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Responsibility 3 Settembre, 2020 @ 12:18

Intesa Sanpaolo Innovation Center e Cariplo Factory con Microsoft per “Circularity goes digital”

di Forbes.it

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economia circolare
(Gettyimages)

Parte “Circularity goes digital”, un’iniziativa che ha l’obiettivo di avviare processi di accelerazione per l’adozione della circular economy da parte delle imprese italiane, attraverso le tecnologie digitali e l’open innovation.

Circularity goes digital è promossa da Intesa Sanpaolo Innovation Center, società del gruppo Intesa Sanpaolo dedicata alla frontiera dell’innovazione, Cariplo Factory, l’innovation hub creato da Fondazione Cariplo, Microsoft, e verrà realizzata dal Circular Economy Lab (CE Lab), il laboratorio di Cariplo Factory e Intesa Sanpaolo Innovation Center nato per supportare modelli di business circolari e accompagnare le imprese verso il nuovo modello economico-produttivo.

L’obiettivo di Circularity goes digital è creare un ecosistema di innovazione aperto, grazie al quale cogliere al meglio le opportunità offerte dagli strumenti tecnologici e finanziari per la diffusione della circular economy.

Circularity goes digital si svilupperà nell’arco dei prossimi 12 mesi con la selezione di progetti realizzati da startup digitali innovative e dedicati allo sviluppo di prodotti e processi zero waste basati su fonti rinnovabili, all’ottimizzazione di modelli di business circolari in ottica di filiera integrata e all’allungamento del periodo di utilizzo dei prodotti e dei materiali.

Verranno ricercate startup in grado di abilitare approcci circolari nei processi di aziende già mature in una logica di circular open innovation, con l’obiettivo di dare vita a partnership.

La prima fase di Circularity goes digital si terrà tra settembre e dicembre con la selezione delle startup, alla quale è possibile partecipare tramite il sito https://trace.cariplofactory.it/.

Le startup che saranno scelte avranno la possibilità di accedere alla seconda fase, che prevede un workshop di introduzione alle metodologie dell’open innovation incontri di match making con aziende interessate.

Con la terza fase, nei primi sei mesi del 2021, si attiveranno le collaborazioni tra aziende e startup, con l’avvio di eventuali progetti pilota e di un percorso di sviluppo coordinato dal CE LabMicrosoft assicurerà supporto tecnologico e accesso ai programmi di Microsoft for Startups, mentre Intesa Sanpaolo Innovation Center valuterà il merito e la fattibilità dei progetti per l’eventuale accesso al proprio plafond 2018-2021 dedicato alla circular economy, fino a 5 miliardi di euro messi a disposizione delle imprese che si impegnano ad abbracciare il modello circolare.

Circularity goes digital si concluderà con la definizione di roadmap tra startup e imprese per lo sviluppo di relazioni industriale e commerciali.

Responsibility 7 Agosto, 2020 @ 7:58

Il mare è green, alla scoperta del marchio di beachwear che usa solo materiali organici e riciclati

di Roberta Maddalena

Staff writer, Forbes.it

Scrivo di moda, viaggi, arte e nuove tendenze.Leggi di più dell'autore
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Economia circolare: Soseaty Collective, il nuovo marchio di moda sostenibile
Alberto Bressan co-fondatore di Soseaty Collective

Tratto dal numero di agosto 2020 di Forbes Italia

Si sente spesso dire che le idee più belle, e anche quelle di maggior successo, nascano proprio da momenti di crisi. E difatti, quando a marzo 2019 Alberto Bressan perde la posizione che occupava in una grossa multinazionale, mai si sarebbe aspettato che sarebbe stata l’occasione che avrebbe rimescolato le carte del suo destino. A salire subito a bordo della nuova avventura imprenditoriale, Simone Scodellaro, l’amico di una vita diventato socio co-fondatore, e poco tempo dopo anche Eduardo Bolioli, artista uruguaiano, che ha permesso al duo di diventare un trio creativo disegnando la collezione primavera-estate 2020.

“La cosa più difficile? Trovare un nome che rendesse l’idea di quello che stavamo cercando di fare senza risultare banali”, racconta Bressan. Dall’unione delle parole sos, sea e society è nata quindi Soseaty, che riflette l’attenzione verso le tematiche ambientali, diventandone portavoce. Dopo aver visitato diverse fiere chiave per il mondo della moda, i due soci hanno iniziato a costruire un brand basato unicamente su tessuti rigenerati, riciclati e organici, una supply chain corta, una catena logistica carbon neutral e un packaging organico e compostabile.

