Deborah Calmeyer Roar Africa
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Chi è la regina dei safari di lusso che fa rivivere il mito de “La mia Africa”

Deborah Calmeyer Roar Africa
Deborah Calmeyer (foto Roar Africa)

“Chi di notte, dormendo, sogna, conosce un genere di felicità ignota nel mondo della veglia: una placida estasi e un riposo del cuore che sono come il miele sulla lingua. Sa anche che la vera bellezza dei sogni è la loro atmosfera di libertà infinita: non la libertà del dittatore che vuole imporre la sua volontà nel mondo, ma la libertà dell’artista privo di volontà, libero dal volere. Il piacere del vero sognatore non dipende dalla sostanza del sogno, ma da questo: tutto quello che accade nel sogno non accade solo senza il suo intervento, ma fuori del suo controllo. Si creano spontaneamente paesaggi, vedute splendide e infinite, colori ricchi e delicati, strade, case che non ha mai visto e di cui non ha mai sentito parlare”, scriveva Karen Blixen nel suo romanzo La mia Africa, da cui è stato tratto il film con Robert Redford e Meryl Streep. Deborah Calmeyer sembra un personaggio uscito dal film di Sydney Pollack, ma in chiave contemporanea.

È fondatrice e amministratore delegato di Roar Africa, con cui si occupa di viaggi di lusso e sostenibili in Africa, con l’intento di preservare flora, fauna e natura del continente, di sostenere la sua economia e le sue comunità. Deborah, nata in Zimbabwe, ha lo spirito dell’avventuriera e dell’esploratrice, si sente a suo agio nella natura in cui è cresciuta, così come nell’ambiente elegante e raffinato di gallerie d’arte, alberghi di design, fondazioni e altre storiche imprese di famiglia in settori come i vini e l’hi-tech.

Con i suoi viaggi si possono perfino visitare aziende, oltre che ammirare meravigliosi panorami e andare in safari. Perché lei ha plasmato il successo del suo business proprio in itinerari su misura per il singolo cliente. Sogna di vedere l’Africa divenire moderna e funzionale, pur mantenendo intatta la sua natura. Tra i suoi testimonial c’è Robert Redford, che ha raccontato, quando si è recato insieme a sua moglie in viaggio con Deborah: “Sembrava quasi un sogno. Non posso esprimere a parole quanto sia stata fantastica la nostra prima volta in Sudafrica e Botswana. La cura, l’accesso, l’esecuzione senza interruzioni e il servizio eccellente di Roar Africa ci hanno portato a non doverci mai preoccupare di nulla, così come le loro guide e il loro intero team. Hanno reso questo viaggio il più sorprendente ed eccezionale della nostra vita”. I clienti includono poi altre celebrità, politici, capitani d’industria, viaggiatori esigenti che credono ancora al mito de La mia Africa.

Deborah vive e lavora tra Manhattan e Città del Capo. Talvolta partecipa personalmente ai viaggi, come quando organizza esperienze speciali o eventi. Ma quello che la preoccupa di più, al momento, è il futuro dell’Africa: un continente pieno di contrasti, ma sempre bellissimo, che è disposta a tutelare con ogni mezzo.

Come è stato crescere in Africa?

Leone Roar AfricaSono nata in Zimbabwe durante la guerra. Fui costretta a scappare e a lasciare il paese con la mia famiglia. Ci trasferimmo in Sudafrica. I miei antenati erano di origini sudafricane e ugonotte francesi. In principio si insediarono a Franschhoek, nel 1688. Ma le avventure non finirono lì. Mia madre era pilota per hobby e finì per lasciare mio padre quando avevo due anni, perché si era innamorata del proprietario della compagnia di charter con cui aveva imparato a volare. A otto anni finii a fare sci d’acqua su un lago, il Kariba, popolato da coccodrilli. A dieci mi trovai a dover affrontare un grande elefante che mi caricava, mentre nuotavo in una piscina. A dodici mio padre, che era uno zoologo e con cui vivevo allora, decise di adottare Carmen, una leonessa di tre anni, per proteggere la nostra fattoria. Divenne un vero animale domestico, simile a un cane, se non fosse stato per le sue dimensioni e il suo spirito che rimase sempre, in parte, selvaggio. Ma sedeva addirittura su una sedia attorno al tavolo con noi, si comportava come si vede nella storia – peraltro vera – del film Nata liberaAlla fine decidemmo di portare Carmen a vivere in un santuario con altri leoni. Aveva ormai una tale familiarità con gli esseri umani che fu scelta addirittura per recitare in un film con Sharon Stone. Grazie a Carmen imparai ad amare e apprezzare la natura selvaggia e a proteggere gli animali. Avviene qualcosa di magico quando l’essere umano connette con la natura selvaggia: è come se fosse portato indietro alle sue origini e qualcosa di istintivo si risvegliasse. Ci sono addirittura studi scientifici che lo dimostrano. Su questo tema, creo itinerari speciali in cui ci si può rigenerare, per tornare poi, pieni di energie, alla vita quotidiana. Coinvolgo spesso scienziati, esperti di medicina alternativa e di conservazione come di meditazione, poeti e artisti, medici e psichiatri.

