Fase 2, cosa manca nel piano del Governo per il rilancio

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e quello dell’Istruzione Lucia Azzolina durante la conferenza stampa di ieri sera (Imagoeconomica)
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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e quello dell’Istruzione Lucia Azzolina (Imagoeconomica)

Intervista a Nicola Colavito, partner di Peninsula Capital

di Pasquale Sasso

Siamo al 9 marzo 2020 e Giuseppe Conte annuncia alla nazione che “purtroppo, tempo non ce n’è”. Troppi i malati, troppi i morti e il lock-down totale appare l’unica soluzione per la salvezza. È passato poco più di un mese da quel primo provvedimento di chiusura totale di tutte le attività, tranne quelle essenziali (prorogato fino al 3 maggio) e la situazione sanitaria sembra avvicinarsi alla condizione di sotto controllo. Ma un’altra emergenza si intravede all’orizzonte: lo spauracchio di una recessione economica che travolgerà l’Italia, insieme alle economie dei Paesi colpiti dalla pandemia. Per fronteggiare la seconda emergenza, quella economica, il Governo italiano si affida a un comitato tecnico, composto da manager, economisti e psicologi, guidati dal manager Vittorio Colao, già numero uno di Vodafone. Ma qual è la portata della sfida a cui la task force guidata da Colao è chiamata a rispondere? Quali conseguenze ci saranno per il nostro Paese? Quali le possibili soluzioni per uscire dallo stallo?

Nicola Colavito, partner di Peninsula Capital

Abbiamo girato queste domande a Nicola Colavito, partner di Peninsula Capital – fondo di investimento con quote in molte aziende italiane – e membro del cda di primissime realtà aziendali, come KIKO Milano (cosmetica), Garofalo Health Care (ospedaliero), Guala Closure (packaging) e Azimut Holding (asset management). In passato, Nicola Colavito è stato componente del cda di Italo – NTV, managing director in Barclays e Goldman Sachs e associato in JP Morgan. Laureato in Bocconi con alcune esperienze all’estero alla New York University e alla London School of Economics.

 

Il Covid19 si è dimostrato come un virus molto aggressivo e con un’elevata capacità infettiva, che ha messo a dura prova il nostro Paese. Come giudica la risposta che ha dato il Sistema Sanitario Nazionale? Crede che possano essere attivate delle partnership più efficaci tra il settore ospedaliero pubblico e quello privato?

Il Sistema Sanitario Nazionale ha gestito la crisi in maniera eroica ma, come spesso accade in Italia, affidandosi più all’iniziativa, all’energia e – in questo caso – al vero e proprio eroismo dei singoli (dottori e infermieri) che grazie ad una accurata preparazione e programmazione dell’emergenza. Ancora oggi, a poco più di due mesi dall’introduzione del virus in Italia (apparentemente per mezzo di pochissime persone – ricordiamoci questo elemento perché rilevante per le implicazioni dei diversi modi di gestione) manca una gestione forte e centralizzata della produzione e della distribuzione di dispositivi di protezione per tutti lasciando ancora una volta la cosa all’intraprendenza di pochi.

In questo contesto la gestione della relazione con il settore ospedaliero privato non fa eccezione: l’Italia ha uno dei sistemi sanitari privati più avanzati al mondo con numerose eccellenze presenti su tutto il territorio nazionale (noi stessi in Peninsula possediamo una quota di una di queste eccezionali realtà, Garofalo Health Care, l’unico gruppo ospedaliero quotato in Italia) ma si è fatto ben poco per beneficiarne. Nelle prime settimane della crisi il coordinamento nazionale con queste strutture era poco o inesistente e solo nelle ultime si è cercato di sfruttare le enormi risorse derivanti da questo settore con accordi più o meno coordinati tra regioni, governo e ISS. Ma volendo si potrebbe fare molto di più, anche per preparare l’Italia ad affrontare in maneira più efficiente eventuali successive ondate del virus.

 

La Cina è la prova che nessun Paese è ancora in grado di ritenersi immune dal virus. In caso di una seconda ondata, crede che il tessuto economico italiano sarebbe capace di resistere a un secondo lockdown totale?

Il tessuto economico italiano sopravvivrà a stento a questo lockdown di cui ancora non si intravede la fine. Le date proposte dal Governo sono infatti ancora indicative e dipenderanno dall’evoluzione della crisi nelle prossime settimane. Un secondo lockdown non è una opzione: non solo le imprese non resisterebbero a una seconda prolungata chiusura, ma le persone stesse penso che rifiuterebbero di essere rinchiuse nuovamente in casa per lunghi periodi.

