Cosa resterà del dibattito sul clima dopo il Coronavirus, secondo Goldman Sachs

greta thunberg
Un manifesto pubblicizza l’ultimo libro dell’attivista ambientale Greta Thunberg (Shutterstock)
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Un manifesto pubblicizza il più recente libro dell’attivista ambientale Greta Thunberg (Shutterstock)

La Pandemia sta cambiando, e in modo definitivo, il dibattito sul clima. Bisogna innanzitutto ammettere che il dibattito sul tema era giunto a un punto morto. Due le cause principali:

– la totale incapacità dei governi nel gestire il cambiamento climatico, incapacità resa evidente dal puntuale fallimento di tutte le Conferenze mondiali sul tema (le celebri COP, Conferenza delle Parti).

– la narrazione apocalittica, basata sul modello pessimistico e accusatorio, degli ambientalisti che ha finito per stancare e far allontanare dal tema il pubblico neutrale non specialista.

Non conta invece, in quanto folklore, il cicaleccio dei negazionisti.

Chi invece non ha tempo da perdere, e nemmeno denaro da perdere, come ad esempio Goldman Sachs, ha scattato una nitida fotografia in un report dal titolo GS Sustain – Covid19- Shifting the climate change debate, che parla molto chiaro. Un’immagine capace di illuminare tanto le sfide quanto le opportunità.

Prima di tutto, cos’è successo? Il report sottolinea al principio come il coronavirus abbia spostato il dibattito perché invece di lasciarlo alla palude della teoria, ha creato un concreto scenario di basse emissioni che mai l’azione dei governi avrebbe potuto conseguire per via politica e diplomatica. Lo shutdown ha insomma fornito dei dati oggettivi, non delle proiezioni ipotetiche, che ci permettono di capire meglio lo scenario futuro.

Goldman Sachs nota come Covid-19 abbia fatto registrare, ad oggi, il calo più marcato nelle emissioni di gas serra della storia. La pandemia ha colpito il 97% del Pil mondiale facendolo scendere, in media globale, del 2,5%. Tradotto in termini di emissioni di carbonio, per il solo 2020, parliamo di una diminuzione dei livelli che varia dalle 4 alle 5 volte i livelli pre-crisi.

Siamo insomma di fronte a un interrogativo e a un bivio. La madre di tutte le domande è sapere se il carbonio abbia raggiunto il suo picco storico. Lo lascerebbe pensare il fatto che questa crisi, non essendo di origine finanziaria ma sanitaria, sarà diversa nel ritorno alla status quo ante bellum rispetto a tutte le crisi passate, le quali hanno sempre fatto registrare un ritorno di emissioni pari ai livelli precedenti.

Ma il bivio resta di fronte a noi. Goldman Sachs mette in rilievo come i fattori che aiuterebbero il Re Carbonio a tornare sul trono del mondo sono tre: gli stimoli fiscali che i governi potrebbero mettere in campo in favore delle potenti aziende dell’energia fossile; le scelte strategiche della Cina in campo di energia fossile; i bassi prezzi dell’energia fossile.

Il fattore che potrebbe al contrario sancire la fine del dominio del carbonio (che in questo caso avrebbe raggiunto, causa coronavirus, il suo picco con dieci anni d’anticipo sul previsto) è uno, ma spalmato su due attori: e cioè l’implementazione delle energie rinnovabili da parte del settore privato con il dovuto sostegno e stimolo (vincolo?) da parte dei governi.

Purtroppo, nonostante una bella notizia sulla qualità dell’aria (migliorata del 30-40% in nord Italia, a San Francisco, a New York e in alcune zone della Cina) la storia potrebbe non essere a lieto fine. C’è solo da augurarsi che i calcoli fatti a Parigi (COP 21) sui target da raggiungere siano errati, ma se al contrario sono corretti prepariamoci a una radiografia impietosa.

Per Goldman Sachs, numeri alla mano, anche lo scenario più favorevole, quello cioè basato sul picco del carbonio nel 2020 e l’implementazione delle rinnovabili, non sarebbe sufficiente al raggiungimento degli obiettivi di Parigi, che occorre ricordare impongono un limite al surriscaldamento del Pianeta di massimo 1,5° entro il 2050.

Per ottemperare a quanto Parigi chiede, la riduzione di emissioni dovrebbe procedere al ritmo compreso tra il 3% e il 6% annuo, mentre nell’attuale fase di shutdown, che tutti possiamo tangibilmente percepire, siamo nell’ordine dello 0,5%-1,0% con una proiezione al 5,4% se la situazione attuale rimanesse identica fino al 31 dicembre 2020.

Gli analisti di Goldman Sachs stimano che il 29% delle emissioni cinesi di gas serra viene dal settore delle infrastrutture, cioè dalla fabbricazione, trasporto e assemblaggio di acciaio e cemento. Nel 2020 in Cina le infrastrutture cresceranno del 3% e del 12% a livello globale, perché sono una forma classica, essendo semplice e collaudata, di stimolo da parte dei governi alla ripartenza dell’economia.

E’ una foto di chiaroscuri: per gli esperti di Goldman Sachs il trasporto aereo rimarrà debole anche in tutto il 2021, mentre il settore delle auto elettriche avrà un incremento significativo, a discapito però di quello tradizionale, che fino al 2023 non vedrà spiragli di luce.

Ma di quale luce parliamo, alla fine dei conti? La banca d’affari sembra non avere dubbi: senza ipocrisie il costo sociale della decarbonizzazione sembra al momento fuori dalla portata dell’umanità, a meno di non ipotizzare un impatto a “magnitudo Covid-19” per i prossimi tre decenni.

Solo a quel punto, e con l’ausilio di una radicale riconversione green di tutta l’economia mondiale (supportata dall’innovazione, perché il livello attuale d’ingegneria green non basta), gli obiettivi di Parigi sarebbero realistici.

Giunti alla fine del documento di Goldman Sachs tutti autorizzati a dire, dal proprio lato della barricata, è esattamente come pensavo io? No, l’esatto contrario.

Se il picco del carbonio è raggiunto in questo momento, con dieci anni d’anticipo, e i governi fossero pronti ad adottare la tecnologia green già operativa e a dare contemporaneamente stimoli importanti alla ricerca e allo sviluppo di una ancora più performante, forse vale la pena fare un tentativo per sconfiggere l’ultimo, clamoroso tabù. Quale? Parigi non dice che in pericolo estinzione c’è il Pianeta, in pericolo estinzione ci siamo noi.