Nel 2026 il vecchio ordine mondiale è definitivamente saltato. L’autonomia strategica dell’Europa diventa il vero nodo da sciogliere per uscire dalla frattura del legame transatlantico, incrinato dagli atti aggressivi di Trump
Nel 2026 il vecchio ordine mondiale è definitivamente saltato. L’autonomia strategica dell’Europa diventa il vero nodo da sciogliere per uscire dalla frattura del legame transatlantico, incrinato dagli atti aggressivi di Trump: dallo “stop and go” sui dazi, alle sortite sulla Groenlandia, fino a ogni dossier rilevante per la comunità internazionale. Non serve scervellarsi sul passato. In questo scenario torna perfettamente a fuoco l’aforisma di Oscar Wilde: «l’unico fascino del passato è che è passato».
È stato il premier canadese Mark Carney, nel suo lungo intervento al World Economic Forum di Davos, a sparigliare volutamente le carte, denunciando la “frattura del nuovo ordine mondiale” provocata dal Presidente Donald Trump, che sta ridisegnando alleanze politiche ed equilibri economici.
Parole che hanno trovato eco, nello stesso consesso, nell’intervento della Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, secondo cui “il mondo è cambiato in modo permanente”. Proprio per questo, a suo avviso, l’Unione Europea può e deve sfruttare questa cesura per costruire una “nuova forma di indipendenza europea”, superando le attuali dipendenze strutturali, economiche e politiche e diventando finalmente un soggetto globale credibile, dotato di autentica autonomia strategica.
Dal palcoscenico di Davos, grazie anche alla visione proposta da Carney, prende forma l’ipotesi di un nuovo patto tra le cosiddette “potenze medie”, che archivia il precedente ordine fondato su regole, multilateralismo e alleanze storiche, oggi svuotate e ridicolizzate dal Deus ex machina americano. Un patto fondato sui valori – dai diritti umani alla sovranità – capace di fare da scudo contro un nuovo imperialismo delle grandi potenze.
L’autonomia strategica rivendicata anche dalla Presidente della Commissione si intreccia così con l’idea, sostenuta da Carney, di un’alleanza tra nazioni non allineate: le “potenze medie”, che vedono nell’Unione Europea il perno centrale, insieme a paesi come il Canada stesso, il Messico, il Brasile, l’Ecuador, l’Indonesia e altri ancora.
In questa direzione, all’inizio di quest’anno, l’Unione Europea ha compiuto passi rilevanti, approvati a maggioranza qualificata dopo decenni di negoziati: dall’accordo Mercosur, oggi temporaneamente bloccato dal Parlamento europeo, all’intesa con l’India, sottoscritta dopo oltre dieci anni di trattative e considerata non a caso “la madre di tutti gli accordi di libero scambio”.
Parallelamente, l’UE ha attivato nuovi strumenti di politica commerciale e industriale a sostegno della transizione green, come i Clean Trade and Investment Partnerships (CTIP), finalizzati a costruire partenariati reciprocamente vantaggiosi e a rafforzare le catene di approvvigionamento per le tecnologie pulite e per le materie prime strategiche, a partire dalle terre rare.
L’autonomia strategica dell’Unione è la condizione imprescindibile per perseguire una politica di apertura al commercio internazionale svincolata dai vecchi automatismi e dai precedenti vincoli della politica commerciale europea. Per centrare questo obiettivo, l’Europa deve rendersi autonoma nelle grandi sfide del nostro tempo: semiconduttori, intelligenza artificiale, infrastrutture digitali pubbliche e private, transizione green. Sfide che richiedono investimenti colossali.
Un traguardo di questa portata può essere raggiunto solo attraverso l’attivazione degli eurobond. Le emissioni occasionali, legate a circostanze straordinarie – come avvenuto per uscire dalla morsa del Covid – non hanno nulla a che vedere con la costruzione di una vera autonomia strategica europea.
Il cambio di paradigma della politica commerciale e industriale dell’Unione passa dalla possibilità di collocare stabilmente sul mercato finanziario internazionale eurobond, consentendo ai singoli Paesi – Italia in testa – di disporre delle risorse necessarie per attivare le conseguenti politiche economiche. I discorsi, da soli, non producono farina: il nocciolo della questione è la disponibilità di adeguate masse critiche finanziarie.
Questo risultato sarebbe raggiungibile rimuovendo alcuni ostacoli strutturali che oggi paralizzano l’Unione. Il primo è il vincolo del voto all’unanimità, insieme alla necessità di avviare la costruzione di una Repubblica Federale Europea, inseparabile dall’abbandono dei nazionalismi. Il secondo è il rafforzamento patrimoniale del bilancio europeo, aumentando il contributo dei singoli Stati in proporzione al PIL. Il terzo è fare degli eurobond – in euro e in moneta digitale – uno strumento ordinario di investimento per il mercato finanziario internazionale.
Un simile cambiamento consentirebbe di rottamare il Patto di Stabilità e Crescita riformato nel 2024, anche con il voto del governo Meloni, che impone agli Stati membri rigide discipline di bilancio attraverso piani pluriennali di aggiustamento. In sostanza, una versione edulcorata dell’austerità derivante dal Trattato di Maastricht del 1992, nato per fissare i criteri di accesso all’Unione monetaria e all’euro.
Le politiche commerciali e industriali figlie di questa impostazione, fortemente volute dalla Germania in ragione della propria struttura produttiva, hanno favorito le esportazioni, comprimendo però la spesa pubblica per investimenti materiali e immateriali. Un sacrificio pagato soprattutto dai Paesi più indebitati, come l’Italia, che avrebbero invece bisogno di espandere la domanda interna.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’aumento delle disuguaglianze territoriali e sociali, l’impossibilità per i giovani di immaginare un progetto di vita, il crollo delle nascite e il conseguente declino demografico, l’invecchiamento della popolazione e il progressivo deterioramento del welfare state.
La conquista dell’autonomia strategica europea deve fondarsi su un equilibrio tra dimensione esterna (export) e dimensione interna (domanda nazionale), attraverso un coordinamento efficace tra politiche commerciali e politiche industriali. Va scongiurato lo stravolgimento del modello di vita europeo sotto la spinta del vento trumpiano, tanto caro al popolo MAGA.
Gli avanzi commerciali generati dalle esportazioni europee dovrebbero essere indirizzati a ridurre le disuguaglianze, non ad alimentare i soliti circuiti ristretti. Occorre un massiccio piano di investimenti infrastrutturali pubblici, capace di rafforzare la domanda interna e, con essa, la struttura portante di ciascun Paese dell’Unione.
Un esempio emblematico: un intervento pluriennale di ampio respiro per la realizzazione di nuove abitazioni e la ristrutturazione di quelle esistenti, pubbliche e private, con prezzi di acquisto e di locazione commisurati alle retribuzioni. Un piano finanziato con eurobond che favorirebbe, da un lato, l’ingresso dei giovani nella vita attiva e, dall’altro, l’aumento della capacità produttiva, della remunerazione del lavoro e la tenuta complessiva del welfare state.