La crisi sull’isola evidenzia il ruolo strategico delle flotte e della logistica europee per gli Stati Uniti
Per la prima volta l’Europa è stata assertiva, ha tracciato una linea rossa, ha promesso ritorsioni, e ha funzionato. Donald Trump sembra essersi placato. Ha detto di stare lavorando insieme a Mark Rutte, segretario generale della Nato, a un accordo per risolvere la disputa sulla Groenlandia, il territorio autonomo della Danimarca, al centro della più grave crisi diplomatica tra Stati Uniti e alleati europei della Nato.
Cosa è successo
Per giorni Trump ha minacciato di prendersi l’isola, affermando che gli Usa ne hanno bisogno per ragioni di sicurezza. L’annuncio di un inizio di dialogo attenua molto la tensione, anche se non ci sono dettagli su cosa consisterebbe questo “quadro” di accordo, e non c’è garanzia che venga concluso davvero.
In altre parole, l’America potrebbe tornare a fare pressioni enormi. Una cosa però è chiara: nelle parole di ieri Trump ha manifestato un disprezzo scioccante per l’Europa e per il valore dell’alleanza atlantica così com’è oggi.
Secondo Trump, l’America ha pagato “il 100%” per la Nato senza ottenere nulla in cambio, il che è palesemente falso. Un esercizio utile sarebbe stilare un inventario di ciò che gli Stati Uniti rischiano di perdere. L’Europa non è solo un mercato gigantesco per i servizi americani, ma fornisce, tra le altre cose, tecnologia essenziale per la produzione di microchip e mette a disposizione basi militari da cui gli Usa proiettano influenza su tutto il mondo. E poi c’è un aspetto poco discusso, ma decisivo: la logistica delle forze armate Usa – cioè la capacità di trasportare truppe, mezzi, munizioni e carburante su scala globale – dipende anche da navi commerciali europee. E in particolare, guarda caso, dai cargo della società danese Maersk.
Gli avversari di Trump
Almeno su un punto, Trump ha ragione: ha capito che l’Artico, con lo scioglimento dei ghiacci, diventerà uno dei grandi terreni di scontro della geopolitica, con le marine delle maggiori potenze che si contenderanno le acque. Naturalmente, il grande avversario dell’America è la Cina. E le forze armate di Pechino, in almeno in un settore cruciale, hanno un vantaggio su quelle Usa. “In uno scenario di guerra, un paese ha bisogno di una grande flotta mercantile”, spiega Emma Salisbury, senior fellow presso il think tank americano Foreign Policy Research Institute. “È essenziale per il trasporto di mezzi e soldati. E gli Stati uniti ne hanno bisogno più di molti altri perché tra loro e qualsiasi potenziale rivale c’è un oceano”.
Il problema per l’America è che la sua flotta mercantile è sorprendentemente piccola – poco più del 6% della capacità di carico complessiva dei paesi Nato. I cinesi invece hanno una flotta enorme. Si calcolano oltre 5.500 navi oceaniche, parte di un ecosistema industriale e logistico fortemente integrato con lo Stato. Nel modello cinese il governo controlla compagnie di navigazione commerciali, porti all’estero e reti globali di dati sul traffico merci, che possono essere riconvertite a scopi militari in caso di guerra. Questa integrazione rende Pechino una potenza logistica formidabile.
La flotta statunitense
Il Pentagono è cosciente di questa debolezza, e negli anni ha messo su delle strategie per porvi rimedio. La soluzione però non è stata costruire più navi. L’industria navale statunitense resta sottodimensionata, in parte a causa di una legislazione protezionistica che ha finito per limitare le capacità produttive. La risposta di Washington è stata un’altra: l’accesso prioritario a flotte commerciali private, in cambio di generosi incentivi economici. Il fulcro di questo sistema è il Maritime Security Program (MSP), che mette a disposizione del Dipartimento della Difesa 60 navi mercantili, di cui ben 23 riconducibili al gruppo Maersk attraverso controllate statunitensi. Il gruppo, contattato dal quotidiano danese Jyllands-Posten, non ha rilasciato alcun commento, per ora, in merito alle pretese di Trump sulla Groenlandia.
Il secondo pilastro è il Visa – Voluntary Intermodal Sealift Agreement, un accordo più ampio e flessibile che consente al Pentagono di arruolare ulteriori navi commerciali, porti e operatori logistici in caso di escalation. Anche qui, molte delle compagnie coinvolte hanno capitale, governance o controllo operativo europeo: non solo danese, ma anche tedesco, greco e di altri Paesi Nato.
Ma il punto cruciale è che in un conflitto su larga scala – per esempio una guerra con la Cina nel Pacifico – questo non basterebbe. Le stesse analisi del Pentagono indicano che servirebbe un numero ben maggiore di navi mercantili rispetto a quelle già coperte da Msp e Visa. Washington sarebbe quindi costretta ad attingere ancora di più al mercato globale dello shipping, dove l’Europa resta un attore dominante. Qui sta la miopia del bullo: puoi trattare gli alleati come vassalli, ma se domani ti serve muovere un esercito, dovrai bussare alla loro porta.