“L’obiettivo è stato sin dall’inizio quello di sviluppare un sistema economico circolare in grado di estendere la vita dei capi usati dei clienti oppure utilizzarli per la produzione di nuovo filato, e quindi tessuto, impiegato per la produzione delle collezioni future”. In questo contesto si inserisce Re3, modello di economia circolare per ridurre l’impatto ambientale dei capi usati. Come funziona? Molto semplice: per ogni capo venduto l’azienda offre un rimborso del 20% del suo valore, se il cliente restituisce un indumento della stessa tipologia di quello acquistato. A seconda delle condizioni estetiche e funzionali, il capo reso viene rivenduto come vintage (re-sell), regalato a persone in difficoltà (re-use), oppure, se in condizioni pessime, rigenerato (re-generate) in nuovo filato. Non più solo consumare, quindi, ma possedere un bene potendogli dare nuova vita dopo il primo utilizzo. Grazie all’utilizzo di Qr code, inoltre, tutti i capi usati che vengono restituiti sono identificati in modo univoco. Tale tecnologia posiziona Soseaty come l’unico marchio italiano che ritira indumenti usati, compliant alla normativa italiana sul rifiuto tessile: “È il momento di effettuare un profondo ripensamento del fashion system”, spiega il manager.

“A mio avviso, solo adottando un approccio trasparente si può guadagnare la fiducia del consumatore e del mercato. Il cliente deve sapere cosa succede dietro le quinte, quali ingredienti vengono usati, chi fa succedere la magia. Ecco, solo lavorando in completa trasparenza la parola sostenibilità potrà diventare un’autentica evoluzione del sistema”.

Dopo poco tempo dal lancio, l’azienda viene notata da Fashion Technology Accelerator, realtà nata nel 2012 nella Silicon Valley che favorisce l’incontro tra moda e nuove tecnologie. “Fta riceve circa 800 pitch a semestre a fronte di tre posti disponibili da parte di startup che si candidano a un percorso semestrale di accelerazione”. Senza neanche candidarsi, Fta ha chiesto al team dell’azienda di presentarsi davanti al loro comitato di mentor e advisor. “Con il risultato di poter contare oggi su un modello di business maggiormente scalabile, tecnologico e attraente per i mercati internazionali”, conclude Bressan.

Responsibility 30 Luglio, 2020 @ 11:45

Con NextChem l’etanolo circolare si otterrà dai rifiuti plastici

di Forbes.it

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Roberto Folgiero, ceo di NextChem e Maire Tecnimont
Roberto Folgiero, ceo di NextChem e Maire Tecnimont

Vogliamo ricostruire la chimica del carbone, senza il carbone: un obiettivo ambiziosissimo, ad oggi concretamente possibile”. Così Pierroberto Folgiero, ceo di NextChem e di Maire Tecnimont ha presentato l’accordo siglato con Lanzatech, società americana specializzata nel recupero del carbone, per la licenza della linea di processo “Waste to Ethanol”.

“Stiamo ampliando il nostro portafoglio tecnologico nell’area della circular economy e in particolare del riciclo chimico”, insiste Folgiero. Grazie a questo accordo, infatti, NextChem aggiunge la produzione di Etanolo alle piattaforme tecnologiche per la produzione di Idrogeno circolare e Metanolo circolare da rifiuti plastici e secchi (attualmente in fase di progettazione ingegneristica).

“Il nostro modello di distretto circolare e la nostra piattaforma tecnologica waste to chemicals – svela il ceo di NextChem e Maire Tecnimont – sono la risposta sia ad un problema di dipendenza dall’estero per molti prodotti base dell’industria chimica, sia al problema del recupero di frazioni di rifiuti ad oggi non riciclabili, sia al problema della decarbonizzazione”

NextChem e LanzaTech: i dettagli dell’accordo

Entrando nel merito dell’accordo firmato tra NextChem e LanzaTech, bisogna evidenziare che il processo base del riciclo chimico è quello della conversione chimica dell’idrogeno e del carbonio contenuti in plasmix (gli scarti non riciclabili del processo di selezione della plastica raccolta in modo differenziato) e CSS (Combustibile Solido Secondario).

