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12 giugno 2026

Biennale, l’IA si fa linguaggio: al Padiglione Venezia un viaggio tra memoria, suono e presenza

Tra musica, memoria e innovazione, il progetto esplora il rapporto tra creatività e tecnologia, trasformando l’AI in uno strumento di dialogo
Biennale, l’IA si fa linguaggio: al Padiglione Venezia un viaggio tra memoria, suono e presenza

Enzo Argante
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Enzo Argante

Al Padiglione Venezia della Biennale, Cisco e H-Farm raccontano un’AI che non sostituisce il gesto artistico, ma lo attraversa: tra codice, memoria, musica e presenza umana. Ci sono luoghi in cui la tecnologia, per essere compresa appieno, deve smettere di apparire come tale. Deve perdere la sua superficie più prevedibile, quella del calcolo, dell’efficienza e dell’automazione, e trasformarsi in esperienza. Deve diventare attraversabile, quasi vulnerabile, liquida.

Il Padiglione Venezia ci racconta un AI non come promessa astratta del futuro, ma come materia nuova con cui l’arte cerca di dare forma a ciò che, per sua natura, tende a sfuggire: la memoria, l’assenza, il suono, l’emozione. In questo contesto, il dialogo tra Cisco, H-Farm e il Padiglione Venezia assume un valore che va oltre la semplice sponsorizzazione tecnologica. Non si tratta di introdurre l’AI nell’arte come una novità scenografica ma, piuttosto, di interrogarsi su cosa accada quando un’infrastruttura digitale entra nel processo creativo non come scorciatoia, ma come interlocutore.

Gianpaolo Barozzi, Global Technology Officer di Cisco, ha presentato un progetto basato su un’idea semplice e rivoluzionaria: gli artisti sono naturalmente curiosi delle tecnologie. Non le subiscono, ma le esplorano, le mettono alla prova e le trasformano quando ne comprendono il potenziale.

Da qui prende forma una domanda più ampia, che riguarda il significato stesso dell’atto artistico oggi. Cosa significa creare in un tempo in cui gli strumenti sono sempre più trasversali, ibridi, condivisi? L’artista contemporaneo non lavora più soltanto con la materia, il suono, l’immagine o lo spazio, ma anche con sistemi, linguaggi, dati, algoritmi. Eppure, ciò che rende artistico un gesto non è lo strumento che lo produce, ma l’intenzione che lo orienta. È nell’individualità dello sguardo, nella capacità di trasformare una tecnologia in linguaggio, che il processo creativo continua a trovare la propria identità.

L’aspetto più coinvolgente dell’esperienza si manifesta nel lavoro realizzato attorno alla musica di Dardust e alla visione scenografica di Paolo Fantin. L’immagine di partenza è di grande impatto: un pianoforte che affonda nelle acque di Venezia, mentre la musica continua a risuonare anche quando il corpo non è più visibile. L’acqua, in questo contesto, non è solo un elemento ambientale o una citazione alla laguna; è un dispositivo percettivo che trasforma il suono in materia, vibrazione e memoria, che si deforma e persiste nel tempo.

Davide Bartolucci, fondatore e ceo di Shado, porta in questo progetto una sensibilità che nasce dall’intersezione tra storytelling, tecnologia e comunicazione. La sua ricerca si concentra da anni sulla possibilità di tradurre universi narrativi in esperienze fisiche e digitali. È significativo che, in un momento in cui l’AI viene spesso discussa in termini di produttività, qui venga invece chiamata a misurarsi con il senso, con ciò che non è immediatamente utile e non si quantifica.

H-Farm, da parte sua, entra in questa dinamica con una missione altrettanto coerente: riportare senso nella dimensione digitale. Un compito non semplice, soprattutto oggi, quando l’intelligenza artificiale rischia di essere percepita come una grammatica onnipresente ma non sempre compresa. La sfida è proprio questa: non usare l’AI perché è nuova, ma perché può aiutarci a formulare domande migliori. Farla diventare un mezzo e non un pretesto: uno strumento che non prende il posto della visione umana, ma la accompagna nella sua espressione e nella sua comprensione.

Giovanna Zabotti, direttrice artistica di Fondaca Italia e curatrice d’arte, con la sua profonda passione e dedizione per Venezia, ha parlato di un lavoro “sognato insieme”; una definizione che restituisce bene la natura del progetto: un esercizio collettivo di complessità.

Gestire la complessità, oggi, non è più una competenza accessoria, ma una condizione del contemporaneo. La tecnologia, la città, l’arte, il rapporto tra memoria e innovazione sono tutti elementi complessi. Ma quando questa complessità viene abitata da persone capaci di ascoltarsi, può diventare generativa.

Il punto, allora, non è stabilire se l’intelligenza artificiale sia umana o disumana. L’AI non possiede, di per sé, una qualità morale autonoma. Dipende da come la progettiamo, da come la usiamo e dalle relazioni che le chiediamo di attivare. Può impoverire il linguaggio se utilizzata per evitare il pensiero, ma può arricchirlo se viene adoperata per avvicinare a ciò che il pensiero da solo fatica a raggiungere. Al Padiglione Venezia, l’intelligenza artificiale, dunque, non si presenta come una minaccia, ma come una soglia. Una soglia tra visibile e invisibile, tra superficie e profondità, tra presenza e ricordo. Non cerca di rendere eterno l’atto artistico nel senso ingenuo del termine. Piuttosto, si interroga sulla possibilità di prolungarne la risonanza. Si chiede se un gesto, una nota, una frase, una pressione sui tasti possano continuare a trasformarsi anche dopo essere accaduti. Questa, forse, è la parte più emozionante del progetto: l’idea che la tecnologia non serva solo a produrre futuro, ma anche a custodire ciò che rischiamo di perdere. Che l’innovazione non debba sempre coincidere con la velocità, ma possa diventare anche una forma di attenzione e ascolto introspettivo. Una lente più sensibile per osservare le tracce che lasciamo.

Forse è proprio qui che il progetto trova la sua verità più forte: non nell’AI come spettacolo, ma nell’AI come linguaggio. Un linguaggio che obbliga artisti, sviluppatori, curatori, aziende e istituzioni a sedersi allo stesso tavolo e a ripensare il proprio ruolo. Perché L’AI non elimina la necessità dell’uomo, la rende più evidente. Ci costringe a chiederci cosa vogliamo dire, cosa vogliamo preservare, quale forma vogliamo dare alla nostra presenza.

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