Viaggio dentro il data center italiano che punta all’impatto zero

data center server
(Shutterstock)
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Era il 2006 quando il matematico e imprenditore inglese Clive Humby affermò che “i dati sono il nuovo petrolio”. Undici anni più tardi, l’Economist parafrasava Humby e scriveva che “la risorsa di maggiore valore al mondo non è più il petrolio, ma i dati”. Oggi Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet e Facebook sono le cinque aziende americane a più alta capitalizzazione di mercato. E il lessico del web – virtuale, wireless, cloud – ha abituato gli utenti a pensare a internet come qualcosa di immateriale e, di conseguenza, sostenibile. L’elaborazione e l’archiviazione dei dati prodotti e scambiati in rete, al contrario, avviene in luoghi fisici che consumano energia – moltissima energia -: i data center.

Che cosa sono (e quanto consumano) i data center 

I data center sono edifici che ospitano enormi quantità di server, storage (sistemi per l’archiviazione dei dati) e tutti i dispositivi necessari a garantire il funzionamento di un’infrastruttura informatica: dai cablaggi ai router. Il più grande al mondo si chiama The Citadel e occupa 7,2 milioni di piedi quadrati – circa 669mila m² – di deserto del Nevada: l’equivalente di quasi 90 campi da calcio o di 30 basiliche di San Pietro.

Circa un decennio fa, giornali e analisti iniziarono a denunciare il consumo energetico e l’impatto ambientale dei data center. Le emissioni di CO2 riconducibili a internet sono stimate in 1,71,8 miliardi di tonnellate: se il web fosse un paese, sarebbe il quarto produttore mondiale di anidride carbonica, dopo Cina, Stati Uniti e India. Uno studio del Cambridge centre for alternative finance ha calcolato che le sole operazioni connesse ai bitcoin consumano più di Paesi come Argentina e Olanda. La creazione di un solo bitcoin richiede una quantità di energia corrispondente a quella consumata in due anni da una famiglia americana media.

Già nel 2012, quando la produzione e lo scambio di dati via web era molto minore di oggi, il New York Times scriveva che il consumo energetico dei data center è “un aspetto fondamentale del mondo dell’informatica in netta contraddizione con l’immagine di efficienza e rispetto dell’ambiente che il settore cerca di proiettare all’esterno. Un solo data center è capace di assorbire più energia di una cittadina di medie dimensioni”.

Secondo un rapporto dell’International Energy Agency, il carico di lavoro dei data center è cresciuto di 7 volte nell’ultimo decennio, mentre il traffico internet è diventato addirittura 12 volte maggiore. “La buona notizia è che, nello stesso lasso di tempo, il consumo dei data center è rimasto costante”, afferma Danilo Vivarelli, amministratore delegato di Irideos, azienda che gestisce 15 data center in Italia. “Il merito è dell’aumento di efficienza degli apparati”.

Il futuro

Uno studio della Commissione europea ha calcolato che nel 2018 il consumo di energia dei data center degli stati Ue è stato di 76,8 TWh, equivalente al 2,7% della domanda di elettricità complessiva. Se lo sviluppo continuerà al ritmo attuale, nel 2030 il consumo salirà a 98,5 TWh, pari al 3,2% della domanda. E innovazioni come l’internet of things rischiano di far esplodere la produzione e lo scambio dei dati.

“In futuro serviranno di certo nuove strutture in cui ospitare i dati, ma soprattutto occorrerà sostenere la capacità di scambiarli”, prosegue Vivarelli. “Lo spazio dovrà essere connesso, o meglio ‘iperconnesso’. In altre parole, dovrà ospitare, nello stesso punto, tanti operatori che si scambiano traffico. E per realizzare i collegamenti tra le architetture, occorrono sistemi efficienti di cross connection. Con Irideos, lavoriamo in questa direzione”.

Il data center che punta all’impatto zero

Irideos è una società controllata da F2i (Fondi italiani per le infrastrutture) e partecipata da Marguerite, il fondo europeo per le infrastrutture. Conta 200 milioni di fatturato annuo e realizza data center alimentati al 100% con energia verde, dedicati alle aziende e alla pubblica amministrazione. “Un altro fattore molto importante per contenere i consumi è l’efficienza energetica”, ribadisce Vivarelli. “Avalon 2, il nostro nuovo data center, è stato progettato e realizzato secondo gli standard di efficienza più elevati”.

Avalon 2, aperto a dicembre 2020, è un ampliamento di Avalon Campus, il più grande punto di interconnessione internet italiano, con oltre 155 operatori nazionali e internazionali.  “Nel 2018 abbiamo rinnovato e potenziato l’infrastruttura per le interconnessioni. Le aziende possono così facilmente raggiungere i principali cloud provider globali e gli operatori di telecomunicazione già presenti nel campus”, spiega. Avalon 2 si estende su una superficie di 300 metri quadrati, con due sale dati.

Il business della trasformazione energetica

Secondo una ricerca di MarketsandMarkets, il mercato dei data center sostenibili, che nel 2020 valeva 49,2 miliardi di dollari, arriverà a 140,3 miliardi nel 2026. In Italia, il ministro della transizione ecologica, Roberto Cingolani, nella sua prima uscita pubblica ha sottolineato la necessità di rendere ecosostenibili i data center e il cloud computing.

“Come Irideos, siamo stati tra i primi firmatari del Climate neutral data center pact, lanciato il 21 gennaio 2021”, aggiunge Vivarelli. Il patto fa parte del Green deal europeo e consiste in un’iniziativa di autoregolamentazione, sottoscritta dalle aziende e creata in collaborazione con la Commissione europea, per rendere nullo l’impatto climatico dei data center entro il 2030. Prevede il raggiungimento di obiettivi misurabili di efficienza energetica e di riutilizzo delle risorse. I primi traguardi sono fissati già per il 2025.

La stessa Commissione europea ha raccomandato l’utilizzo di sistemi di raffreddamento più efficienti, il riutilizzo del calore, l’uso di energie rinnovabili e la costruzione dei centri in regioni con clima freddo. Anche se, ammette, “a causa della natura del cloud computing e della diversità dei fornitori di servizi cloud, non esiste un’unica soluzione” al problema.

Comportamenti virtuosi

“A livello di aziende”, dice Vivarelli, “un primo comportamento virtuoso per ridurre l’impatto ambientale del web è trasferire il proprio data center presso un provider specializzato. I data center delle aziende, infatti, sono in genere piccoli, di vecchia concezione e quindi poco efficienti dal punto di vista energetico. Strutture come Avalon sono realizzate, invece, con tecnologie di ultima generazione. Un altro passo importante è comprendere quali applicazioni potrebbero essere spostate nel cloud. Uno dei principali vantaggi del cloud è proprio l’uso ottimizzato delle risorse: è possibile allocarle in modo dinamico e condiviso ed evitare, per esempio, di dover dimensionare le infrastrutture in funzione dei picchi di domanda”.

Anche i singoli consumatori possono contribuire. Un esempio: una ricerca di Censuswide, commissionata dal fornitore di energia britannico Ovo Energy, ha stimato che nel solo Regno Unito vengono inviate più di 64 milioni di mail inutili al giorno: “Grazie”, “Ricevuto”, “Buona serata”, “Anche a te”, “Lol”. Eliminarle eviterebbe l’emissione di oltre 16mila tonnellate di carbonio: come togliere dalle strade 3.300 auto diesel.