
Bilbao (Photo by Dean Treml/Red Bull via Getty Images)
Contenuto tratto dal numero di febbraio 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
Dimenticatevi il Guggenheim. Quando si chiede agli abitanti di Bilbao di spiegare la loro città, tornano sempre due cose: il calcio e il fiume. Il calcio serve a raccontare l’identità basca, fortissima, aggirando però il lato più violento del nazionalismo. L’Athletic Bilbao, la squadra di bandiera, è l’opposto dello sport globalizzato: schiera soltanto giocatori nati nei Paesi Baschi o cresciuti nelle giovanili di un club basco. Ma la città ha anche un’anima aperta, collegata al mare: il Nervión, il fiume che l’attraversa, ne incarna lo spirito avventuroso, esploratore. Quell’acqua ha visto di tutto: trionfi, crisi, trasformazioni e una brillante rinascita.
Oggi associamo Bilbao al Guggenheim, al design, ai ristoranti stellati. Quarant’anni fa era tutt’altro. La città veniva da più di un secolo di industria pesante. La chiave era il ferro, le miniere della Biscaglia ricche e facilmente accessibili. Si lavorava tanto, si inquinava di più, ma con la crisi dell’acciaio quel meccanismo si è inceppato. Anni Settanta e Ottanta: cantieri chiusi, smog, disoccupazione. La classica triade desolante delle città industriali che perdono la rotta. È per questo che vale la pena raccontare Bilbao: potrebbe servire da modello per altre città con un passato simile, fatto di siderurgia e traffici marittimi.
“Da bambino l’acqua era sporchissima”, racconta Igor Extabe, un cinquantenne allegro, nato e cresciuto a Bilbao in un quartiere affacciato sul fiume e sul vecchio porto. La rigenerazione è partita da lì. Il Nervión era uno dei fiumi più inquinati d’Europa: biologicamente morto, dicevano gli ambientalisti. Straripò nel 1983, lasciando il centro città sotto metri d’acqua putrida.
La svolta vera arrivò solo all’inizio degli anni ‘90, quando le istituzioni politiche a tutti i livelli collaborarono per fermare il declino. Un piano di rinnovo urbano, ambientale ed economico che colpì per scala e ambizione. Nacque così Bilbao Ría 2000, una società pubblica partecipata dallo Stato centrale, dal governo basco, dalla provincia di Biscaglia, dai comuni, dall’Autorità portuale e da gestori delle ferrovie. “Una piattaforma unica pensata per superare la frammentazione e prendere decisioni operative in fretta”, spiega Ivan Jiménez Aira, consigliere di Bilbao Ría 2000 e oggi presidente dell’Autorità portuale di Bilbao.
Il meccanismo è questo: recuperare aree dismesse, bonificarle, valorizzarle, per poi vendere o sviluppare i terreni. Le plusvalenze vengono reinvestite in infrastrutture e spazi pubblici. Proprio il porto gioca un ruolo decisivo. Per oltre un secolo è stato incastrato nel cuore urbano, riversando traffici, rumore e inquinamento lungo le rive del Nervión. La scelta, politicamente delicata, è stata spostare le attività più pesanti verso l’estuario esterno, sul golfo di Biscaglia. Un’operazione lunga e costosa, ma irreversibile. In cambio, Bilbao ha riconquistato il suo fronte d’acqua.
È su quelle stesse aree liberate, ex portuali e industriali, che negli anni Novanta ha preso forma il progetto simbolo della trasformazione: il Museo Guggenheim. Non è un corpo estraneo. La foggia scura e futuristica sorge esattamente lungo il Nervión, dove prima c’erano banchine, magazzini e infrastrutture logistiche. Il museo ha aperto nel 1997, quando la rigenerazione era già in corso.
Divenne così il catalizzatore, non l’origine, di un processo più ampio. Certo, la sua portata non va sminuita: ha trainato Bilbao in modo incredibile, l’ha messa stabilmente sulla mappa culturale europea e del mondo. Le fronde di titanio progettate da Frank Gehry (morto 96enne a dicembre) accolgono ogni anno più di un milione e 300mila visitatori, in gran parte stranieri, e aggiungono 500 milioni di euro l’anno al Pil della città. Il suo successo, però, non era affatto scontato. All’epoca c’erano forti resistenze politiche e perfino minacce terroristiche da parte dell’Eta (un attentato venne sventato dalla polizia a ridosso dell’inaugurazione).