Penso che questa sia la maggiore debolezza delle misure attuali: in assenza di una cura che, in base a quel che leggo, non potrà che esserci solo nel corso del 2021, un lockdown totale come quello attuale non è la soluzione. La possibilità di una seconda ondata come lei dice (e come stiamo già osservando in Cina) ne è la dimostrazione

 

Quale è la soluzione quindi secondo lei?

Secondo me la soluzione non può che essere in un processo per fasi ma diverso da quello che indica ora il Governo. La prima fase a mio parere dovrebbe prevedere un sostanziale rafforzamento della capacità ricettiva della Terapia Intensiva a livello nazionale. Questo può essere fatto forzando la conversione di linee produttive di aziende industriali al fine della produzione di un numero sufficiente di respiratori (in Italia abbiamo alcune delle imprese e degli ingegneri migliori al mondo, la conversione delle linee richiederebbe poche settimane), utilizzando strutture ricettive private (ad esempio alberghi o villaggi turistici) e reclutando il maggior numero di dottori e infermieri possibili (sia dall’Italia che dall’estero) a cui andrebbe poi fatto un training specifico (tra dottorandi, medici di altre specializzazioni, volontari – si pensi ai 7,900 medici che si erano offerti quando il governo ne cercava 300 poche settimane fa e ai 10,000 infermieri – ne avremmo a sufficienza) penso che in 6-8 settimane riusciremmo ad avere un set-up adeguato. Questo piano avrebbe un effetto collaterale economico positivo consentendo alle imprese “riconvertite” o alle strutture ricettive private utilizzate di ripartire a pieno regime.

A quel punto la “fase 2” consisterebbe nel liberare con poche ma serie precauzioni tutta la popolazione e sotto una certa soglia (ad esempio 60 anni – almeno in un primo momento) lasciandola libera di ripartire ed al tempo stesso far ripartire a pieno regime tutti i settori economici.

Ovviamente in questo contesto il lock-down per la fascia “protetta” dovrebbe essere molto rigido con il divieto assoluto di uscita degli “Over-soglia” pena il trasferimento in strutture controllate (ad esempio le stesse strutture ricettive private di cui si diceva sopra.)

I trend italiani e spagnoli di ospedalizzazione e ricovero in terapia intensiva sembrano confermare che i numeri sarebbero gestibili.

 

La Fase 1 e la Fase 2 di Conte quindi per lei sono inefficaci? Quale sarà la Fase 3?

In realtà a ben vedere quello che il Governo Conte intende intraprendere è molto simile alla mia proposta ma, a mio parere più inefficiente. Mi spiego: a oggi (10 aprile) abbiamo un numero di positivi ancora in crescita (di circa 4mila al giorno) per un totale che si appresta a superare i cento mila casi attivi. Pensare che per maggio, quando Conte pensa di riaprire alcuni settori, la situazione sarà molto migliore è una utopia. Anzi, per allora quasi sicuramente saremo con numeri assoluti superiori a quelli dell’inizio del lock-down. Certamente avremo una curva di crescita molto più sotto controllo ma con la riapertura graduale della circolazione i rischi di una seconda ondata saranno molto elevati (ricordiamoci di nuovo che questa situazione in Italia parte da pochi casi).

Quello su cui però, a mio parere, fa affidamento Conte è che per metà maggio i posti in terapia intensiva si dovrebbero essere liberati di almeno altre 3mila persone se il trend degli ultimi giorni dovesse continuare. Questo gli dovrebbe consentire di far fronte ad un eventuale nuova ondata con sufficienti posti liberi.

Quindi un’apertura molto graduale dell’economia e la liberazione dei posti letto in terapia intensiva dovrebbero permettere il risultato sperato da Conte.

Quello che io temo, però, è che un’apertura troppo graduale e con regole troppo rigide possa far ben poco per rianimare l’economia (basti pensare al marcato rallentamento del settore retail in Cina anche dopo la riapertura) e che associata a regole troppo leggere di lock-down (consentire alle persone più esposte di uscire – anche se solo per fare la spesa- soprattutto in un contensto di riapertura) rischierebbe solo di rendere piu’ probabile una seconda ondata e relativa nuova saturazione dei posti letto.

La mia proposta in tal senso, introducendo regole rigide di non-uscita e riaprendo seriamente il Paese in sicurezza consentirebbe una ripartenza seria e auspicabilmente gestibile anche dal punto di vista sanitario.