Da questa conversione, si ottiene un Gas Circolare che può essere utilizzato come base per produrre diversi prodotti chimici. Qui entra in gioco la tecnologia biologica LanzaTech di “syngas fermentation”: l’etanolo è prodotto dai batteri trasformando il Gas Circolare a bassa temperatura e bassa pressione, migliorando l’intera sostenibilità del processo.

Questo, quindi, è un esempio di bioeconomia in azione, al servizio dell’economia circolare e della decarbonizzazione. E NextChem licenzierà in esclusiva questa tecnologia per l’Italia e con accordi mirati per i mercati esteri. Come dichiarano le due società in una nota congiunta, l’Etanolo circolare derivante da questo processo può essere miscelato con le benzine, sostituendo componenti fossili, con un carbon footprint inferiore. Tra l’altro l’Etanolo, che in Italia viene totalmente importato, è anche un intermedio importante per una serie di componenti chimici, quali l’etil-acetato (un solvente pregiato per le vernici auto) e l’alcol utilizzato come disinfettante. 

 

Life 24 Luglio, 2020 @ 10:21

L’orto verticale creato in Italia che porta il chilometro zero sul balcone

di Jader Liberatore

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Orto verticale Poty di Hexagro
Image courtesy of Hexagro

È di Hexagro – azienda hi-tech italiana fondata nel 2017 e specializzata nella vertical farming – il progetto innovativo che rivoluziona i modelli di agricoltura e punta a coinvolgere tutti coloro che vorrebbero curare un orto pur non disponendo di spazi adeguati e delle conoscenze necessarie per ottenere un buon raccolto.

Si chiama Poty ed è un orto verticale modulabile costruito con materiali riciclati e riciclabili che può essere installato praticamente ovunque: in balconi, terrazzi e addirittura in una sala ampia e luminosa di un appartamento. Ideale per chi abita nelle città o teme di non avere il pollice verde, Poty consente di assemblare i suoi moduli con un sistema simile ai mattoncini Lego e può contenere fino a 40 piante – nel formato più grande – tra piccoli frutti, tuberi, piante aromatiche e verdure a foglia. Include inoltre un substrato di cocco utile per sostenere la crescita delle piante ed ottenere un drenaggio ancora più efficiente.

«Poty è una risposta a questa crisi, alla quarantena e allo smart-working, situazioni che hanno minato il benessere dell’uomo rendendolo quasi prigioniero della propria città e perdendo il contatto con la natura» spiega Alessandro Grampa – co founder di Hexagro – e continua «Vogliamo riportare l’attenzione sul consumatore, sulle sue esigenze e sul bisogno di ritrovare una dimensione di vicinanza alla natura e ai suoi effetti benefici. Il tutto attraverso l’urban farming, pratica ancora poco frequente in città».

Tuttavia, il progetto di Hexagro non propone solo un giradino verticale dotato di un sistema di irrigazione autonoma ma la vera particolarità risiede nella piattaforma – un chatbot accessibile via mobile e desktop – messa a disposizione degli utenti per assisterli durante le varie fasi della coltivazione e offrire consigli utili per ottenere risultati migliori: e se i frutti non arrivano in tempo o la pianta evidenzia segni inusuali sulle foglie, basterà scattare una fotografia, inviarla all’assistente digitale e attendere che un agronomo esperto fornisca il suo suggerimento.

Orto verticale Poty di Hexagro
Image courtesy of Hexagro

«Con Poty vogliamo far conoscere l’urban farming e riportare l’agricoltura nei luoghi dove vivono quotidianamente le persone, i centri urbani, permettendo loro di poter coltivare quanto necessario senza utilizzare pesticidi chimici e soprattutto contenendo lo spreco alimentare» afferma Alessandro Grampa parlando del progetto e conclude «Ma soprattutto far riscoprire il benessere che il giardinaggio e più in generale il prendersi cura delle piante apporta alle persone che non hanno modo di vivere a stretto contatto con la natura».

Nato con l’intento di dar vita a un’economia circolare che possa combattere gli sprechi, Hexagro vanta importanti riconoscimenti ottenuti dalla Ellen MacArthur Foundation e dalla Solar Impulsa Foundation e sebbene il team sia già impegnato nell’organizzazione di eventi e workshop mirati a riunire utenti con le stesse passioni, in futuro, è previsto il rilascio di una piattaforma social che possa dare la possibilità agli urban farmers di abbattere le distanze ed entrare in connessione. Al momento l’orto verticale Poty è disponibile nel kit da 5 o 10 moduli e già dal prossimo settembre si prevede un ampliamento del catalogo con oltre 100 piante.

