Uno strumento per grandi aziende di abbigliamento per creare – grazie a un’Ai personalizzata – direttamente dal loro archivio di cartamodelli. Si chiama fashioninsta.ai e si descrive in una frase: “È l’Ai che fa vestiti, non immagini”, spiega la fondatrice Silvia Szymczyk. “La distinzione non è secondaria. Nell’attuale panorama degli strumenti Ai applicati alla moda, la maggior parte si ferma alla visualizzazione: generano immagini convincenti, ma non producibili. Il problema è strutturale – senza cartamodello non si produce nulla. fashioninsta.ai parte da lì: genera modelli reali, file di taglio utilizzabili, pronti per la produzione”.
Dalla sample room all’AI: la visione di Silvia Szymczyk per la moda del futuro
Silvia Szymczyk ha passato anni nella sample room di Max Mara a cucire campioni — era il 2016, e già lavorava nella moda da oltre un decennio. Prima sarta, poi modellista. È lì, tra cuciture e vestibilità, che ha imparato quanto possa cambiare un capo spostando una linea di pochi millimetri. Da quella stanza è passata al 3d, e poi a guidare l’innovazione in Timberland/Vf, dove ha costruito le pipeline digitali e le librerie 3d adottate come standard su tutti i brand del gruppo. Un percorso che oggi rivendica con decisione. “Quasi tutti quelli che costruiscono strumenti Ai per la moda arrivano dal gaming o dal software, e non hanno mai messo le mani su un capo – dice -, io vengo dall’interno della stanza, ci ho passato anni. Ed è esattamente per questo che posso fare quello che sto facendo”.
Il cartamodello è solo il punto di partenza: “L’obiettivo è costruire un layer di intelligenza interno al ciclo di vita del prodotto: valutare la producibilità di schizzi e concept, calcolare costi e margini, generare schede tecniche, arrivare a cartamodelli pronti in ore invece che in settimane”, dice Szymczyk. “Il cuore del capo è la geometria e una volta che hai quella puoi collegare tutti i punti intorno”.
Dalla tutela del savoir-faire alla moda su misura: così l’Ai prova a preservare il patrimonio manifatturiero italiano
Tra le applicazioni più ambiziose c’è il made to order su larga scala – l’iper personalizzazione che il cliente del lusso cerca, ma che il ready-to-wear ha raramente saputo offrire. Un progetto su cui fashionista.ai sta già lavorando con una grande casa di moda italiana. C’è poi una questione che Szymczyk considera centrale, e che va oltre il business: “Il mestiere del modellista sta scomparendo. I giovani non lo vogliono fare, e con loro se ne va un sapere costruito in decenni, spesso mai scritto da nessuna parte. È un pezzo dell’heritage manifatturiero italiano che stiamo perdendo in silenzio. Il progetto vuole rispondere anche a questa esigenza: ogni azienda può allenare il modello sui propri metodi, sul proprio Dna trasformando una conoscenza che rischiava di andare in pensione in una risorsa permanente. Non sto sostituendo i modellisti. Li sto formando, e sto proteggendo quello che sanno fare”.
A questo si aggiunge un altro patrimonio spesso inutilizzato: gli archivi di modelli e dati accumulati per anni dalle aziende del settore. “È una miniera d’oro su cui stanno dormendo – dice Szymczyk – noi puntiamo a ordinare e attivare quei dati, trasformandoli in capacità produttiva concreta”.
La startup si costruisce in stretta collaborazione con le aziende che già la utilizzano — è la loro operatività quotidiana a definire la roadmap. Intorno a questo progetto Szymczyk ha sviluppato una community di oltre 22.000 professionisti su LinkedIn, dove discute di 3d, Ai e sviluppo prodotto. “Ci sono voluti quindici anni per arrivare qui. Non avrei potuto costruire fashionista.ai dieci, cinque, nemmeno due anni fa. Serviva tutto: la sample room, il 3d, l’Ai, e il momento giusto. Adesso il momento giusto è arrivato”.