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20 luglio 2026

Da Vittorio, così la famiglia Cerea ha trasformato un ristorante in un gruppo da oltre 100 milioni

Tra passaggi generazionali, nuove aperture e rafforzamento della struttura aziendale, oggi Da Vittorio affronta una nuova fase di sviluppo
Da Vittorio, così la famiglia Cerea ha trasformato un ristorante in un gruppo da oltre 100 milioni

La famiglia Cerea del ristorante Da Vittorio

Alberto Cauzzi
Scritto da:
Alberto Cauzzi

Contenuto tratto dal numero di luglio 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

Tra passaggi generazionali, nuove aperture e rafforzamento della struttura aziendale, oggi Da Vittorio affronta una nuova fase di sviluppo, anche con l’ingresso di Ou(r) Group della famiglia Ruffini. Mantenendo sempre al centro accoglienza e spirito imprenditoriale. “Abbiamo 60 anni. Io vorrei farne altri 600!”, dice Enrico Cerea

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Il 6 aprile 1966 Vittorio Cerea, con la moglie Bruna, compagna di vita e di scelte essenziali per il coronamento di questa storia di famiglia e ristorazione, intraprendeva l’avventura di aprire un ristorante. Non uno qualsiasi. A Bergamo, alla fine degli anni Sessanta, i ristoranti più in voga proponevano soprattutto piatti di carne e tradizione. Vittorio decise invece di puntare sul pesce. Una prima intuizione destinata a cambiare tutto, tanto più che Cerea aveva l’istinto naturale del bello e del prezioso per cui, in stagione, il locale era un tripudio di funghi, tartufi, ostriche e caviale. Poi sono arrivati la ristorazione esterna, la scelta di Brusaporto, la formazione dei figli, avvenuta fuori casa.

Oggi quel seme è diventato un gruppo da oltre mille dipendenti, più di 100 milioni di euro di fatturato e circa 900 eventi l’anno. Un’impresa familiare entrata in una nuova fase, con l’ingresso di Ou(r) Group della famiglia Ruffini. Dietro i numeri resta, però, il tratto distintivo di Da Vittorio: una solida cultura del lavoro, tramandata e reinterpretata da ciascuno dei componenti della famiglia, che si ripete sia in piccolo che in grande, come l’architettura di un frattale.

Per Enrico Cerea il passaggio più significativo, oltre che formativo, coincise con un momento delicato vissuto accanto al padre. Ricorda quando Luciano, storico braccio destro di Vittorio in sala, decise di lasciare il ristorante per aprire un’attività propria. “Papà la prese davvero male”, racconta. “Lo vidi seduto al bancone della cassa con le lacrime agli occhi. Io gli dissi: non preoccuparti, facciamo noi”. Da lì nacque un’accelerazione naturale delle responsabilità. Iniziò la carriera in sala, poi il padre lo spostò in cucina. Una scelta destinata a segnare il percorso. Anche lì il rapporto con Vittorio fu una scuola rigorosa. ‘Chicco’ racconta la sua timidezza iniziale, il padre che lo accompagnava ai tavoli e lo presentava ai clienti, costringendolo poco alla volta a superare il disagio.

Poi arrivò la pasticceria: la grande passione che lo portò a viaggiare, studiare, fare stage, perfezionarsi in Svizzera e a New York. “Finivo in cucina e poi salivo in una stanzetta a fare cioccolatini fino alle tre di notte”. Quella ricerca diventò una competenza distintiva e contribuì a definire la precisione tecnica di Da Vittorio. Oggi Chicco legge il nuovo ingresso societario come un passaggio di visione prima ancora che finanziario. “Non ne avevamo bisogno economicamente. Ma dopo il Covid siamo entrati in un segmento che ci siamo inventati sotto un pergolato a bordo piscina nella residenza della Cantalupa: era il nuovo Dav, che oggi sono quattro. Siamo, in breve, cresciuti così velocemente che ci siamo resi conto che servivano struttura e persone capaci di aiutarci a governare la complessità”. Il valore, dice, è aver scelto un partner industriale e non puramente finanziario: qualcuno con cui condividere tempi lunghi, identità e qualità. “Abbiamo 60 anni. Io vorrei farne altri 600!”.

Per Francesco Cerea la chiave è sempre stata la capacità di risolvere problemi mantenendo il controllo. La ristorazione esterna – che in famiglia continuano a chiamare così, non catering – è il luogo in cui questa capacità emerge con più forza. E qui gli aneddoti si moltiplicano. A Verona, durante un evento in campagna, il forno smise di funzionare: restava acceso solo tenendo premuto il pulsante. Francesco sistemò una cassetta dell’acqua, ci piazzò sopra una hostess e le chiese di restare con il dito premuto per un’ora. “Poi ti do una bella mancia”, le disse. Il forno continuò a lavorare. Il servizio andò avanti.

Un’altra volta, a Porto Cervo, il piano B non esisteva e alle due del pomeriggio iniziò a diluviare. Tavoli coperti all’ultimo con teli di plastica legati alle sedie, aperitivi spostati all’interno, squadra riorganizzata in pochi minuti. “È un lavoro senza orari, ovviamente con alcuni stop, ed è altamente creativo. Non è che tutti i giorni facciamo 20 ore, se no mi mettono in galera [ride, ndr], ed è come fare ogni volta un film nuovo: ‘Ciak, si gira!’, senza possibilità di replica, e quindi la nostra attività diventa teatro. E poi c’è la padronanza tecnica: fare un risotto per tremila persone ne richiede tantissima. E deve essere buono, perché se lo sbagli commetti un errore moltiplicato per tremila volte. In questo senso è un lavoro che ti fa percepire quanto sia importante la cura di ogni dettaglio.”

