Perché i miliardari americani continuano a investire in Cina. Nonostante tutto

Pechino Cina
Pechino continua ad attrarre gli investimenti dei miliardari statunitensi (foto Feng Li/Getty Images)
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Questo articolo è apparso su Forbes.com

Il miliardario Ray Dalio gestisce denaro per clienti cinesi da 30 anni. E non ha intenzione di fermarsi adesso. Un altro miliardario, Howard Marks, suggerisce di essere cauti quando si deve scegliere dove investire in Cina, ma non se ne andrà. Un altro ancora – Larry Fink, l’amministratore delegato di BlackRock, il più grande gestore di asset del mondo – ha lanciato giusto lo scorso anno una serie di fondi comuni di investimento rivolti ai consumatori cinesi. Non prevede alcuna inversione a U.

Gli investitori miliardari americani, con qualche notevole eccezione, non hanno perso fiducia nella Cina. Niente sembra poterla scuotere: né i lockdown dovuti al Covid-19, né le proteste contro gli stessi lockdown, né la reazione del governo alle proteste, e nemmeno il genocidio degli uiguri musulmani, il lavoro schiavista nel territorio dello Xinjiang, le truffe legate a titoli cinesi, la repressione della democrazia a Hong Kong, il 30% perso dall’indice Hang Seng dal 2019, il continuo furto di proprietà intellettuale compiuto dalle aziende cinesi, la scelta delle imprese statunitensi di non produrre più nel Paese, quella degli Usa di accogliere le aziende di semiconduttori che lasciano la Cina. E neanche l’assidua campagna condotta da alcuni politici americani per dipingere la Cina non solo come la fonte della pandemia da coronavirus, ma anche come un inevitabile futuro nemico militare.

Perché i miliardari americani continuano a investire in Cina

“La Cina continuerà a essere il Paese di maggiore successo del XXI secolo”, dichiara a Forbes Jim Rogers, investitore internazionale che ha scritto un libro sugli investimenti in Cina. “Gli Stati Uniti sono stati il Paese di maggiore successo del XX secolo, nonostante abbiano attraversato molti momenti orribili. Se gli investitori avessero perso fiducia nell’America in quelle occasioni, avrebbero perso un mucchio di soldi”.

Non importa se la Cina è un sistema totalitario guidato da un’unica persona, il presidente Xi Jinping, mentre gli Stati Uniti tengono ancora regolari elezioni e hanno un sistema di pesi e contrappesi che si spera riescano a mitigare l’influenza di una singola fazione. Poiché la Cina offre manodopera a basso costo, una classe dirigente assetata di espansione economica e il sogno di trasformare 1,4 miliardi di cittadini in un esercito di consumatori, molti investitori miliardari non hanno intenzione di staccarsene.

Bridgewater e Oaktree in Cina

Nel novembre 2021, la Bridgewater di Dalio ha raccolto 1,25 miliardi di dollari per il tuo terzo fondo cinese. Bridgewater gestisce fondi privati in Cina dal 2018 e, secondo il Wall Street Journal, il primo ha registrato un rendimento annuo del 19% fino al 2021. Con l’ultima raccolta, Bridgewater è diventato uno dei principali gestori stranieri di fondi privati sul mercato cinese. È stato solo l’ultimo atto della storia di Bridgewater nel Paese. Lo scorso anno Bloomberg ha scritto che il governo cinese è tra i principali clienti della società. Secondo l’articolo, la Cina è cliente dell’azienda di Dalio dal 1993. Lo scorso anno l’hedge fund ha gestito circa cinque miliardi di asset statali. Dalio e Bridgewater non hanno voluto rilasciare commenti.

