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Business 7 Febbraio, 2020 @ 3:38

I lavori tradizionali non diventeranno green tanto facilmente

di Paolo Mossetti

Contributor, scrivo di cultura economica.Leggi di più dell'autore
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Le sole tecnologie non possono avere un ruolo salvifico. Né possono essere sempre neutrali. Il loro sviluppo e uso rappresenta un processo che diventa sociale, culturale e politico. Vale anche per la cosiddetta “transizione energetica” di cui si parla molto in questi anni, vale a dire il passaggio dall’utilizzo di fonti non rinnovabili (come il carbone) a fonti rinnovabili (come l’energia solare). Gli effetti di questa rivoluzione sul mercato del lavoro sono, però, molto meno dibattuti. Forse un motivo molto semplice: il quadro tutt’altro che roseo.

Il problema principale è che non tutti i mestieri creati dall’energia pulita possono rimpiazzare quelli più tradizionali e più inquinanti. L’industria dell’estrazione carbonifera, ad esempio, impiega oltre sette milioni di persone e impatta innumerevoli altre attraverso l’indotto. Tuttavia, per raggiungere l’obiettivo più ambizioso dell’Accordo di Parigi sul clima – mantenere il cambiamento climatico entro 1,5 gradi nel 2030 – la quota carbone nel mix energetico globale dovrebbe diminuire molto più rapidamente di quanto già sta facendo, e finire col ridursi addirittura tra 73 e il 97% nei prossimi trent’anni.

Che succederà ai lavori che andranno persi lungo la strada? Sostituirli non sarà un gioco da ragazzi, spiega una ricerca indipendente pubblicata dall’Institute of Physics Publishing, che ha cercato di capire quanti impianti fotovoltaici ed eolici si dovrebbero costruire globalmente per rimpiazzare, da un lato, l’energia perduta con la dismissione del carbone, e dall’altro i posti di lavoro ad esso collegati.

L’indagine si è concentrata sui quattro Paesi (Cina, India, Stati Uniti e Australia) che da soli rappresentano il 70% circa della produzione mondiale di carbone. Con l’eccezione americana, tutti gli altri potrebbero avere notevoli difficoltà a rimpiazzare un settore vetusto con uno all’avanguardia. In Cina, il Paese il cui settore minerario impiega più persone di tutti, soltanto il 29% delle aree in cui viene estratto il carbone sarebbe adatto all’energia solare. Va ancora peggio con l’eolico, che potrebbe funzionare soltanto nel 7% di tutti i territori che nei quattro Paesi di cui sopra sono al momento impiegati per il carbone. Senza contare il fatto che la costruzione dei nuovi impianti puliti potrebbe occupare una superficie notevolmente più vasta di quella occupata dalle miniere, con questioni legate all’abitabilità, alle frizioni locali e alle infrastrutture ancora tutte da valutare.

I lavoratori nelle miniere di carbone, riporta lo studio, solitamente non migrano quando rimangono disoccupati. Ma la maggior parte dei posti dove il carbone verrebbe abolito non sono abbastanza ventosi per poterci installare le pale eoliche. Per quanto riguarda le possibilità di impiego dell’energia solare, la Cina è messa peggio di qualunque altro Paese produttore del carbone, mentre andrebbe molto meglio negli Stati Uniti. Dove, secondo la ricerca, il 62% delle aree dove viene estratto il carbone potrebbero essere riconvertito a questo scopo. Ma di energia solare ce ne vorrebbe davvero tanta, per colmare il vuoto lasciato dal carbone: l’equivalente di 143 giga watt, ovvero quasi tre volte la capacità attuale del Paese.

E se anche questo obiettivo titanico venisse raggiunto, si potrebbero far transitare verso l’energia pulita soltanto due terzi dei lavori persi col carbone – e sempre che il loro aggiornamento professionale vada a gonfie vele. L’unico Stato americano dove i lavori prodotti dall’energia eolica potrebbero essere un’alternativa decente al carbone? Il Wyoming.

