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29 gennaio 2026

Autonomia strategica cercasi. Dipendere dagli Usa, ma senza fidarsi più come prima

Scioccata dalle minacce di Trump sulla Groenlandia, l’Europa è consapevole di non poter più contare sull'alleato come un tempo
Autonomia strategica cercasi. Dipendere dagli Usa, ma senza fidarsi più come prima

PRESCOTT, AZ – OCTOBER 19: U.S. President Donald Trump speaks at a Make America Great Again campaign rally on October 19, 2020 in Prescott, Arizona. With almost two weeks to go before the November election, President Trump is back on the campaign trail with multiple daily events as he continues to campaign against Democratic presidential nominee Joe Biden. (Photo by Caitlin O’Hara/Getty Images)

Tommaso Carboni
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Tommaso Carboni

Scioccata dalle minacce di Donald Trump sulla Groenlandia — per ora rientrate, ma tutt’altro che archiviate — l’Europa è sempre più consapevole di non potersi più fidare come un tempo dell’alleato americano. Nella battaglia delle idee, questa è la vittoria del presidente francese Macron, che insiste da anni sul concetto di “autonomia strategica”, non per rompere con gli Usa, ma per non restare paralizzati quando i loro interessi cozzano con i nostri. A Davos, ha detto cose simili il premier canadese, Mark Carney: le potenze “medie” dovrebbero far fronte comune per tutelarsi dai soprusi e dai capricci dei più forti. Buoni propositi. La realtà è che l’Europa resta oggi profondamente dipendente dagli Stati Uniti su dossier cruciali (e lo stesso vale per il Canada).

Non a caso, quasi in contemporanea, sul New York Times e sull’Economist sono usciti due articoli che numeri alla mano ci riportano a questa scomoda verità. Sul fronte della difesa mancano competenze e mezzi che solo Washington può fornire: intelligence aerea e satellitare, comando e controllo integrato, trasporto strategico, attacco di precisione a lungo raggio e infrastrutture digitali su scala iper-massiva. Senza questi “abilitatori”, l’autonomia militare europea è molto più limitata di quanto suggerisca l’aumento della spesa – aumento che pure c’è stato. Sul fronte energetico, la guerra in Ucraina ha in parte sostituito una dipendenza con un’altra: al gas russo è subentrato in modo massiccio il gas naturale liquefatto americano, oggi essenziale per la sicurezza energetica europea.

I dati ci dicono che negli ultimi anni i bilanci della difesa Nato sono cresciuti molto. La spesa militare europea è circa il 50% più alta in termini nominali rispetto al 2022; e potrebbe salire a 500-700 miliardi di euro l’anno nei prossimi cinque anni, scrive l’Economist. Con circa un terzo destinato all’acquisto di nuovi sistemi d’arma. Finora la strategia è stata guadagnare tempo: assecondare Trump per tenere in piedi una Nato a guida americana, preparandosi alla possibilità di una rottura. Che se avverrà, si spera che sia graduale: cinque o dieci anni per colmare il divario e replicare capacità oggi esclusivamente americane. Ma potrebbe volerci più tempo, e sicuramente ci vorrà tantissimo denaro.

Secondo l’International Institute for Strategic Studies, sostituire le sole capacità non nucleari statunitensi costerebbe tra 226 e 344 miliardi di dollari (solo per nuove piattaforme e sistemi d’arma), e richiederebbe comunque tempi lunghi, soprattutto se il grosso del lavoro dovesse ricadere sull’industria europea. Non è solo una questione di soldi: alcune funzioni — dalla sorveglianza satellitare al comando operativo integrato — dipendono da architetture tecnologiche e industriali che in Europa sono parziali e frammentate.

Una dipendenza analoga, anche se meno pesante, si è formata sul fronte energetico. Dopo l’invasione dell’Ucraina, l’Europa ha tagliato le importazioni di gas russo, sostituendole per una parte notevole con il gas naturale liquefatto statunitense. L’offerta americana è stata provvidenziale: ha evitato una crisi di approvvigionamento e ha stabilizzato i prezzi (anche se sono rimasti più alti che in passato). Un tempo il gas russo era la colonna portante dell’energia europea; valeva oltre la metà delle importazioni di gas nel 2019. Il contributo Usa invece era molto piccolo, circa il 5% delle importazioni.

L’invasione dell’Ucraina ha rotto questo equilibrio: mentre il gas di Mosca è sceso al 12% delle importazioni, quello americano, trasportato da navi, è salito al 25%, con un balzo del 60% dei flussi solo nel 2025. Morale: alcuni temono che l’Europa rischi oggi shock energetici “made in Usa”. La paura è che Trump usi questa dipendenza come leva nei negoziati. Le società americane però non rispondono direttamente al governo (al contrario di Gazprom in Russia), cercano profitti e l’Europa resta un grande mercato.

A pensarci bene, una rottura non conviene nemmeno agli Stati Uniti. Noi europei non compriamo solo armi e servizi americani, produciamo anche tecnologie chiave (ad esempio l’olandese ASML è leader nelle macchine per fabbricare i microchip più sofisticati), e mettiamo a disposizione basi militari da cui gli Usa proiettano la loro influenza. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha riassunto bene questo equilibrio, oggi più fragile: “Dovremmo almeno provare a preservare la Nato. Ho anche l’impressione che molti americani la vedano come noi. Non si rinuncia così facilmente a un’alleanza del genere”.

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