Dietro questi episodi c’è un’evoluzione. Francesco racconta che negli anni la cucina ha smesso di essere l’unico centro della scena. Attorno si è costruito un contorno fatto di accoglienza, luce, musica, formazione scrupolosissima – si pensi all’attenzione alle allergie – e capacità relazionale.

Da qui è nata anche l’academy interna guidata da Rossella: la convinzione che ospitalità e preparazione del personale siano parte integrante dell’identità. A questo proposito, Rossella confessa che l’ingresso di Ou(r) Group non è stato del tutto immediato. “All’inizio era quasi un dolore: sembrava di toccare qualcosa costruito da mamma e papà. Poi abbiamo capito che con persone che condividono i nostri valori si poteva crescere meglio e più velocemente. Per esempio negli Stati Uniti abbiamo una solidissima clientela americana, ma nessuna sede negli Usa. Quando aprimmo a Shangai, il prestigio e il valore di Da Vittorio era tale che iniziammo ad accogliere anche qui a Brusaporto tanti clienti cinesi. La sfida a breve termine, oggi, è inserire nuove figure manageriali legate al marketing, alle risorse umane, al controllo di gestione, senza snaturare il credo e la cultura familiare. Un innesto che ci farà alzare ancora di più l’asticella della qualità e della strutturazione dell’azienda”.

Rossella racconta quanto “la qualità, la coerenza e il senso di accoglienza non possono cambiare”, e lega questa cultura a un insegnamento diretto del padre. Da ragazza era intimorita dalla sala. Ma Vittorio le ripeteva: il cliente non è mai un nemico, è un amico da accogliere. “Vai al tavolo con il sorriso e vedrai che lo conquisti”. È una lezione ancora centrale in un gruppo cresciuto fino a dimensioni industriali. E per Rossella, maestra di accoglienza, un incipit che ancora oggi ha impresso nel suo dna, il dna di famiglia.

La scomparsa di Vittorio, nel 2005, ha rappresentato il momento di svolta più forte. “Avevamo quattro realtà e 70 dipendenti: ci sembravano già tantissimi”. Da allora la crescita ha accelerata. La ristorazione esterna, i Dav, i pranzi collettivi, i prodotti retail. Francesco usa un’immagine sportiva: “Da giocatori siamo diventati allenatori”. Oggi la sfida è mettere in campo le persone giuste e trasferire a manager e collaboratori il metodo di famiglia senza perdere il dna originario.

Dietro i numeri, ovviamente, resta una cultura familiare precisa. Per Roberto Cerea, detto Bobo, il tratto distintivo è sempre stato il coraggio di affrontare l’imprevisto. Ricorda un evento sulla Costa Azzurra per un importante imprenditore internazionale: nel menù erano previsti scampi, ma il prodotto non era stato caricato. Mancavano poche ore. “Ho perso dieci anni di vita in due ore”, racconta. Con il fratello e un fornitore ligure organizzò una corsa contro il tempo e il servizio partì regolarmente. La ristorazione esterna, dice, è questo: tensione continua e capacità di trovare l’unica soluzione possibile. Più delicato il ricordo del 2008. Dopo il trasferimento a Brusaporto e gli ultimi anni di Vittorio, la situazione finanziaria si fece complessa. “Rischiammo davvero grosso”. Fu lì che la famiglia reagì diversificando: consulenze, prodotti, nuove linee di business. “Forse proprio quegli anni ci hanno permesso di diventare quello che siamo oggi”. Da allora la visione di Bobo è rimasta la stessa: portare Da Vittorio nel mondo con più forza e più struttura.

Sul futuro la visione è netta. L’ingresso di Ou(r) Group è percepito come l’incontro tra due famiglie che condividono cultura e rispetto. Da una parte Da Vittorio porta un marchio forte e riconosciuto; dall’altra trova competenze e struttura per accelerare aperture, organizzazione, marketing e risorse umane. “Non si è mai finito di imparare”, dice Francesco. Ed è forse questa la sintesi più fedele dell’universo Cerea: restare fedeli all’origine senza smettere di evolversi. A tenere insieme tutto, allora come oggi, resta la famiglia. E soprattutto la presenza silenziosa ma decisiva di Bruna – neo cavaliere del lavoro della Repubblica Italiana – che in 60 anni ha custodito coesione, misura e continuità di una delle storie imprenditoriali più solide e riconoscibili dell’alta ristorazione italiana.

A 85 anni Bruna Cerea continua a seguire conti, organizzazione e vita quotidiana del ristorante. Ricorda il trasferimento a Brusaporto come la scommessa più grande: lasciare la città, investire su uno spazio allora quasi abbandonato, immaginare qualcosa che ancora non esisteva. Vittorio riaprì il ristorante pochi mesi prima di morire, nel 2005. “Era felice di vederlo pronto. Gli dispiaceva solo di non poterci aiutare come avrebbe voluto”. Da allora Bruna è rimasta il punto di equilibrio. Osserva la crescita dei figli con orgoglio e con la concretezza di chi sa quanto ogni passaggio sia costato. “Loro vogliono fare una strada grande. Sono compatti. E questa è la cosa più importante”. È forse qui la sintesi più precisa della storia Cerea: una famiglia che ha trasformato il mestiere dell’ospitalità in un’impresa contemporanea senza perdere il senso originario del lavoro condiviso. Visione e disciplina, istinto e organizzazione, ambizione e coesione. Sessant’anni dopo, il cuore resta esattamente quello.