Come se non bastasse, la riorganizzazione produttiva legata al passaggio alle energie rinnovabili minaccia di fare parecchi danni non solo sul terreno occupazionale, ma anche su quello geopolitico. Il mercato in espansione delle auto elettriche, seppur positivo sul benessere atmosferico delle città, notoriamente impiega materie prime ancora più scarse di quelle su cui si basa l’attuale paradigma nel settore, concentrate in poche aree geografiche. Si parla già di una possibile crisi delle forniture alla fine di questo decennio, e la corsa agli accaparramenti è già partita, con ogni mezzo, al punto che alcuni siti complottisti e non solo hanno collegato il recente colpo di Stato in Bolivia, il Paese che ha un quarto delle riserve mondiali di litio, agli interessi di potenze straniere e multinazionali.

Per ciò che concerne l’utilizzo delle energie pulite, invece non è sempre chiaro da dove arriverà la capacità per supportare un notevole sovraccarico ai sistemi di generazione e distribuzione dell’elettricità: un’occasione ideale per rispolverare argomenti a favore del nucleare (come già è avvenuto in questi anni: si pensi alla proposta del premier inglese Theresa May di costruire 10 centrali per alimentare il futuro parco degli electric vehicle). Col risultato che le lotte ambientaliste potrebbero a loro volta scindersi in diversi filoni pro o contro l’atomo. Non esattamente un quadro roseo, per una rivoluzione che viene spacciata come panacea della crisi delle democrazie liberali.

Mentre il mondo, sotto le pressioni dell’opinione pubblica e della politica si sta spostando verso nuove forme di accaparramento energetico, è sempre più importante farsi delle domande sui soggetti che ne verrebbero stravolti. Legare le questioni legate agli impieghi dell’energia agli obiettivi – sacrosanti – della decarbonizzazione dell’economia è fondamentale, insomma, per anticipare le crisi sistemiche che verranno. Le lacerazioni che il cambiamento porterà con sé d vanno studiate, affrontate e anticipate.

Non tutti i problemi legati alla transizione si potranno risolvere insieme e con un colpo solo. Sarà compito della politica e della società stabilire i modi, e le priorità, nei quali dovrà avvenire la riconversione delle economie nazionali. Ma lasciare completamente inattesa la parte della sostenibilità sociale della rivoluzione green sarebbe un errore imperdonabile.

 

 

Life 9 Ottobre, 2019 @ 11:00

Così la Val D’Aosta ha realizzato il turismo di classe a emissioni zero

di Alessandro Turci

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Cogne

Anche un ambientalista duro e puro potrebbe commuoversi arrivando a Cogne, dove qualcuno ha messo in pratica quello che altri si limitano a dire: basta con un modello di sviluppo che presuppone una crescita infinita su un pianeta finito. Crescita, in questa valle benedetta dal Gran Paradiso, significherebbe turismo. Ma quale: quello incardinato sui combustibili fossili? Quello che ogni giorno d’estate fa transitare 2mila auto tra andata e ritorno sull’unica strada di accesso? O quello che per riscaldare hotel e wellness s’inchina ogni inverno al dio gasolio?

La famiglia Celesia – Angelo, Irma, Andrea e Stefania – dimostra il contrario. Ci ha messo una dose di coraggio notevole, ma soprattutto la visione. Questi piccoli Elon Musk valdostani (piccoli perché in valle la rampa di lancio per il razzo su Marte non ci sta) non potevano accettare che la svolta green si limitasse a dare una pennellata di verde alla facciata di un delizioso hotel familiare. E così la facciata è rimasta quella di un elegante chalet, mentre il cuore è una bio-centrale a co-generazione (costata 700mila euro, ecco il coraggio) e alimentata a biomassa (ecco la visione). Cioè legno, che porta questa maison a emissioni zero. Ma un simile business plan energetico, che avrebbe  scoraggiato un falco di Wall Street, è solo il punto di partenza.