Forbes Italia 19 Febbraio, 2020 @ 3:22

Il padre del nylon ecologico amato anche da Prada stasera a Cenacolo Artom

di Forbes.it

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Giulio Bonazzi ospite al Cenacolo di Arturo Artom

Torna questa sera alle 21.00 su BFC (canale 511 di Sky e 61 di TiVuSat) il Cenacolo, il talk show che porta la firma dell’imprenditore Arturo Artom. Ispirato al format di Cenacolo Artom, che da anni ospita leader provenienti da differenti settori, dall’arte al design, dall’imprenditoria allo spettacolo, il talk narra in 24 minuti una esperienza di successo dal mondo imprenditoriale e manageriale.

In questo ventiduesimo appuntamento Arturo Artom ospita Giulio Bonazzi, presidente e ceo di Aquafil, azienda di punta, a livello nazionale e globale (quasi 3.000 dipendenti per 16 impianti dislocati in 3 continenti), nel settore delle fibre sintetiche e da circa 10 anni protagonista nell’ambito dell’economia circolare grazie a Econyl, un filo di nylon al 100% rigenerato e rigenerabile.

La storia imprenditoriale di Giulio non ha origini lontane, sono stati infatti i suoi genitori, Carlo Bonazzi e Silvana Radici, a creare il gruppo industriale nel 1956 partendo dalla produzione di impermeabili, molto richiesti nel periodo post-bellico per la loro versatilità e il costo accessibile. L’azienda si chiamava Aquarama, alla quale presto sono state affiancate Aquatex (dedicata alla produzione di tessuti) e, per l’appunto, Aquafil (dedicata alla produzione dei filati). L’idea era quella di erodere i margini dei fornitori ricoprendo l’intero ciclo di produzione. Progetto non semplice, ma che ottiene il risultato sperato.

L’azienda cresce e crescono anche i quattro figli di Carlo e Silvana. Giulio è l’ultimo dei quattro. Cresciuto a “pane e azienda” come in uso nelle migliori storie di imprese familiari, nel 1987, a nemmeno due settimane dalla laurea in Economia aziendale alla Ca’ Foscari di Venezia, Giulio entra ufficialmente in azienda. Per lui si aprono le porte della Aquafil, l’ultima realtà del gruppo a disposizione dell’ultimo dei fratelli. Quando è il caso di dire “gli ultimi saranno i primi”.

Al suo interno Giulio Bonazzi si forma, prima all’estero per poi rientrare dopo qualche anno, sino a prendere le redini dell’attività a metà degli anni ’90. Ma si sa, nella vita possono capitare degli incontri che ti spingono a percorrere strade diverse, a metterti in gioco, a dimostrare quanto possa essere sottile il confine tra pazzia e visione. È questo quello che ha significato per Giulio Bonazzi entrare in contatto con Ray Anderson, fondatore e presidente di Interface Inc., uno dei più grandi produttori al mondo di moquette modulare. Era il 1998, quando, come suo fornitore, Giulio è stato invitato da Anderson a partecipare ad un viaggio aziendale nel quale l’imprenditore americano aveva deciso di condividere con tutti i suoi collaboratori, fornitori inclusi, il suo coraggioso progetto: diventare entro il 2020 un’azienda green attraverso l’esclusivo utilizzo di materiali riciclati. Erano questi gli anni in cui si cominciava a parlare di economia circolare, impatto ambientale e sostenibilità.

Giulio pensa “è pazzo”, ma dentro di lui qualcosa scatta. Complici anche le inclinazioni della moglie verso l’agricoltura biologica, l’imprenditore comprende che se un futuro ci deve essere, non solo per lui ma per tutto il nostro pianeta, questa è l’unica vera strada percorribile. Nasce così Econyl, il nylon ecologico ricavato principalmente da reti da pesca e metrature di moquette dismesse. Oggi Aquafil non solo è il principale fornitore di Interface, ma il suo Econyl viene utilizzato in tutto il mondo da aziende di rilevo. Persino grandi marchi del fashion come Prada utilizzano Econyl nelle loro creazioni.

