L’azienda che vuole ridisegnare la filiera agroindustriale secondo un approccio “neorurale”

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Piero Manzoni, fondatore di Simbiosi
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Una porzione di Pianura Padana tra il Pavese e Milano è stata riportata alle condizioni di fertilità e biodiversità di 1.000 anni fa grazie a una combinazione di ecosistemi naturali, tecnologie d’avanguardia e a basso impatto ambientale. Simbiosi è diventata un’icona del mondo ‘neorurale’. Un nuovo paradigma economico, sociale e ambientale che potrebbe diventare ispirazione per nuove soluzioni per produrre il cibo necessario a sfamare un pianeta in crescita esponenziale.

“Un punto di partenza che siamo convinti di aver definito”, spiega il fondatore di Simbiosi Piero Manzoni, “senza utilizzare alcun prodotto chimico, ma solo grazie a tecniche legate all’agricoltura, quindi facilmente ‘esportabili’, a disposizione di comuni o altri enti che volessero rivitalizzare i tanti deserti agricoli presenti nel nostro Paese”.

Lo studio degli ecosistemi per ottimizzare le risorse

In questo luogo, di proprietà della famiglia del Premio Nobel per la Fisica Giulio Natta, sono nate una serie di soluzioni che utilizzano i concetti dell’economia circolare, osservando e studiando l’efficienza degli ecosistemi naturali per replicare quanto fa la natura nell’ottimizzazione dell’uso delle risorse a servizio dell’industria. “Per fare alcuni esempi”, aggiunge Manzoni, “vengono sviluppate soluzioni per il recupero degli elementi nutritivi dagli scarti e per la riduzione delle emissioni di CO2 e dei consumi energetici. Ma anche tecnologie per la misurazione della decarbonizzazione nei processi produttivi”.

Simbiosi ha sviluppato il know-how e le tecnologie per replicare quanto fa la natura nell’ottimizzazione dell’uso delle risorse. Simbiosi propone soluzioni globali per impiegare responsabilmente le risorse naturali ottimizzandone l’uso; diminuendo la quantità di CO2 emessa; recuperando risorse dagli scarti e producendo energia da quelle rinnovabili; contrastando i cambiamenti climatici. “Una formula che assicura vantaggi per l’ambiente”, conferma il fondatore di Simbiosi, “ma anche il ritorno sugli investimenti con un risultato economico-finanziario positivo, sostenibile, non solo dal punto di vista ambientale”. Non a caso Tamburi Investment Partners (Tip), quotata sull segmento Star di Piazza Affari, ha recentemente rilevato il 28,5% dell’azienda.

Ma come si caratterizza il modello neorurale?

L’obiettivo dichiarato è ridisegnare i distretti della filiera agroindustriale puntando al minor spreco possibile di risorse naturali, di emissioni e assorbimento di CO2 e con una importante produzione di energie rinnovabili. Neorurale, in sostanza, vuol dire riprendere le soluzioni adottate dalla natura applicandole ai contesti produttivi.

Simbiosi progetta e implementa la trasformazione di industria e territorio in ‘distretti virtuosi’ (Smart District e Smart Land) che fanno leva sull’innovazione per aumentare l’efficienza complessiva del sistema. Il tutto guidati da una serie di principi di riferimento: soluzioni complessive per la riduzione dei consumi di acqua, gas, materiali, energia elettrica nelle aziende, nelle utilities e nei processi produttivi e nelle pratiche agricole; innovazioni per lotta contro il cambiamento climatico attraverso lo sviluppo di aree rigenerate; con azioni di conservazione della biodiversità: attraverso l’aumento della fertilità del suolo aumentando così lo stoccaggio di CO2.

Altri elementi della strategia neorurale

Grazie agli scarti delle filiere industriali si recuperano materiali preziosi, produrre biostimolanti, ammendanti, fertilizzanti naturali e aumentare la materia organica dei suoli e produrre energia. Le acque diventano valore termico e vengono utilizzate anche per ottimizzare l’uso di energia e il consumo dell’acqua. Anche il paesaggio diventa elemento chiave della strategia neorurale. Ricreato secondo i principi naturali, diventa fattore produttivo per l’attività agricola e polmone di biodiversità per i distretti e le città. La gestione del suolo e del paesaggio permette di coltivare cibo più sano, senza l’uso di insetticidi e riducendo il consumo di risorse naturali.

Il territorio sede dell’esperimento si estende su un’area comprensoriale di circa 1700 ettari nel territorio di Giussago nel pavese. L’esecuzione di numerosi interventi di rinaturalizzazione e rigenerazione dell’ambiente coltivato ha permesso di raggiungere nel 1996 l’assetto attuale dell’area. Il tutto è avvenuto attraverso la formazione di oltre 107 ettari di aree umide, 78 ettari di boschi, 65 ettari di rimboschimenti da legname 50 ettari di prati, 110 km di siepi e filari campestri. Molte opere sono ancora oggi in fase di esecuzione.

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