Quali sono i problemi maggiori che ha affrontato come donna imprenditrice in Africa?

Il Sudafrica, oltre ad avere l’apartheid, è stato in passato un paese molto maschilista. Per generazioni il business è stato guidato dall’ego maschile bianco, che relegava le donne a ruoli dietro le quinte. Per fortuna le cose stanno cambiando. Quando fondai Roar Africa avevo due obiettivi: offrire lavoro anche alle donne nel settore turistico e aiutare a proteggere la fauna selvatica. Col mio business supporto inoltre imprenditrici come me, che aprono resort o altre attività, e perfino quelle che vogliono occupare settori rimasti principalmente maschili, lottare contro il bracconaggio, essere ranger e piloti di aerei, tracker, cuoche. Gli uomini che lavorano nel mio team la pensano come me. Ed è bello lavorare tutti insieme per creare un continente migliore. Questa è l’etica alla base del lancio del nostro Women’s empowerment retreat, un ritiro per supportare le donne, una novità del settore. Lo organizziamo ogni anno e ha avuto successo nel cambiare il volto del turismo in Africa. Il prossimo ritiro è in Kenya, all’inizio di maggio. Tutto il team di Roar Africa è, inoltre, molto fiero di sponsorizzare ogni anno una studentessa al Girls’ college of tourism del Sud Africa.

Dove sono le potenzialità maggiori dell’Africa secondo lei?

Roar Africa donne anti-bracconaggio
Un’unità di donne che combattono il bracconaggio (courtesy Roar Africa)

L’Africa è un luogo di una bellezza spettacolare, ma caratterizzato ancora da immense tragedie. Il progresso convive tuttora con il degrado e la povertà. Ma credo fortemente nelle sue potenzialità. Il mercato del turismo è sicuramente il mezzo più efficace per combattere la grande disoccupazione e incentivare le comunità a prenderne parte, come a proteggere gli animali selvaggi.  Uno dei problemi maggiori in Africa sono i governi corrotti che non proteggono la fauna selvatica e non favoriscono quindi le attività turistiche, provocando maggiore povertà e crisi. Dobbiamo creare consapevolezza perché il mondo smetta di cacciare gli animali in estinzione.

Come ha influito il Covid-19 sui viaggi in Africa?

L’effetto sui viaggi di tutti i tipi è stato disastroso. Il settore dell’ospitalità è stato colpito più duramente di quasi tutti gli altri. Questo è stato particolarmente devastante per l’Africa, dove il modello economico dipende quasi esclusivamente dal turismo. L’Africa e la sua gente meravigliosa lo sanno e lo apprezzano. Per questo motivo riceverete sempre un caloroso benvenuto qui, rimarrete piacevolmente sorpresi dall’innata ospitalità africana.

È riuscita a lavorare durante la pandemia? E quali soluzioni ha trovato per combattere la crisi?

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(Courtesy Roar Africa)

Ci siamo reinventati. Nell’ultimo anno abbiamo lanciato una serie di campagne digitali per restare in contatto con il nostro pubblico e per coinvolgerlo. Stiamo anche rafforzando il posizionamento dell’Africa come destinazione nota per i suoi vasti spazi aperti, la minore densità di persone e il minimo traffico pedonale. Gran parte di questo continente è intrinsecamente progettato per l’allontanamento sociale. Andando avanti, stiamo adottando misure di sicurezza ancora maggiori per prenderci cura dei nostri ospiti. Abbiamo un motto: “Diventa selvaggio, resta sicuro”. Stiamo reinventando il viaggio in modo da fornire agli ospiti il miglior accesso all’Africa nel modo più privato possibile e soddisfare il bisogno di lavoro e istruzione a distanza. Ciò include il lancio di Roar Privé, soluzione di viaggio privata end to end per famiglie e piccoli gruppi tramite aerei privati (8 partecipanti a partire da 60mila dollari a persona, con partenze dall’Italia da Roma e Milano, ndr), utilizzando aeroporti privati e con l’uso esclusivo di lodge safari privati. Abbiamo poi inventato Roar Villas, un’accurata selezione delle migliori ville africane nelle aree selvagge più remote e incontaminate, pure a prezzi più accessibili a tutti. Abbiamo in programma, spero molto presto – già questo agosto e poi nello stesso mese nel 2022 e 2023 -, un safari in executive private jet Roar Africa Emirates per soli dieci ospiti a bordo di un jet privato e uso esclusivo di lodge e campi a cinque stelle (da 125mila dollari a persona, ndr).

Quanto è importante l’ecoturismo ora che stiamo affrontando tanti problemi a causa del cambiamento climatico?