Marks, fondatore di Oaktree Capital Management, ha manifestato la volontà di mantenere pressoché intatto lo status quo. Al Wealth Summit 2022 di Forbes, il miliardario ha parlato del “miracolo cinese” che ha permesso di far crescere il prodotto interno lordo di oltre 100 volte negli ultimi 40 anni. “E devo pensare che non cambieranno rotta”, ha detto. “Vogliono continuare a far crescere l’economia, vogliono mantenere le persone felici”. Parole che aiutano a spiegare perché Oaktree abbia voluto continuare a fare affari in Cina, mentre altri diventavano diffidenti.

“La gente descrive la Cina come un posto in cui è impossibile investire”, ha aggiunto Marks. “Io non la vedo così. Penso che continueremo a investire in Cina, ma con attenzione. Non siamo sicuri di sapere che cosa riserverà il futuro”.

“Un tragico errore”

L’avventura cinese di Oaktree non è stata tranquilla. Evergrande, che era il più grande sviluppatore immobiliare del Paese, è andato in default su un prestito garantito da Oaktree. Secondo il Financial Times, la società di Marks è riuscita a recuperare il suo investimento con gli interessi a novembre, tramite la vendita di collaterali di Evergrande.

Malgrado la dura risposta della Cina alla pandemia, lo scorso anno Fink di BlackRock ha avviato fondi comuni di investimento rivolti a investitori cinesi. L’annuncio ha spinto George Soros, altro investitore miliardario, a parlare di “un tragico errore” in un editoriale sul Wall Street Journal intitolato ‘L’abbaglio cinese di BlackRock’.

Anche i fondi pensione americani puntano sulla Cina

I miliardari non sono gli unici a restare attaccati ai loro investimenti in Cina. Ad agosto l’immenso Sistema pensionistico degli insegnanti della California (California State Teachers’ Retirement System, Calstrs) ha iniziato a cercare gestori di titoli specializzati sulla Cina. In un’e-mail a Forbes, il fondo pensione ha dichiarato di possedere al momento circa 3,7 miliardi di titoli cinesi e che la ricerca serviva a verificare se esistesse un modo migliore per gestire questa esposizione.

“Qualsiasi gestore selezioneremo dovrà seguire le nostre regole sui fattori di rischio esg nelle sue decisioni di investimento”, ha detto a Forbes il Calstrs. “Avere un gestore dedicato alla Cina potrebbe assicurarci maggiori competenze sugli aspetti esg del mercato cinese rispetto a un approccio più ampio sui mercati emergenti”.

Il fondo ha osservato, in ogni caso, che la richiesta servirebbe solo a stabilire un potenziale gruppo di manager che potrebbe ricevere fondi e non c’è alcuna garanzia che uno di loro ne riceverà davvero.

Almeno un fondo pensione statale statunitense, l’Sba della Florida, ha temporaneamente sospeso i suoi investimenti cinesi. E l’anno scorso le dotazioni di Harvard e Yale – due dei più grandi fondi di questo tipo al mondo – hanno fatto sapere che avrebbero riconsiderato le loro proprietà di asset cinesi per via di preoccupazioni sull’abuso di diritti umani nel Paese.

“Se dipendesse dai privati, parleremmo tutti cinese”

Kyle Bass, fondatore dell’hedge fund Hayman Capital Management, da tempo critico sulla Cina e su coloro che vi investono, ha dichiarato a Forbes che solo l’azione del governo statunitense impedirà di dollari americani di fluire verso Pechino. “Penso che solo ordini esecutivi del presidente o di altri organi di regolamentazione possano convincere gli investitori a smettere di investire in Cina”, ha dichiarato. “Se la sicurezza nazionale degli Stati Uniti fosse lasciata al settore privato, domani parleremmo tutti in cinese”.

I continui investimenti dei miliardari in Cina fanno venire in mente la frase di William Faulkner su come non si ami per le virtù, ma nonostante i difetti. “Conosco tutti gli aspetti negativi che riguardano la Cina in questo momento”, ha detto Rogers a Forbes. “Ma non ho venduto nessuna delle mie azioni cinesi e spero di essere abbastanza furbo da comprarne altre, se si presenterà l’occasione giusta”.

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