Tra basi militari, risorse strategiche e tensioni con l’Europa, l’offensiva americana sembra aver prodotto più rumore che risultati concreti
Cosa ha ottenuto Trump dal braccio di ferro sulla Groenlandia? E l’Europa si è davvero compattata facendolo arretrare? In effetti il presidente americano sembra aver rimediato decisamente poco. Ha ritirato le sue minacce (prima di usare la forza, poi di imporre nuovi dazi) per una “cornice” di accordo che promette vantaggi minimi.
La presenza Usa in Groenlandia
In Groenlandia, in base a un trattato del 1951 con la Danimarca, gli Usa hanno già praticamente carta bianca dal punto di vista militare. Possono installare tutte le basi che vogliono, sia aeree che navali, e aumentare il numero di truppe – ce n’erano 15mila durante la Seconda guerra mondiale, oggi invece resta solo la base spaziale di Pituffik, con meno di 200 soldati.
Quanto a nuovi investimenti, anche quelli verrebbero accolti a braccia aperte. Dai dettagli emersi sulle nuove trattative non sembrano esserci condizioni granché diverse. Trump, prima di Davos, aveva minacciato di invadere la Groenlandia, affermando che gli Usa volevano la “piena sovranità” per ragioni di sicurezza – cosa che ha fatto piombare l’alleanza transatlantica in una tensione senza precedenti. Ora potrebbe andar bene molto meno – un ritocco del vecchio accordo del 1951.
La posizione della Nato
La posizione ufficiale della Nato è che i negoziati riguarderanno Danimarca, Groenlandia e Stati Uniti, con l’obiettivo di negare a Russia e Cina un’influenza economica o militare sull’isola. A Bruxelles, però, i vertici Nato avrebbero discusso l’ipotesi che agli Usa venga concessa una forma di sovranità limitata su porzioni circoscritte della Groenlandia, destinate a ospitare basi militari permanenti. Secondo fonti occidentali, spiega il New York Times, il modello sarebbe quello delle basi britanniche sovrane a Cipro. Gli Usa si riserverebbero anche il diritto di bloccare investimenti russi e cinesi.
Su almeno un punto Trump ci vede lungo: con lo scioglimento dei ghiacci, l’Artico è destinato a essere uno dei nuovi fronti caldi della geopolitica, dove le grandi potenze si contenderanno rotte commerciali e militari. Ma non è solo la posizione strategica a far gola agli Usa. Il sottosuolo della Groenlandia sulla carta è ricchissimo, concentrando riserve di 43 dei 50 minerali che Washington considera critici: materie prime decisive per armamenti e tecnologie avanzate, e su cui la Cina, in molti casi, ha una posizione dominante che usa come leva nei negoziati con gli Stati Uniti.
Su cosa si regge l’economia dell’isola
La realtà però è che ci vorranno anni e miliardi di dollari per sfruttare queste potenzialità. Oggi l’economia dell’isola si regge su ben altro. Pesca, sussidi e un po’ di edilizia legata alle infrastrutture. Il 98% delle esportazioni è fatto da gamberi, halibut e altri prodotti ittici; secondo il Wall Street Journal, circa la metà del bilancio statale è coperto dalla Danimarca, che ogni anno spende in tutto attorno a un miliardo di euro.
Altri numeri da tenere a mente: gli abitanti della Groenlandia sono 57mila e il 40% della forza lavoro è impiegato nel settore pubblico. Questo ci fa capire perché le mire di Trump stiano suscitando quel miscuglio di rabbia e paura. I sondaggi dicono che la stragrande maggioranza dei groenlandesi non vuole diventare americana. Riguardo all’indipendenza, i dati mostrano una certa cautela: la gente vuole emanciparsi dalla Danimarca ma senza perdere il welfare. L’economia senza sussidi entrerebbe immediatamente in crisi.
Oggi in Groenlandia sono attive solo due miniere, nonostante circa 170 siti di esplorazione avviati o autorizzati negli ultimi anni, contro i 12 di un decennio fa. Il divario tra potenziale e realtà è evidente. Aprire una miniera è tremendamente complicato: infrastrutture da costruire da zero, manodopera scarsa, clima ostile. Nel 2021 il governo ha anche vietato l’estrazione dell’uranio, bloccando un progetto legato a capitali cinesi. Eppure, con una crescita economica anemica (0,8% nel 2024 e 0,2% nel 2025), potrebbe esserci una spinta in più a un uso maggiore delle risorse.
Cosa ha ottenuto Trump
Ma torniamo alle motivazioni di Trump. Visto che dal braccio di ferro sulla Groenlandia ha incassato poco o nulla di davvero nuovo, c’è chi dubita che il suo arretramento sia stato imposto dalla compattezza europea. Secondo Niall Ferguson, storico ed economista britannico (scrive spesso su Foreign Policy), la mossa groenlandese sarebbe stata soprattutto un diversivo: un modo per occupare l’agenda di Davos e tenere i leader europei lontani dai dossier che Washington considera davvero sensibili, Iran e Ucraina.
Mentre l’Europa discuteva di sovranità artica, l’amministrazione Trump avrebbe portato avanti piani concreti su entrambi i fronti, tra opzioni militari su Teheran e negoziati riservati con Mosca sull’Ucraina. In questa lettura, più che una marcia indietro, quella di Trump potrebbe essere una distrazione ben riuscita.