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Investimenti 11 Dicembre, 2019 @ 7:00

La quotazione-record di Saudi Aramco è un terremoto geopolitico

di Paolo Mossetti

Contributor, scrivo di cultura economica.Leggi di più dell'autore
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(Bill Pugliano/Getty Images)

All’Arabia Saudita servono fondi; tanti e subito. E così, martedì 11 dicembre la compagnia petrolifera saudita Saudi Aramco ha fatto il suo debutto a Tadawul, la borsa di Riyadh, con un vero botto. La sua offerta pubblica iniziale (IPO) da 25,6 miliardi di dollari è diventata già la più grande di sempre. Il titolo ha segnato in apertura un incremento del 10 per cento, il limite massimo di fluttuazione intraday consentito, segnando i 35,2 riyal (8,47 euro) per azione, portando la sua valutazione da 1.700 a 1.880 miliardi di dollari (1702 miliardi di euro circa): una cifra che la rende la società con la maggiore capitalizzazione al mondo, sebbene al di sotto dei 2.000 miliardi di dollari a cui puntava l’Arabia Saudita.

Se sarà esercitata integralmente la greenshoe, che consente di incrementare fino al 15 per cento il numero di azioni in vendita. la raccolta può arrivare a 29,4 miliardi di dollari. Intanto è stato già stracciato il record dell’IPO della società cinese Alibaba a Wall Street nel 2014, quando raccolse 25 miliardi di dollari. La quotazione azionaria di Aramco è uno degli snodi principali del programma “Vision 2030” promosso dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, che punta a emancipare progressivamente l’economia nazionale dallo sfruttamento degli idrocarburi, e trasformare la capitale in uno dei principali hub finanziari globali.

L’operazione non è esente però da importanti criticità. La quota in vendita era l’1,5 per cento (che può diventare l’1,7 per cento in caso di esercizio della greenshoe) ed è stata collocata per la maggior parte presso investitori locali e dei Paesi confinanti, mentre l’advisor Samba Capital ha detto che le richieste degli investitori stranieri sono soltanto il 10,5 per cento, rimasti cauti per via della valutazione elevata della società. La scelta di quotare l’azienda solo sulla borsa di Riyadh (escludendo New York, Londra e Francoforte) ha fatto parlare di un’operazione piuttosto “provinciale”, o comunque l’opposto dell’apertura al mondo annunciata dal governo: i cittadini sauditi infatti già dipendono da Aramco per le tasse e le royalties che paga al governo, e ora anche per i dividendi. La sensazione è che i membri più parassitari della corte reale potrebbero stringere un legame ancora più morboso con la casa saudita, ma in caso di quotazioni altalenanti non bisognerà escludere importanti tensioni interne.

La discussione sul debutto di Aramco nei mercati finanziari sta mettendo in risalto, soprattutto, una tensione più ampia riguardante l’integrazione delle economie “capitaliste di Stato”, come la Cina e l’Arabia Saudita, in un’economia globale attraversata da un ripensamento complessivo. Un gigante del tipo di Aramco opera da decenni in un sistema fortemente anticoncorrenziale e sovvenzionato dallo Stato, e per ironia della sorte si confronterà con ecosistemi come quello europeo dove gli aiuti pubblici sono stati per anni considerati un ostacolo alla libera impresa (per quanto tuttora tollerati). Se i sauditi vendessero equity agli occidentali senza diventare più ricettivi rispetto alle preoccupazioni degli azionisti – e se bin Salman non dovesse far avanzare le riforme promesse – una Aramco rafforzata potrebbe convincere i governi autoritari di tutto il mondo a utilizzare questi colossi per cercare fondi presso investitori occidentali sovracapitalizzati e distratti dai titoli di Stato a causa dei tassi d’interesse negativi.

D’altro canto, in caso di calo delle valutazioni dei titoli, quegli stessi governi autoritari potrebbero trovarsi ad affrontare la grana politica di una folla di investitori inferociti. Nonostante questi rischi, gli investitori di Aramco avranno poca voce in capitolo nel processo decisionale della società, dato che il Regno manterrà la stragrande maggioranza delle azioni con diritto di voto. Tuttavia, secondo la società di analisi Morningstar l’elevata redditività di Aramco suggerisce che la presenza del governo, che detiene una quota di maggioranza nel capitale sociale, non ha impattato negativamente sul valore di Aramco. Per ora il governo di Riyadh ha il coltello dalla parte del manico e può giocare con relativa calma la sua partita.