 

In una recente intervista al Financial Times, l’ex presidente della BCE, Mario Draghi, chiede ai Governi di “adottare soluzioni analoghe a quelle adottate in tempi di guerra” e di sostenere le imprese per garantire un futuro ai lavoratori. Giudica le misure annunciate dal Governo italiano in linea con l’appello di Draghi?

Sono assolutamente d’accordo con quanto detto da Draghi. Purtroppo però non mi sembra che ciò sia quello che sta succedendo in Italia, dove la burocrazia la fa ancora da padrona e tutti i buoni propositi finiscono per schiantarsi contro la lentezza e le inefficienze del sistema (si pensi ai problemi nelle richieste dei famosi 600 euro o ai ritardi sulle mascherine) ma anche contro i nostri costumi (se si consente agli anziani di uscire per fare la spesa il risultato non potrà che essere mercati pieni – mi riferisco alle numerose testimonianze sui social).

In queste circostanze problemi eccezionali richiedono misure eccezionali: posso solo augurarmi che Conte e Colao ne prendano atto e agiscano di conseguenza.

 

Molti commentatori dicono che, in Italia, le conseguenze delle misure introdotte dal Governo a sostegno dell’economia rischiano di ricadere sulle spalle delle future generazioni. Secondo lei, in che modo sarebbe possibile equilibrare l’esigenza tutta attuale di salvaguardare il tessuto economico italiano ed evitare che le scelte di oggi non ricadano sulle future generazioni?

Purtroppo, è impossibile. Il danno è già stato fatto ed era inevitabile e le conseguenze peseranno sicuramente sulle future generazioni (incominciando dalla nostra).

Ma la colpa non è stata del Governo: le misure introdotte dal Governo finora sono state necessarie perché siamo stati colti all’improvviso da un evento di proporzioni bibliche. Tali misure hanno avuto un impatto sull’economia italiana che rischia di entrare in una delle recessioni più gravi della storia della Repubblica.

Ma ora sta al Governo guidare l’Italia fuori da questa crisi: l’obiettivo deve essere minimizzare questo danno cercando di far ripartire l’economia il prima possibile e darle tutti gli incentivi possibili per far sì che possa recuperare almeno in parte quanto perso in questo anno.

E questo può essere fatto in primis consentendo alla gente di tornare alla vita normale e dando tutta la liquidità di cui il sistema in questo momento ha bisogno (sia famiglie che imprese) e, in una fase successiva, tramite una serie di iniziative volte a far ripartire l’economia con incentivi, investimenti, eliminazione della burocrazia.

Tutto questo costerà all’Italia almeno 300 miliardi di nuovo debito a cui tutti dovremo far fronte: in base a come il Governo e gli italiani sapranno reagire – e a come l’Europa vorrà aiutarci o ostacolarci – i prossimi anni potrebbero vedere una nuova gravissima crisi del debito sovrano o una nuova rinascita come nel Dopoguerra.

 

Ha menzionato l’Europa. L’istituzione Europa sta dimostrando tutta la sua fragilità, facendo così naufragare il sogno degli Stati Uniti d’Europa. Secondo lei, se un Paese membro non è disposto a retrocedere di un metro dalle proprie posizioni per andare in soccorso a un Paese fratello, ha ancora senso parlare di Unione Europea?

La cosa è molto complessa e meriterebbe una discussione a parte. A mio parere non si tratta di retrocedere per andare in soccorso ad un Paese fratello: se agli olandesi o ai tedeschi chiedessero di dare soldi direttamente agli italiani in difficoltà sono certo che non si tirerebbero indietro. Ma gli Eurobond (o coronabond come sono stati opportunisticamente ridenominati) sono una cosa diversa. Provo a spiegarmi con un esempio: supponiamo lei abbia un cugino. Negli ultimi 50 anni questo cugino ha gestito malissimo il suo patrimonio: lo ha sperperato, ha accumulato debiti su debiti, ha dimostrato di non essere affidabile e spesso anche corrotto. Lei in quegli stessi anni ha seguito le regole e gestito i suoi soldi con cura. Questo cugino continua anche a sparlare di lei e a dire che non dovreste più essere parenti.

Ora quel cugino viene da lei e le chiede di fargli una fideiussione sull’ennesimo debito che con ogni probabilità non potrà pagare. Lei gliela darebbe?

Forse solo se quei soldi servissero a suo cugino per una operazione salva-vita e con le opportune cautele: ecco forse il MES legato alla copertura specifica della crisi è il modo in cui lei stesso darebbe i soldi a suo cugino.

Se poi superata l’operazione, capita che volete ricostruire una parentela più stretta e la smettete di sparlarvi alle spalle…beh forse allora accetterete entrambi gli Eurobond.