Il problema è che il cosiddetto ‘effetto Bilbao’ è stato spesso frainteso. Secondo un articolo recente di Bloomberg, tra il 1994 e il 2008 in Europa e negli Stati Uniti sono stati costruiti più di 700 nuovi musei, per un costo superiore ai 15 miliardi di dollari. Altri 5 miliardi sono stati investiti tra il 2007 e il 2014, nonostante la crisi finanziaria. Molti lavori sono finiti fuori scala, fuori budget o fuori contesto. Gehry è diventato il capro espiatorio di bilanci in rosso e illusioni infrante. Ma l’equivoco è pensare che dietro il miracolo basco ci sia un solo architetto, per quanto geniale. È stata un’opera di gruppo, una sequenza coerente: bonifica ambientale, riconversione, rigenerazione. E in parallelo il rafforzamento della base produttiva.
Oggi la Biscaglia resta una delle province più industrializzate d’Europa. Circa il 25% del Pil proviene ancora dall’industria; il Pil pro capite di Bilbao è più di 41mila euro, sopra la media europea. Il porto continua a essere uno dei cardini dell’economia, entrando però in una nuova fase. L’ambizione è diventare un hub energetico e logistico d’avanguardia, confermandosi tra i principali scali spagnoli per traffico complessivo. “Entro il 2030 puntiamo alla neutralità climatica, con elettrificazione delle banchine, integrazione delle rinnovabili e digitalizzazione dei processi”, spiega ancora Jiménez Aira. Elemento centrale sono i sistemi di Onshore Power Supply (Ops), che permettono alle navi ormeggiate di spegnere i motori e collegarsi alla rete elettrica. C’è poi il progetto sull’idrogeno, sviluppato con grandi player come Iberdrola e Petronor (Repsol). Tecnologia ancora costosa, l’idrogeno verde si ottiene tramite l’elettrolisi dell’acqua, ma la visione è di lungo periodo: l’obiettivo è passare da 10 a 100 megawatt di capacità di elettrolisi.
Accanto alla trasformazione del porto, Bilbao e la provincia di Bizkaia (nome basco della Biscaglia) hanno costruito negli anni un ecosistema imprenditoriale tra i più vibranti d’Europa. Anche qui la parola chiave è decarbonizzare, ma senza indebolire l’industria. È stato questo il tema del South Summit, il raduno di startup tenutosi a novembre a Bilbao nell’acceleratore Bat Tower, ottomila metri quadrati dedicati all’innovazione. Ainara Basurko, membro dell’esecutivo della Biscaglia, ha spiegato che il settore energetico rappresenta il 7,5% del Pil locale e che l’industria, includendo i servizi industriali avanzati, raggiunge il 40%.
Il ruolo delle startup è agganciarsi alle grandi aziende – come Iberdrola e Petronor – aiutandole a innovare. Il governo provinciale ha creato tre istituzioni chiave: un’agenzia per l’imprenditorialità, un fondo pubblico di venture capital e un organismo dedicato all’attrazione del talento. Incentivi, fondi pubblici (80mila euro per validare le idee, ulteriori 60mila euro per il lancio), incubatori, formazione e mentoring. “Negli ultimi dieci anni sono nate 431 startup tecnologiche e innovative, che impiegano oltre tremila persone, con un fatturato complessivo di circa 750 milioni di euro e un tasso di sopravvivenza del 77%”, dice Joseba Mariezkurrena, direttore generale per imprenditorialità, talento e competitività della provincia.
Dietro tutto questo c’è un fatto decisivo: l’autonomia fiscale dei Paesi Baschi. “La Biscaglia riscuote direttamente le imposte, ne trasferisce allo Stato centrale circa il 6% e gestisce in autonomia sanità, infrastrutture e sviluppo economico. Non riceve trasferimenti: li versa. Questo crea un vincolo di responsabilità molto forte. Se si investe male, il conto arriva subito”. Ed è lo stesso Mariezkurrena a riconoscere i punti ancora deboli. Le università della Biscaglia sono solide, ma non d’élite. La percentuale di studenti stranieri resta bassa, il numero di laureati Stem va aumentato. La prossima sfida è la demografia del talento.
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