Ma come fare per incentivare la diffusione della pratica del riciclo? La soluzione di Giulio Bonazzi e tanto semplice quando impegnativa e consta di tre punti: una legislazione adeguata che obblighi aziende e consumatori a riciclare; maggiore educazione perché ogni nostro singolo gesto può fare la differenza; applicare nella produzione e nei processi industriali i canoni dell’ecodesign affinché tutti i prodotti possano essere riciclabili. A questi tre punti si aggiunge una convinzione nata dalla profonda conoscenza del settore e delle esperienze virtuose nel mondo: le uniche tasse che funzionano per l’ambiente sono quelle circolari, ovvero dove le entrate vengono reinvestite per creare processi e prodotti sostenibili, quelle che vanno a rifinanziare il debito pubblico non servono. Un velato riferimento alla nuova plastic tax?

Rivedi qui tutte le puntate di Cenacolo Artom

Business 24 Luglio, 2019 @ 8:00

L’economia circolare in passerella secondo Porsche Consulting

di Josef Nierling

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maglietta porsche
(Courtesy: Porsche Consulting)

Il settore della moda è entrato in una fase di trasformazione che ha alla base la sostenibilità ambientale come nuova priorità strategica e leva fondamentale di branding. Al di là di quei player, come Patagonia, che hanno questi elementi radicati nel DNA, la maggior parte dei leader mondiali del fashion sta lanciando iniziative di sostenibilità, come conferma Marialuisa Trussardi, la quale tratterà questo tema in un suo prossimo libro. E aggiunge: “i risultati dipendono dal commitment di chi guida l’azienda nell’integrare la sostenibilità nelle strategie aziendali”.

Josef Nierling, amministratore delegato Porsche Consulting

Il modello di riferimento è quello dell’economia circolare, ovvero, passare da un’economia basata sulla linearità del ciclo materiale-prodotto-rifiuto ad un’economia a ciclo chiuso, che minimizza le risorse impiegate per la produzione e massimizza l’utilizzo del prodotto ed il recupero dei materiali. Qual è quindi la ricetta per avere successo? La scelta dei materiali, la progettazione per il recupero, la sostenibilità della produzione, la distribuzione e il packaging a basso impatto ambientale, la riparazione, il riciclo e, infine, i modelli di business alternativi per estendere l’uso del prodotto.

Partiamo dal primo tassello, i materiali: oggi il 60% dei tessuti è sintetico. Con i soli lavaggi immettiamo nell’oceano mezzo milione di tonnellate di microplastica, che inquina e viene assimilata dai pesci. Esistono già tessuti alternativi da trasformazione chimica che nascono dal riciclo di materiali di scarto ecologici, come quelli di Orange Fiber, azienda italiana che ha brevettato e produce tessuti utilizzando sottoprodotti della spremitura industriale delle arance. Questo materiale innovativo ha attirato brand come Ferragamo e H&M. Ma qual’è la barriera principale alla diffusione di questi materiali innovativi? Da un confronto con Erica Arena, co-fondatrice di Orange Fiber, emerge che: “la vera sfida è fare scale-up dell’innovazione, perché l’industrializzazione ha dei costi molto elevati, e non ci sono impianti per produrre questi nuovi materiali al di fuori dei laboratori in maniera scalabile. L’impegno e l’investimento diretto dei grandi player della moda è cruciale”.

Questo impegno va esteso anche alla gestione dei fornitori dei prodotti finiti. Porsche è un benchmark: ha creato un solido sistema di certificazione e monitoraggio continuo della sostenibilità dei propri fornitori e ne fa uno dei suoi elementi di forza. La tracciabilità in tutta la catena del valore è inoltre fondamentale. In questo senso ci sono già adozioni concrete di queste tecnologie, come quelle delle fibre tessili della Lenzing Group, utilizzate ad esempio nei tessuti di Levi’s e Victoria’s Secret.

Diventa fondamentale poi agire sul fine vita del capo: ogni secondo viene incenerito o seppellito in discarica un tir di abiti. Prima di tutto, per allungarne la vita, si può incentivare la riparazione del prodotto. Infine, si può recuperare il materiale, soprattutto se il prodotto è stato progettato adeguatamente. Il riciclo dei tessuti sintetici come il nylon è già un business fiorente per aziende italiane come la bergamasca Radici Group o la trentina Aquafil.