Senza i dollari del turismo che finanziano programmi e campagne cruciali relativi alla conservazione, l’Africa non sopravviverà. Ma ora è il momento di avere il maggior impatto possibile sulla conservazione e sulle minacce climatiche. Mi auguro che viaggiare nel nostro mondo post-Covid porti la fine di quello che chiamo viaggio passivo e irresponsabile, in quanto adesso si riflette di più sui problemi di conservazione in destinazioni come l’Africa. Ora come non mai, i viaggiatori devono comprendere la necessità di superare l’effetto negativo che il turismo non consapevole ha sulla conservazione e sulla sostenibilità. Come possono i viaggiatori continuare a sostenere le economie locali e gli sforzi di conservazione della fauna selvatica durante la pausa globale del viaggio? Una soluzione è prenotare viaggi futuri con un’azienda come Roar Africa o altre istituzioni simili alla nostra, che fanno della sostenibilità una componente chiave dell’attività, e promettersi di viaggiare consapevolmente quando si potrà tornare a farlo. Mi sento anche di ricordare che ciò che sta accadendo ora non è nuovo: abbiamo già visto virus come questo in passato. Quello che è diverso, questa volta, è il sabotaggio finanziario e il rischio per la salute globale. Le persone stavano viaggiando in Africa, consapevoli delle sfide che dovevamo affrontare per salvare il pianeta, consapevoli della perdita di habitat a causa dell’invasione umana, dei cacciatori di trofei, del commercio illegale di fauna selvatica. Tuttavia da adesso, probabilmente per la prima volta in assoluto, la gente è divenuta consapevole che le vite e il sostentamento finanziario di tutti dipendono dalla protezione della natura e dall’impegno nel mantenere un pianeta e una comunità sani. L’ignoranza passiva alla fine non è un’opzione: questa è la più grande opportunità di cambiamento che la pandemia ci ha dato.

Vicino a Città del Capo esiste Silicon Cape, una sorta di nuova ed emergente Silicon Valley sudafricana. Lei è sempre stata aperta alla moderna tecnologia, adottando il programma Proof of impact.

Il tema del viaggio responsabile è diventato molto attuale, ma forse dallo scorso anno più che mai. I viaggiatori di lusso vogliono che i loro soldi abbiano un significato maggiore e chiedono più spesso informazioni sui valori aziendali: come stanno aiutando le comunità locali e garantendo pratiche commerciali sostenibili. A tal fine, a partire da quest’anno, tutti i viaggi con Roar Africa finanzieranno investimenti sostenibili nelle comunità che visitano. Ciò è dovuto alla nostra nuova partnership con Proof of impact. Le sue tecnologie pionieristiche verificano e quantificano l’impatto dei viaggi di conservazione sull’ambiente e sulle comunità locali, dalle compensazioni di carbonio alla riduzione delle foreste e oltre. Tramite una app interattiva, i viaggiatori possono monitorare i vantaggi e gli investimenti in tempo reale resi possibili dal loro viaggio. E possono visitare i progetti che stanno sostenendo, dalle foreste preservate o ripiantate ai crediti di carbonio, fino ai progetti solari per sostituire il carbone, alle iniziative per l’acqua pulita e alle infrastrutture come i ponti. Ad esempio, il nostro imminente safari con Emirates in agosto finanzierà l’installazione di 69 pannelli solari nei villaggi del Ruanda, la piantumazione di 1.300 alberi, l’accesso all’acqua dolce per 3mila persone in Kenya e la protezione di un rinoceronte attraverso Rhinos without borders in Botswana.

Da molto tempo lei vive tra Stati Uniti e Sudafrica, in un approccio al lavoro mobile che, con l’homeworking, sta divenendo sempre più possibile e diffuso. Come è stato dividersi tra due paesi e modelli di business diversi?

In tutti gli anni che ho vissuto tra gli Stati Uniti e l’Africa, non sono mai stata via dall’Africa per più di pochi mesi. Così, quando finalmente sono tornata a novembre nella mia Africa, per me un ‘grande paese del cielo’ con i suoni, gli odori, la vastità, la quiete e la magnificenza della sua gente, non ho provato niente di meno che l’euforia. Ero tornata su mandato di alcuni clienti che non solo capiscono il potere della loro decisione di viaggiare, ma che hanno riconosciuto che viaggiare ora offre loro una libertà che non hanno mai avuto: l’opportunità di sperimentare. Infatti, quando le frontiere si sono aperte in vari paesi africani, molti clienti si sono avvicinati a noi, desiderosi di viaggiare in ampi spazi sicuri. Il Kenya ha messo insieme un programma per primo e sostenuto le mie relazioni con alcuni proprietari su cui sapevo di poter fare affidamento per i protocolli di sicurezza. Numerose famiglie hanno prenotato soggiorni da un mese a sei settimane. Questo è stato un grande segno di ripresa per noi. Personalmente, devo confessare che è stata una benedizione essere agli Hamptons, fuori Manhattan, durante il lockdown. Poter camminare sulle spiagge, respirare l’aria fresca del mare, anche se gelida, e ascoltare i gabbiani mi ha sollevato il morale in un momento molto duro e mi ha avvicinato alla natura selvaggia che nutre la mia anima. Penso che mi abbia donato un apprezzamento ancora più profondo per il mio lavoro e mi abbia fatto comprendere davvero quanto sia fondamentale per noi preservare la fauna e gli spazi selvaggi. Senza di essi, come esseri umani subiremmo una perdita incommensurabile.

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