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17 febbraio 2026
Dalla crisi del 2008 al Green Deal incompiuto: politiche miopi, disuguaglianze crescenti e il rischio di perdere la sfida industriale globale
La grande destabilizzazione dell’Occidente, ma anche del resto del mondo, ha cambiato il volto della globalizzazione, trasformandola in una sorta di multilateralismo ibrido, quasi zoppo, in cui si avverte la smania di ciascun Paese di provvedere da sé, salvo poi accorgersi di sprofondare in una trappola senza via d’uscita. L’effetto di questa dissoluzione geopolitica globale si manifesta nella crescita delle disuguaglianze sociali e settoriali all’interno di ogni Stato e nella difficoltà sempre più evidente di riallineare il costo del paniere della spesa alla remunerazione del lavoro, con l’eccezione di chi appartiene alla cosiddetta upper class.
Dalla crisi del 2008 al regolamento Ue del 2019
L’uscita dalla crisi finanziaria del 2008-2009 negli Stati Uniti, provocata dai mutui subprime contratti dalle famiglie, così come quella fiscale degli Stati maggiormente indebitati nel 2011-2012, fu resa possibile dalle imponenti immissioni di liquidità nel sistema monetario internazionale: da un lato a difesa del dollaro, con l’acquisto da parte della Fed di 700 miliardi di azioni delle banche americane, dall’altro a tutela dell’euro, con il celebre “Whatever it takes” perseguito dal presidente della Bce, Draghi.
Questa massiccia espansione monetaria comportò la riduzione dei tassi di interesse in tutto l’Occidente e, con essa, la possibilità per Stati, imprese e famiglie di accendere nuovo debito a costi nettamente inferiori rispetto al periodo precedente al 2008, favorendo la ripresa dell’attività economica e una decisa diminuzione dell’inflazione.
I governi, così come le famiglie e le imprese, avrebbero dovuto approfittare di tassi a lunga scadenza storicamente tra i più bassi di sempre per orientare la spesa pubblica, nazionale ed europea, verso investimenti in infrastrutture materiali e immateriali, con l’obiettivo di rivitalizzare economie stagnanti e avviare programmi pluriennali efficaci connessi alla transizione ecologica, in particolare per il settore auto, come previsto dal regolamento Ue approvato il 17 aprile 2019.
Un Green Deal senza strategia
Stupisce che una decisione di tale portata, assunta dal Consiglio d’Europa, non sia stata accompagnata da un minimo programma pluriennale di azioni concrete e di risorse finanziarie da mobilitare, frutto di un confronto serrato con i principali brand del settore dei trasporti. In questo caso vale davvero il proverbio “chi male inizia finisce peggio”. A nulla sono serviti i successivi tentativi di attenuare i vincoli apodittici fissati dal regolamento Ue del 2019.
Un grande piano europeo di investimenti pubblici legato alla rivoluzione del Green Deal avrebbe invece sostenuto anche maggiori investimenti privati, generato occupazione e contribuito a contrastare gli effetti devastanti dei cambiamenti climatici, accompagnando in modo coerente la trasformazione del settore automobilistico. Tali politiche, però, non si sono mai tradotte in azioni concrete, ma si sono disperse in una sterile diatriba sull’opportunità di attuare o rinviare il Green Deal, magari indefinitamente, confidando nello stellone e ignorando sistematicamente le previsioni dell’Onu.
Immobilismo europeo e strategie aggressive globali
I moniti degli scienziati non sono stati ascoltati, anzi spesso sono stati derisi, come accadde durante la prima presidenza Trump nel 2016. L’Unione Europea e gli Stati membri, indipendentemente dal colore politico dei governi, hanno finito per fare fronte comune nell’ostacolare un vero riorientamento della spesa pubblica in quella direzione. Ci si è limitati a razionalizzare l’esistente, incuranti delle conseguenze che avrebbe comportato la sfida delle auto e dei mezzi di trasporto elettrici, un settore che in Europa occupa oltre 13 milioni di lavoratori e che aveva garantito per decenni il primato dell’industria automobilistica europea nel mondo.
Altri Paesi, invece, e su tutti la Cina, avevano già individuato in questo ambito un asse strategico di sviluppo, puntando su batterie per veicoli elettrici e fotovoltaico e sfruttando il controllo di circa il 90% delle terre rare. Il “business reset” radicale di Stellantis, che ha generato una perdita di valore del 25% del patrimonio, pari a 22 miliardi di euro, e delle azioni, ha finito per ammainare la vela dell’elettrico nel tentativo di rimediare agli errori del passato, tornando a produrre modelli più graditi al mercato americano, sostenuto dalla nuova politica commerciale di Trump, volta a ridimensionare i vincoli sulle emissioni di Co₂ e a favorire le auto tradizionali.
La strategia commerciale di Stellantis
Il nuovo amministratore delegato di Stellantis, Filosa, forte di un aumento del 150% delle vendite negli Stati Uniti nel 2025 rispetto al 2024, a fronte di un modesto 24% in Europa, ha annunciato investimenti per 13 miliardi di dollari negli Usa per rafforzare la struttura del gruppo. È singolare che un grande gruppo industriale come Stellantis ritenga più conveniente inseguire il ritorno immediato agli utili per gli azionisti, confidando nella continuità politica americana, piuttosto che investire con decisione sulle auto elettriche, tecnicamente superiori sotto il profilo dei costi di manutenzione e dell’azzeramento delle emissioni nelle città, dove vive l’80% della popolazione.
La nuova strategia commerciale di Stellantis è l’emblema di un cambiamento più ampio che coinvolge anche i grandi marchi tedeschi – Volkswagen, Mercedes, Bmw – e non solo loro. Sulla stessa lunghezza d’onda si sta collocando l’Unione Europea, che progressivamente allenta i vincoli previsti per l’attuazione del Green Deal. Ue e grandi produttori, invece di fare tesoro degli errori commessi nel periodo post-crisi 2008-2012, scelgono la via più semplice: allentare le restrizioni sulle emissioni nocive, dimenticando che tali difficoltà sono il frutto di una miopia industriale e commerciale che non ha mai saputo guardare oltre l’immediato.
L’Europa vive alla giornata, il Canada pensa al domani
L’Unione Europea sembra preferire vivere alla giornata. Invece di sedersi a un tavolo con i produttori per affrontare il presente, correggere gli errori del passato e non ripeterli, si rifugia in una politica del contingente, fingendo di poter garantire un nuovo e stabile Eldorado per gli azionisti. Di tutt’altro avviso è il primo ministro canadese Mark Carney, che, per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti e contrastare il ritorno al petrolio promosso da Trump, ha varato una strategia industriale quinquennale fondata sui veicoli elettrici.
Meno male che qualcuno pensa al domani. Altrimenti il rischio è quello di essere travolti – non solo nel settore auto – dai produttori asiatici, in particolare dai grandi gruppi cinesi, pronti a occupare gli spazi lasciati vuoti dall’inerzia occidentale.