Ciò che sinora è poco esplorato ma che ha un futuro promettente è l’introduzione di nuovi modelli di business che possono diventare una nuova fonte di fatturato. Mi riferisco alla possibilità di adottare diversi modelli di affitto, one-shot di un singolo prodotto o subscription mensile di un intero guardaroba. E, a modelli di re-commerce dell’usato, ovvero di riacquisto e rivendita da parte del brand stesso.

In conclusione, l’adozione strategica della circular economy può contribuire simultaneamente al benessere del nostro pianeta e allo sviluppo competitivo dell’ecosistema della moda.

 

Business 27 Maggio, 2019 @ 9:00

L’Italia dell’economia circolare città per città

di Daniela Uva

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simbolo economia circolare
(Shutterstock)

Riutilizzo delle risorse e riduzione degli sprechi, nel segno della sostenibilità. Sono le parole chiave alla base della cosiddetta economia circolare, quella nella quale il sistema è in grado di rigenerarsi da solo perché i rifiuti di qualcuno diventano nuove risorse per altri. In un ciclo continuo e virtuoso. Per la prima volta anche in Italia è stata stilata la classifica delle città nelle quali questo meccanismo funziona meglio. Al primo posto c’è Milano, che si conferma Comune green grazie all’offerta e all’utilizzo dei mezzi pubblici, ai servizi di bike e car sharing, all’efficienza della rete idrica e al fatturato da record delle attività di vendita dell’usato. Segue Firenze, che spicca nel panorama nazionale per le politiche di responsabilizzazione del cittadino, il numero di colonnine pro capite di ricarica per le auto elettriche e i tanti residenti impegnati nel volontariato. Sul terzo gradino del podio c’è Torino, al top per efficienza energetica e qualità dei sistemi di depurazione. La graduatoria è stata stilata dal Cesisp, il Centro di economia e regolazione dei servizi, dell’industria e del settore pubblico dell’università di Milano-Bicocca.

Lo studio ha sviluppato un sistema di misurazione dell’economia circolare nelle prime dieci città italiane per popolazione (tutte superiori ai 300mila abitanti): Bari, Bologna, Catania, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Roma e Torino. “Abbiamo costruito una serie di indicatori per dare un contenuto numerico ai cinque cluster, o pilastri, dell’economia circolare: riutilizzo delle risorse, condivisione sociale, sostenibilità ambientale, condivisione dei beni e uso efficiente di beni e risorse” spiegano Massimo Beccarello e Giacomo Di Foggia, rispettivamente direttore scientifico e ricercatore del Cesisp. Milano è risultata prima in tre cluster su cinque (riuso, condivisione dei beni, uso risorse), seconda nel livello di condivisione sociale, mostrando le principali criticità per input sostenibili, in particolare in efficienza energetica, disponibilità di aree verdi sul totale della superficie comunale e produzione di energia elettrica da fotovoltaico. In quest’ultimo indicatore, al contrario, il punteggio massimo è andato a Catania, Bari e Bologna.

Prendendo in considerazione alcuni degli altri parametri, Milano primeggia per i cittadini che scelgono di acquistare beni di seconda mano (seguono Firenze e Genova), per percentuale di raccolta differenziata (seguono Firenze e Bologna), per numero di passeggeri sui trasporti pubblici rispetto alla popolazione totale (a pari merito con Roma, poi Torino insieme a Bologna) e diffusione della sharing mobility (poi Firenze e Torino). Più colonnine di ricarica per i mezzi elettrici si registrano invece a Firenze, seguita da Milano e Bari. Le città con più volontari in percentuale alla popolazione sono risultate, in ordine, Firenze, Bologna e Torino. Per aree verdi, Roma batte Palermo e Bologna. Per orti urbani sul totale del verde, Bologna, Napoli e Firenze formano il podio. Infine, Bologna domina per diffusione di auto elettriche e ibride sul totale del parco auto, seguita da Milano e Roma. Venendo alle piste ciclabili in cima Bologna, quindi Firenze e Torino. “Il nostro studio ha l’obiettivo di fornire e sviluppare strumenti per supportare i decisori locali regionali e statali per comprendere il posizionamento del nostro Paese e, soprattutto, avere dei primi strumenti di analisi di impatto per promuove un impianto normativo efficace basato sulla consapevolezza della realtà”, concludono i ricercatori.