L’idea di far arrivare il turismo a Cogne senza gasolio è piaciuta anche a BMW, che di motorizzazioni superlative s’intende come pochi ma ha ugualmente messo sul mercato la i3 elettrica che va come… una vera BMW. Per chi fosse avvezzo alla casa bavarese, passare da un set di cilindri a zero cilindri potrebbe sembrare una scommessa. Specie per salire a 1.600 metri. E invece…Ma la Valle ormai ha un debole dichiarato per i clienti che arrivano a Torino e salgono sull’auto elettrica messa a disposizione dal sistema del turismo valdostano per arrivare ad Aosta, a Pila, a Cogne, col saldo a emissioni a zero.

Bisognerebbe provarla, perché descriverla non è facile, l’emozione di muoversi con sprint senza inquinare, né aria né orecchie. Anche perché, in periodo di lancio, chi prenota una notte in quel di Cogne ha la BMW gratis (d’accordo: “BMW – gratis” sembra un ossimoro, eppure è vero). Tutto molto bello: ma la piscina all’aperto riscaldata? Anche quella viene dal recupero della dispersione della caldaia green; e il tagliaerba? Perché si vede il giardiniere muoversi ma non si sente rumore? Semplice: la falciatrice è elettrica. D’altronde Cogne è, nella classifica internazionale, tra le 100 mete più green al mondo.

I Musk valdostani amano la bicicletta, sia classica che assistita (perché accessibile a tutte le età). Credono inoltre che gli impianti di domani sposteranno persone e non sciatori, dato che lo sci come sport sta mutando, e la voglia di vivere la montagna in modo contemplativo sta prendendo il sopravvento sul gesto tecnico-agonistico di moda un tempo. Qui si viene per vivere un’esperienza alpina senza compromessi, alla quale si aggiunge il tocco del “bosco dei libri” (diffidate degli hotel senza biblioteca…), dal momento che wellness è anche invito a buone letture e non solo coccole e sauna, peraltro imperdibili. Quanti argomenti di conversazione a tavola, mentre la tradizione valdostana si esprime al meglio nei piatti a chilometro zero, assecondati dalla cavalleria (e cioè i vini, che fanno dire ai francesi “chapeau”: un miracolo nel miracolo!), e questa Notre Maison lo diventa davvero “nostra” in una visione ecologica che vuole rivoluzionare in futuro il concetto stesso di mobilità in montagna.

L’inverno è alle porte: da quando c’è la bio-centrale 60 mila euro all’anno non vanno più a chi produce petrolio ma a due famiglie di boscaioli locali che recuperano e gestiscono il legno in eccesso della Valle, per un’economia turistica non solo a impatto zero, ma anche circolare e comunitaria. Ma sempre di lusso. In cosa consista il lusso è evidente. O no?

 

Life 26 Luglio, 2019 @ 3:00

L’impegno di Park Hyatt a Milano per un futuro sostenibile

di Susanna Tanzi

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Mi piacciono i viaggi avventurosi e il lusso discreto.Leggi di più dell'autore
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Park Hyatt Milano

Un futuro a impatto zero: questo l’impegno dell’esclusivo Hotel Park Hyatt di Milano. Fino al 30 settembre l’iconica Cupola, anima pulsante della struttura, posizione privilegiata per ammirare a ogni ora del giorno il cielo meneghino, ospiterà Urban Jungle, imponente installazione floreale realizzata da Anna Flower Designer: una giungla urbana di piante tropicali, quali sterlizie, banani, kentie, bromelie, guzmania, felci, ripsalis, da cui fanno capolino gorilla, scimpanzé, pappagalli, pantere e ghepardi.

Lo scopo? Portare l’attenzione degli ospiti su queste specie in via d’estinzione e sensibilizzare sul tema dell’ambiente. “In Hyatt, ci prendiamo cura delle persone in modo che possano dare il meglio di sé, e questa cura si estende anche alle nostre comunità e alla conservazione delle risorse per le generazioni future”, ha commentato Frank Lavey, senior vice president global operations di Hyatt. La giungla urbana si inserisce in una serie di attività portate avanti da Park Hyatt Milano in vista di un ambizioso obiettivo: eliminare ogni prodotto di plastica monouso dalle camere e dalle aree pubbliche dell’hotel entro fine 2020.

