Le misure adottate per rallentare il Coronavirus funzionano? Cosa dice la scienza

(Marco Di Lauro/Getty Images)
Share
Coronavirus: le misure per fermare l'epidemia funzionano? Cosa dice la scienza
(Marco Di Lauro/Getty Images)

Il 4 marzo il presidente del Consiglio Conte ha firmato un decreto che prevede misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza da COVID-19 valide sull’intero territorio nazionale. Misure drastiche e impopolari che hanno subito scatenato il dibattito scientifico e politico: la miccia si è accesa alla notizia che il Comitato Tecnico-Scientifico istituito dalla Protezione Civile avrebbe espresso parere contrario alla sospensione delle attività scolastiche, una misura considerata priva di efficacia in assenza di evidenze scientifiche a supporto.

Per fornire una base scientifica al dibattito in corso, oltre che per informare ulteriori scelte politiche, la Fondazione Gimbe ha tradotto e adattato una revisione sistematica pubblicata lo scorso 2 febbraio sulla rivista dei Center for Disease and Control and Prevention (CDC). La revisione analizza le prove di efficacia relative a sei misure per contrastare le pandemie influenzali: isolamento domiciliare dei malati, quarantena dei soggetti esposti, tracciatura dei contatti, misure relative alle scuole e agli ambienti di lavoro e divieto di assembramenti di persone.

Coronavirus: grafico sul Tempo trascorso dall'identificazione del caso 1

Isolamento domiciliare dei malati: 15 studi documentano un’efficacia moderata nel ridurre la trasmissione e l’impatto dell’epidemia. Presupponendo un’elevata aderenza da parte dei soggetti sintomatici, l’isolamento volontario domiciliare potrebbe essere preferibile rispetto ad altre misure di protezione personale. «Due aree di incertezza sul COVID-19 – spiega il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta – condizionano la durata del periodo di isolamento volontario: la durata dell’infettività e l’entità della trasmissione da parte dei casi lievi o asintomatici».

Quarantena dei soggetti esposti: 16 studi documentano un’efficacia moderata nel ridurre la trasmissione e l’impatto dell’epidemia. Tuttavia, identificare tempestivamente i casi e i loro contatti stretti può essere complicato nelle fasi iniziali di un’epidemia e impossibile successivamente. «Peraltro – precisa Cartabellotta – la quarantena solleva rilevanti questioni etiche relative alla libertà di movimento». Di conseguenza, l’auto-quarantena sembra preferibile a quella obbligatoria nella maggior parte degli scenari, ma sulla durata ottimale non esistono evidenze scientifiche.

Tracciatura dei contatti: 4 studi documentano che in associazione con altre misure (es. isolamento e quarantena) può ridurre la diffusione e l’impatto dell’epidemia. «Tuttavia la tracciatura dei contatti apporta benefici marginali a fronte delle risorse necessarie – spiega Cartabellotta – perché dopo la fase iniziale dell’epidemia il numero di casi cresce esponenzialmente in poco tempo». Per questo non esiste un razionale per l’uso routinario della tracciatura dei contatti nella popolazione generale per il contenimento dell’epidemia.

Misure relative alle scuole:

  • Vacanze pianificate: 28 studi dimostrano che la diffusione dell’epidemia si riduce durante il periodo di vacanza, ma può aumentare dopo la riapertura delle scuole
  • Chiusura reattiva delle scuole: 16 studi documentano un’efficacia variabile nel ridurre la diffusione dell’epidemia quando la chiusura viene disposta dopo il verificarsi di focolai influenzali
  • Chiusura preventiva delle scuole: 13 documentano un’efficacia variabile nel ridurre la diffusione dell’epidemia

«Se fortunatamente i bambini non sembrano particolarmente suscettibili al COVID-19 – sottolinea Cartabellotta – la frequenza scolastica svolge un ruolo importante nella diffusione di tutti i virus influenzali a causa di più elevati tassi di contatto tra le persone. Infatti, numerosi studi osservazionali confermano che la trasmissione complessiva dell’influenza nella comunità si riduce quando le scuole sono chiuse». Tuttavia, l’efficacia di questo intervento è condizionata dalla tempestività e dalla durata, talora difficili da definire nel turbine di un’epidemia, tra ritardi informativi e difficoltà nell’interpretazione dei dati di sorveglianza.

Misure relative agli ambienti di lavoro: 18 studi dimostrano un’efficacia variabile nel ridurre la diffusione e l’impatto dell’epidemia. Incentivazione del telelavoro, scaglionamento dei turni, congedi retribuiti, ferie pianificate possono ridurre in parte la trasmissione all’interno della comunità, ma con un effetto minore rispetto alla chiusura delle scuole. 10 studi (tutti di simulazione) sulla chiusura dei luoghi di lavoro dimostrano un’efficacia moderata nel ridurre la trasmissione e l’impatto dell’epidemia. «Considerato che tali misure determinano conseguenze economiche rilevanti – puntualizza il presidente – occorre identificare attentamente gli ambienti di lavoro a cui applicare gli interventi, stabilire se compensare dipendenti o aziende per eventuali perdite di reddito o produttività e evitare diseguaglianze sociali nelle fasce a basso reddito e tra i lavoratori occasionali».

Divieto di assembramenti: 3 studi documentano un’efficacia moderata nel ridurre la diffusione dell’epidemia, ma solo se l’applicazione è tempestiva e prolungata.

«Le evidenze scientifiche – conclude Cartabellotta – documentano l’efficacia delle misure di distanziamento sociale per ridurre l’impatto delle epidemie influenzali, in particolare quando combinate tra loro. La scelta delle misure di sanità pubblica, oltre che dalla qualità e quantità delle evidenze scientifiche, è condizionata da fattori epidemiologici, geografici, economici e sociali. In ogni caso, la loro efficacia è sempre condizionata da due fattori: attuazione tempestiva ed elevata aderenza da parte di amministratori locali e cittadini».