Va aggiunta però nel discorso un’altra fonte di preoccupazione geopolitica: la vendita di azioni Aramco a Paesi come Cina e Russia. Pechino ha espresso interesse ad acquistare una partecipazione nella società di ben 10 miliardi di dollari, in caso di debutto sui mercati asiatici. L’acquisto – che avrebbe un evidente valore strategico dato che la Cina al momento è già uno dei maggiori mercati di sbocco per il petrolio saudita – sarebbe finanziato dal fondo cinese Silk Road nell’ambito dell’iniziativa One Belt One Road del presidente Xi Jinping. Per contro, gli americani temono che Pechino possa usare la sua partecipazione in Aramco per rafforzare i legami con Riyadh a spese di Washington. In altre parole, in caso di ostilità crescenti nella guerra commerciale con Trump, la Cina potrebbe sfruttare i sauditi per tagliare il petrolio agli Stati Uniti e ad altri avversari, finanziare il proprio espansionismo politico in Occidente e il proprio apparato di sorveglianza e censura.

Sarà dunque un bel test per l’alleanza decennale tra Stati Uniti e Arabia Saudita, già stressata dall’omicidio del dissidente in esilio Jamal Khashoggi.

Una parentesi storica: Saudi Aramco è stata fondata nel 1933 grazie a un accordo raggiunto tra il governo saudita e la Standard Oil Company californiana che prevedeva che la nuova società avrebbe dovuto analizzare e trivellare diverse zone del territorio saudita in cerca di petrolio. Tra il 1973 e il 1980, l’Arabia Saudita ha acquistato l’intera compagnia, che per molti anni è stata di fatto la più grande società al mondo non quotata in borsa. Fin dai primi anni Settanta la capacità dei sauditi di influenzare i prezzi del petrolio ha avuto implicazioni geopolitiche di larga scala: l’embargo petrolifero dei paesi produttori di petrolio (Opec) del 1973, capitanato da Riyadh, ha causato forti rallentamenti alla crescita economica americana, e accelerato la finanziarizzazione dell’Occidente.

Il fatto che l’Arabia Saudita abbia invitato, nei giorni precedenti alla quotazione, i paesi dell’Opec a ridurre l’offerta di petrolio di 500mila barili al giorno e ad aumentare i prezzi è ovviamente un aspetto non trascurabile nelle vicende legate all’Ipo di Aramco. Per due ragioni. La prima è che, nell’improbabile eventualità che l’Opec riduca in modo significativo l’offerta, il capitale occidentale investito in Aramco potrebbe alimentare attività anticoncorrenziali e paralizzanti per l’economia degli stessi paesi occidentali.

La seconda, in parte opposta alla prima, è che il forcing operato dall’Arabia Saudita in sede Opec, che dovrebbe concretizzarsi nei primi tre mesi del 2020, tradisce la volontà dei sauditi di creare le condizioni favorevoli alla collocazione sul mercato del proprio colosso, “pompando” oltre il dovuto la redditività dell’azienda. Ma questo significherebbe amplificare oltremodo la correlazione diretta del titolo Aramco a ogni possibile fluttuazione del prezzo del greggio. Considerando che gli investitori locali sono già stati spremuti a dovere, un evento pre-recessivo potrebbe spegnere ogni altra iniezione monetaria e dar vita a un’impennata di vendite. Tutto questo, in un contesto in cui l’Arabia Saudita è finita da poco tempo al terzo posto nella produzione mondiale di petrolio dopo Russia e Stati Uniti. In altre parole, la mossa dell’Arabia Saudita tradisce una certa debolezza del regime.

Per il momento, i numeri di Aramco sono impressionanti: la sua quotazione ha miniaturizzato quella di Microsoft, fino a questo momento l’azienda dalla capitalizzazione più alta al mondo (circa 1000 miliardi di euro). L’anno scorso, Aramco ha generato più ricavi di Microsoft, Amazon e Apple messi insieme, e le sue comprovate riserve di petrolio (226,8 miliardi di barili) sono dieci volte di più di quelle di ExxonMobil. Con un costo al barile di 2,80 dollari, Aramco produce petrolio più efficientemente di qualsiasi altra compagnia petrolifera al mondo – e su un altro pianeta rispetto alle società petrolifere nazionali di Russia, Venezuela e Nigeria.

