte della società italiana è pronta a riaccogliere chi ha sbagliato e vuole rimboccarsi le maniche. Del resto, l’inverno demografico nazionale porterà il nostro paese entro il 2050 a decrescere da 62 milioni a 55 milioni di abitanti e ad invecchiare inesorabilmente, rendendo necessario un modello sociale più inclusivo, tollerante, aperto ai giovani, che preveda il recupero sociale e produttivo delle anime che si sono perse per strada. Anche, perché no, attraverso l’arte.
A Mariavittoria Rava chiediamo: qual è la genesi del progetto ‘Orizzonti’ e come nasce l’impegno in prima linea negli Istituti penali per minorenni di tutta Italia?
‘Orizzonti’ è l’estensione del progetto ‘Palla al Centro’ della Fondazione Francesca Rava, nato nel 2020 nell’ambito di un accordo di collaborazione con il Tribunale per i minorenni di Milano e con il Centro per la giustizia minorile per la Lombardia e attuato da allora presso l’Ipm Cesare Beccaria di Milano. L’esperienza maturata sul campo, a fianco dei giovani detenuti, ci ha mostrato quanto sia fondamentale offrire loro opportunità concrete di crescita, formazione, espressione e reinserimento, valorizzandone le capacità e il potenziale. Da questa consapevolezza e a seguito della sottoscrizione nel 2024 di un Protocollo di Intesa tra la Fondazione Francesca Rava e il Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, il progetto ‘Palla al Centro’ ha trovato attuazione a livello nazionale, con l’obiettivo di sensibilizzare la comunità sul tema del disagio giovanile, in un’ottica di prevenzione, abbattimento dei pregiudizi, contrasto all’isolamento e alla stigmatizzazione dei giovani entrati nel circuito penale, per la loro futura inclusione sociale e lavorativa, creando un ‘ponte tra dentro e fuori’, in sinergia con istituzioni, aziende, università e volontari. È proprio da questo intento, e dal sostegno di Mediobanca che nasce ‘Orizzonti’, un progetto volto a offrire, ai giovani detenuti di 8 Ipm in Italia (Bologna, Milano, Pontremoli, Roma, Napoli, Bari, Catanzaro e Palermo), attività educative, formative, culturali e artistiche, capaci di favorire consapevolezza, responsabilità, sviluppo di competenze e fiducia nel futuro.
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