Già l’estate scorsa, Hyatt Hotels Corporation aveva annunciato l’obiettivo di eliminare le cannucce e gli accessori da drink di plastica da tutti i suoi oltre  700 hotel sparsi per tutto il mondo. Un’iniziativa prontamente accolta da Park Hyatt Milano che, oltre ad avere rimosso cannucce, stirrer e oggetti di plastica monouso dai suoi ambienti, eliminerà tutta la plastica presente nella linea cortesia per gli ospiti presente in camere e suite.

Ma la vocazione green di Hyatt non si ferma qui: nel 2019 l’hotel ha dato vita ad una collaborazione con Treedom, finanziando la creazione di una foresta di alberi di mango in Thailandia. Gli alberi, che possono essere ammirati online su una pagina dedicata, sono stati donati a ospiti e dipendenti. Un’azione che, oltre ad apportare benefici ambientali, quali contribuire all’assorbimento globale di CO2, ha anche ripercussioni sociali, poiché sovvenziona piccoli contadini locali. 

Grande attenzione anche per chi i più piccoli frequentatori dell’hotel di via Tommaso Grossi: in collaborazione con l’azienda Botanica Boo, nasce una linea esclusiva di lenzuola realizzate al 100% in Italia con tessuti organici certificati GOTS, provenienti da coltivazioni biologiche e trattati con prodotti atossici sia per l’ambiente sia per la pelle dei bambini. Al motto di “le persone guidano i cambiamenti”, Hyatt tiene fede alla promessa fatta. Essere sempre più sostenibile.

Business 25 Giugno, 2019 @ 11:00

Energie rinnovabili, una scelta obbligata anche per le aziende

di Forbes.it

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lampadina mano
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Il mondo è sempre più green. Per la prima volta negli Stati Uniti la capacità di generare energia elettrica da fonti rinnovabili ha superato la capacità di generare energia dal carbone. A rivelarlo i dati pubblicati dalla Federal Energy Regulatory Commission (FERC). L’ultimo rapporto mensile di FERC sull’aggiornamento dell’infrastruttura energetica (con dati fino al 30 aprile 2019), infatti, mostra come la quota relativa alla capacità di generare energia delle rinnovabili abbia raggiunto il 21,56%, mentre la quota del carbone è scesa al 21,55% (in calo rispetto al 23,04% di un anno fa). Un distacco quasi impercettibile che però delinea uno scenario molto
più ampio: a discapito dell’insensibilità più volte mostrata da Trump sulle politiche energetiche americane, questi numeri dimostrano come la tutela dell’ambiente sia ormai una priorità condivisa a livello planetario.

Rinnovabili: ok dall’UE al Decreto Rinnovabili, al via il piano di aiuti da 5,4 miliardi di euro

Anche l’Italia punta ad abbassare drasticamente i livelli di CO2 e, per permettere al Paese di raggiungere i suoi obiettivi, la Commissione Europea ha approvato il Decreto Rinnovabili dando il via libera a un piano di aiuti dal valore complessivo di 5,4 miliardi per sostenere la produzione di elettricità da fonti rinnovabili, come l’energia eolica, solare fotovoltaica, idroelettrica e gas di scarico. Il piano, ha commentato la commissaria Margrethe Vestager, responsabile della Politica di concorrenza, "è in linea con gli obiettivi Ue per l’ambiente e le regole europee sugli aiuti di Stato.

Le energie rinnovabili conquistano le aziende

Le aziende, dunque, non possono più far finta di nulla difronte alla mobilitazione globale scatenata dai continui campanelli dall’allarme lanciati dalla natura come conseguenza dei cambiamenti climatici. Così, per questioni di filosofia aziendale, in qualche caso di marketing, ma in modo crescente per soddisfare le richieste sempre più stringenti dei fondi di investimento che devono seguire determinate politiche sul rispetto dell’ambiente, stipulano contratti di lungo periodo per la fornitura di energia elettrica e gas prodotta da fonti di energia alternative.

Energia a prezzo fisso o energia a prezzo indicizzato?