Probabilmente, parte di quanto ricavato dall’offerta sarà destinato alle infrastrutture domestiche e all’assistenza sanitaria dei sauditi. Il fatto che i proventi saranno investiti nel Regno, e non soltanto in Aramco, sottolinea la particolarità delle Ipo di imprese statali rispetto alle altre, che tendono a massimizzare la remunerazione degli azionisti.

 

 

Business 17 Settembre, 2019 @ 8:30

Elisabetta Franchi spiega la scelta della Borsa

di Eleonora Poggio

Scrivo – per passione – di imprese e finanza.Leggi di più dell'autore
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elisabetta franchi
Elisabetta Franchi nell’immagine scelta per il lancio del suo docu film (Courtesy: Elisabetta Franchi)

La mia azienda, il mio brand, il mio stile voglio che diventino anche di chi ha creduto in me e mi ha consentito oggi di arrivare dove sono: la quotazione è lo strumento giusto da utilizzare perché Elisabetta Franchi continui il suo percorso di crescita e soprattutto di internazionalizzazione.” 

Così, con il sorriso e la forza di volontà che la contraddistingue, Elisabetta Franchi, fondatrice dell’omonimo brand del pret a porter made in Italy, ha annunciato lo sbarco in Piazza Affari segmento AIM, forte di un fatturato stimato per il 2019 a circa 123 milioni di euro in crescita del 6,4% rispetto al 2018.

“La società gode oggi di buona salute, conta 84 monomarca e 1100 negozi multimarca dislocati nelle città più importanti del mondo. Ma ci voleva qualcosa di cucito ad hoc perché Elisabetta Franchi potesse fare il salto nel modo giusto. Con Spactiv ho trovato il partner con esperienza retail giusta per condividere un progetto internazionale che ho nel cuore”.

Non si ferma mai Elisabetta e prosegue: “Sono riuscita a rompere gli schemi anche nella modalità di comunicazione. Chiudo il mio primo capitolo di vita, quello in cui occorre metterci la faccia per crescere e ottenere credibilità, e ne apro uno nuovo: quello dell’internazionalizzazione in cui continuerò comunque io a mantenere la maggioranza della proprietà, ma lascerò anche spazio al pubblico che mi ha premiata in questi anni”.

L’obiettivo è chiaro come chiara è la mission. Ho sempre cercato di perseguire con coerenza i valori che sento far parte del mio DNA: la creatività italiana, la mia visione di femminilità, l’eredità artigiana, una moda eco-friendly; questi gli ingredienti essenziali del mio brand che hanno consentito a Elisabetta Franchi di costruire una forte identità e trovare un posizionamento unico. Ho sempre creduto in strumenti innovativi di comunicazione diretta che mi hanno permesso di avvicinarmi alle persone, oggi il brand Elisabetta Franchi merita di andare lontano e di guardare al futuro con un’ottica di espansione sempre più internazionale. La nostra business combination è come un abito perfetto cucito addosso.” 

Ma non è l’unica iniziativa intrapresa negli ultimi mesi. “E’ uscito il mio docu film nel giorno dell’annuncio del lancio in Borsa. E sono Felice, anche perché  mio marito, Sabatino Cennamo, che mi prestò i primi soldi per spiccare il volo e iniziare la mia attività imprenditoriale, oggi è diventato noto, ed io volevo ridare vita a chi mi ha consentito di raccogliere i frutti di ciò in cui io e lui mettemmo anima e cuore ma che lui non vide mai.” 

Si commuove, ma con una battuta ci ride sopra per riprendersi: “Forse dirà: <<che cosa sta combinando di nuovo quella pazza?>>” 

Betty Blue (la capogruppo del marchio) è un’azienda caratterizzata da un’importante profittabilità e da un’elevata riconoscibilità del brand ma anche da una produzione made-in-Italy e da importanti iniziative nel segno dell’eco-sostenibilità. E se punta all’internazionalizzazione lo fa in modo preciso. Quali mercati vorrebbe esplorare? “Inghilterra, Asia, America del Sud e Usa. Sono i mercati cui voglio rivolgermi.”  E se dovesse pensare alla prima città nel mondo quale sarebbe? “Los Angeles”. E con che abito aprirebbe la scena? “Con una tuta iconica da red carpet, quelle che usa Adriana Lima, quelle della donna vera, che però sa portare anche i pantaloni. Esattamente come ho dovuto fare io”.