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29 gennaio 2026

Minaccia sul debito Usa: le mosse che il governo Meloni deve valutare dopo l’intesa con Merz

L’instabilità della Casa Bianca spinge i Paesi occidentali a rafforzare autonomia politica ed economica tra dazi e nuovi equilibri globali
Minaccia sul debito Usa: le mosse che il governo Meloni deve valutare dopo l’intesa con Merz

Alberto Bruschini
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Alberto Bruschini

Il rischio geopolitico, dalla comparsa sulla scena del presidente Donald Trump – segnato da un’imprevedibilità deliberata – non è mai stato così elevato. Il diritto internazionale ha cessato di avere valore nelle controversie globali: è stato sostituito dalla legge del più forte. Il caso Maduro lo dimostra. Per decenni gli Stati Uniti hanno rappresentato un fattore di stabilità nell’equilibrio mondiale grazie all’egemonia del dollaro. Il profondo mutamento nella strategia di politica interna ed estera voluto da Donald Trump ha rovesciato questo paradigma, trasformando gli Usa in una forza destabilizzante sul piano geopolitico, con un dollaro in declino.

L’attacco frontale ai valori dell’Ue, solo parzialmente attenuato nel discorso conclusivo al Forum di Davos, resta sul tavolo. A suffragarlo è il cambiamento che il ‘nuovo imperatore’ vorrebbe imporre al popolo americano: una caccia spietata agli immigrati da parte degli agenti Ice, un conflitto aperto con i giudici, un’avversione verso i ‘diversi’ e chiunque osi ostacolarlo. Tutto ciò in aperto disconoscimento delle regole basilari di uno stato democratico – quelle che Alexis de Tocqueville descrisse nel magnifico La democrazia in America – e che Trump sembra calpestare come se nulla fosse.

Dalla retorica dei dazi alla leva del debito: quando la fiducia diventa l’arma più fragile

La marcia indietro sulla Groenlandia, concordata con il ‘vassallo’ Mark Rutte, segretario della Nato, e dai contenuti tuttora ignoti, non inganna nessuno. Come europei e come cittadini del mondo non possiamo più contare sull’attuale amministrazione statunitense quale perno stabilizzante del sistema militare-economico globale. Al contrario, è altamente probabile che si cerchino nuove occasioni per mettere in fibrillazione prima l’Europa e poi il resto del mondo. Il 22 gennaio, Trump è tornato a minacciare l’Europa: “Se vendete titoli di Stato americani, ci saranno ritorsioni”.

È una minaccia che sposta il confronto dal commercio al mercato dei bond in dollari, ambito in cui gli Usa risultano più vulnerabili, per l’enorme ammontare del debito pubblico (38.514.009 milioni di dollari a dicembre 2025), sostenuto dalla capacità di collocare Treasury a costi sostenibili. Secondo i dati aggiornati all’8 novembre 2025 dal Department Treasury USA, oltre 7mila miliardi di dollari sono detenuti da debitori esteri, tra America, Asia ed Europa (2.464,1 miliardi). Le ritorsioni indirizzate all’Europa – e inevitabilmente al resto del mondo – mostrano come per la Casa Bianca il rischio principale non sia nei dazi ma nella fiducia.

La minaccia, nella funambolica pratica negoziale di Trump, è un espediente tattico: è già accaduto sulla Groenlandia, sui dazi e perfino sui Treasury. Serve ad attivare il risk-on nelle borse mondiali: la volatilità si attenua, i listini recuperano, e ‘lor signori’ si arricchiscono. Osservando bene queste giravolte ci si accorge che gli attori del processo ottengono un doppio beneficio: da un lato, la compravendita intraday di titoli azionari; dall’altro, l’ascesa del valore di oro e argento, che hanno superato i massimi storici – 4.900 dollari l’oncia il primo, 96 dollari il secondo.

Tra aperture tattiche e vecchi riflessi: l’Europa cerca una postura più autonoma

Il proverbio ‘il lupo perde il pelo ma non il vizio’ si attaglia perfettamente al ‘Nostro’: è difficile mutare la propria indole – l’affare per l’affare – anche quando l’atteggiamento esterno sembra cambiare. Nel summit del 22 luglio a Bruxelles, i ventisette Paesi Ue si sono adoperati per definire un nuovo modus operandi con gli Stati Uniti, dopo aver applaudito la decisione di Trump di sospendere i dazi contro sei Paesi europei nel dossier Groenlandia.

La strategia dell’Ue dovrebbe puntare su una maggiore autonomia, con un coro unanime a sostegno dell’unità europea nel preservare i rapporti con Washington, fino a ricorrere – come ha affermato il presidente Macron – “agli strumenti a nostra disposizione (bomba atomica) qualora diventassimo nuovamente bersaglio di minacce”.

In questa direzione si colloca l’intesa siglata a Villa Pamphilj tra la presidente Meloni e il cancelliere Merz, volta a rafforzare i rapporti tra Italia e Germania. Significative le parole della presidente Meloni, secondo cui l’Europa, in una fase storica particolarmente complessa, deve decidere se essere protagonista del proprio destino o subirlo: ciò richiede “lucidità, responsabilità, coraggio e intelligenza”.

Dagli annunci alla scelta europea: i nodi politici che l’Italia non può più rinviare

Come italiani non possiamo che accogliere con favore una dichiarazione così qualificante, proveniente dalla sottoscrizione di un’intesa con il leader del principale Paese europeo. Ma dalla politica degli annunci occorre passare all’azione concreta. Un vero cambio di postura implica che la presidente Meloni abbandoni la linea che finora l’ha tenuta lontana da una strategia europea di questo tipo. Ciò presuppone l’abbandono del voto unanime – senza opposizioni o astensioni – nelle decisioni strategiche del Consiglio europeo. E richiede l’abbandono del sovranismo da parte del governo italiano per contribuire alla costruzione di uno Stato federale europeo.

Un primo segnale concreto potrebbe venire dalla rimozione del veto alla ratifica delle modifiche al Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes), tornato d’attualità per completare l’Unione Bancaria. L’Italia è oggi isolata in Europa: pur avendo un sistema bancario solido, non dispone di un’assicurazione europea in caso di dissesti di portata internazionale. Un secondo esempio potrebbe riguardare la mancata ratifica – per soli dieci voti – dell’accordo Ue-Mercosur. Un trattato di libero scambio tra l’UE e l’area economica più rilevante del Sud America, affossato anche dal voto contrario degli europarlamentari della Lega, forza determinante nella maggioranza di governo. La sua valenza è evidente: negli ultimi dieci anni l’interscambio del Mercosur con la Cina è cresciuto del 60%, contro un misero +4% con l’Europa.

Dalle parole ai fatti: è ciò che ci aspettiamo dalla presidente Meloni per sottrarre il Paese alle sabbie mobili del galleggiamento, in politica estera come in quella interna. Abbiamo bisogno di certezze, prima che possa scatenarsi la bufera – purtroppo sempre nell’aria – alimentata dall’imprevedibilità stravagante e preoccupante del presidente Donald Trump.

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