Il mercato libero dell’energia però, oltre a proporre diversi tipi di fonti energetiche green (e non) tra le quali scegliere, pone un altro interrogativo: meglio scegliere un’offerta a prezzo fisso o variabile, detta a prezzo indicizzato? Sostanzialmente le tariffe a prezzo fisso prevedono un prezzo della materia prima costante per un periodo di tempo definito, che in genere oscilla tra i 12 e i 24 mesi, il prezzo della luce o del gas sarà dunque sempre lo stesso per tutta la durata dell’offerta. Viceversa, le tariffe a prezzo indicizzato prevedono un prezzo luce e gas che cambia durante il corso del tempo a seconda delle variazioni del mercato all’ingrosso. Sebbene ci sia un margine di rischio dovuto all’assenza di un prezzo garantito costante, le tariffe per l’approvvigionamento energetico a prezzo variabile
permettono di godere di eventuali abbassamenti del prezzo della luce e del gas.

In questo contesto, More Life Energy, azienda fornitrice di energia e gas specializzata nel segmento b2b, ha voluto dare ai propri clienti l’opportunità di poter scegliere dal punto di vista contrattuale, nel corso della fornitura, l’opzione del prezzo più favorevole sia per quanto riguarda l’energia che per il gas. Ciò significa non solo prezzo fisso sulle diverse categorie di fasce, ma anche un prezzo che
mensilmente si adegua alle migliori condizioni di mercato. Tale scelta è stata dettata dal principio che More Life Energy vuole rappresentare per tutte le aziende sue clienti una forma di garanzia nel risparmio e nel trovare la soluzione vincente a soddisfare i fabbisogni e le esigenze del proprio cliente. Ai clienti che si orienteranno verso la fornitura di energia prodotta da fonti rinnovabili, More Life Energy rilascia un Certificato di Garanzia di Origine (GO) che attesta la natura rinnovabile di quelle fonti e che quindi qualifica i produttori e gli utilizzatori di energia verde.

Business 12 Giugno, 2019 @ 1:00

A Chanel piace green: l’investimento che vuole rivoluzionare il tessile

di Roberta Maddalena

Staff writer, Forbes.it

Scrivo di moda, viaggi, arte e nuove tendenze.Leggi di più dell'autore
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modelle sfilata
Chanel Cruise Collection 2019/20

Le sostanze chimiche, almeno nel tessile (che è il settore con il più alto tasso di utilizzo insieme al beauty) potrebbero presto avere i giorni contati. E l’ultima maison del lusso a darne conferma è Chanel che ha deciso di assumere una quota di minoranza della società americana Evolved By Nature con l’obiettivo di sostituire gli additivi sintetici, notoriamente dannosi per l’ambiente, con un nuovo tipo di seta.

La società, fondata sei anni fa a Boston dal chimico Gregory Altman e dall’ingegnere biomedico Rebecca Lacouture, è nota infatti per aver creato Activated Silk, una tecnologia rigenerativa ricavata da bozzoli di bachi da seta scartati, che come una sorta di seta “liquida” si dissolve in acqua e si abbina con facilità ad altri materiali incoraggiando metodi produttivi sostenibili (dal 2013 Evolved By Nature ha brevettato dozzine di combinazioni molecolari della proteina di seta naturale).

Come ha dichiarato in una nota l’azienda di Boston, questo nuovo finanziamento, la cui entità è ancora top secret, servirà proprio per “esplorare materiali innovativi, miglioramenti meccanici e ottici di diversi tessuti”. E la cosiddetta green chemistry applicata al tessile ne guadagnerà sicuramente.

E si tratta anche di un bel passo avanti per la casa di moda parigina, nota per aver sempre fatto uso di materie prime controverse come pellicce o pelli di rettili esotici, che però negli ultimi tempi è diventata protagonista di una virata green con una serie di iniziative ad hoc. Il 2018 è stato infatti un anno particolarmente impegnativo per il marchio francese che ha pubblicato per la prima volta un rapporto sui suoi sforzi ambientali, vietando l’uso di pelli esotiche, e attraverso la sua società Chanel Parfums Beauté ha acquisito una quota della start up finlandese Sulapac, impegnata nello sviluppo di un nuovo materiale riciclabile in ambiente industriale e totalmente biodegradabile nell’ambiente marino, per combattere l’inquinamento della plastica.