
Il Presidente Sergio Mattarella con l’astronauta dell’ESA Luca Parmitano, in occasione della consegna dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’OMRI
Contenuto tratto dal numero di febbraio 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
Guidato dalla Nasa, con un contributo europeo decisivo, il programma Artemis rappresenta il passaggio obbligato per capire come l’esplorazione lunare potrà diventare sostenibile, sicura e continuativa. Il suo obiettivo non è riportare gli esseri umani a camminare su un altro mondo – traguardo al momento associato alla terza missione, nel 2028 – ma stabilirvi una presenza prolungata. In questo scenario, la voce di chi ha già vissuto lo spazio come esperienza quotidiana assume un valore unico. Luca Parmitano, pilota sperimentatore, colonnello dell’Aeronautica Militare e dal 2009 astronauta dell’Agenzia spaziale europea (Esa), è uno di loro.
Con due missioni di lunga permanenza sulla Stazione spaziale internazionale, di cui nel 2019 ha anche assunto il comando – primo italiano a farlo –, sei attività extraveicolari fra le più complesse mai effettuate e un ruolo operativo tuttora centrale, Parmitano osserva Artemis non da spettatore, ma da professionista consapevole che l’esito delle missioni imminenti riguarderà anche il futuro degli astronauti europei. A novembre è stato annunciato che almeno un tedesco, un francese e un italiano voleranno verso la Luna. L’obiettivo è che sia solo l’inizio.
Parmitano, lei conosce personalmente l’equipaggio di Artemis 2 – il comandante Reid Wiseman, il pilota Victor Glover, i payload specialist Christina Koch e Jeremy Hansen; è coinvolto nella missione?
Al momento non ho un ruolo formale. Glover mi ha invitato a far parte del suo supporto personale, ma i ruoli non sono ancora stati definiti. Finché non succederà, il mio contributo resta indiretto.
Al di là del valore simbolico, qual è l’importanza di Artemis 2?
Sebbene la componente simbolica esista, in particolare per gli Stati Uniti, la ritengo secondaria. L’importanza vera è pratica: Artemis 2 sarà la prima missione del nuovo programma lunare con un equipaggio a bordo e dovrà comprovare aspetti mai verificati in precedenza, come l’integrazione della capsula Orion con il sistema di supporto vitale, i sistemi per la permanenza in orbita, la preparazione fisica necessaria alle missioni più durature e, soprattutto, il rientro atmosferico della capsula “abitata”. Finché si torna a terra solo con esperimenti e sensori a bordo, è un conto; quando rientra un equipaggio, cambia tutto. E conoscere tutto è fondamentale per la riuscita del programma.
Perché la missione è cruciale anche per l’Europa?
Perché dalla sua riuscita, e quindi dalla perfetta integrazione del modulo di servizio europeo (che permette a Orion di funzionare e ai suoi equipaggi di sopravvivere, ndr) dipende il futuro anche individuale di noi europei. Ci sono almeno tre astronauti dell’Esa destinati a missioni Artemis, ma finché l’architettura non dimostra di funzionare, tutto rimane incerto. Per questo considero l’affidabilità del sistema più importante di qualsiasi celebrazione.
Gli astronauti delle missioni successive hanno un ruolo nel debriefing?
Il debriefing propriamente inteso è responsabilità esclusiva degli astronauti che hanno volato e degli specialisti di sistema. Solo loro possono rispondere alle domande operative. Esiste poi una fase successiva in cui le lezioni apprese vengono sintetizzate e trasmesse agli equipaggi futuri, ma è un passaggio distinto.
È già possibile immaginare un addestramento per la Luna?
Dipende tutto dal profilo di missione e dal ruolo dell’astronauta. Almeno fino a quando non si stabilirà una permanenza sostenuta sulla Luna, per certi versi le missioni Artemis somiglieranno alle prime dello Space Shuttle: ruoli molto caratterizzati, frutto di un addestramento generale corredato da una preparazione specifica. Chi scenderà sulla superficie lunare, per esempio, si addestrerà per le attività extraveicolari, per raccogliere campioni ed effettuare esperimenti; altri rimarranno in orbita o lavoreranno all’allestimento del Lunar Gateway, la stazione che, attorno alla Luna, fungerà da supporto alle attività superficiali. Ogni profilo richiede una preparazione diversa.
Siamo in ritardo sulle scadenze di Artemis, vero?
Dipende rispetto a cosa: le date annunciate all’inizio del programma, con allunaggi dal 2024, erano motivate da ragioni politiche. Se però volessimo addentrarci nell’architettura di Artemis, dovremmo riconoscerne la complessità: il raggiungimento della Luna – l’obiettivo primario di Apollo – oggi è solo una premessa. Abbiamo obiettivi tecnico-scientifici precisi e va capito come realizzarli. Per quanto l’architettura di Artemis sia pubblica da tempo, ancora non esiste un’implementazione dettagliata. Ricordiamoci poi che la sicurezza è un vincolo imprescindibile: oggi nessuno accetterebbe di esporre gli equipaggi ai rischi che erano invece tollerati ai tempi delle Apollo. Considerata come punto fermo la tutela degli astronauti, quando si mettono insieme capacità tecnologiche, disponibilità economica e volontà politiche non solo statunitensi, ma internazionali – tre elementi che convergono nei programmi spaziali – è inevitabile rivedere le tempistiche.
Artemis 3 sarà, come previsto, la missione del prossimo allunaggio umano?
Anche in questo caso dipende tutto dall’esito di Artemis 2. Artemis 3 potrebbe essere una sorta di ‘Artemis 2 plus’, magari con l’inserimento in orbita lunare del primo modulo del Gateway. In questo caso il 2028 potrebbe essere una data realistica. Se invece Artemis 3, nel 2028, dovrà necessariamente riportare qualcuno sulla Luna, sarebbe una gara contro il tempo. Perché dovremmo considerare l’affidabilità del sistema di allunaggio, il lander – in gergo lo Human Landing System – che al momento non c’è.
È previsto che almeno per il primo sbarco si utilizzi una versione lunare di Starship; quanto pesa il fattore SpaceX in questo scenario?
SpaceX sta sviluppando un sistema che non ha precedenti (un’astronave da rifornire in orbita terrestre, capace di allunare e poi tornare a terra per essere riutilizzata, ndr), in teoria capace di portare gli astronauti dalla Terra alla Luna e viceversa. Un sistema così ambizioso, però, impone una sperimentazione altrettanto spinta, che in tempi ridotti implicherebbe tutto funzionasse al primo colpo. Qualora la priorità sia arrivare per primi, non escludo che gli Stati Uniti, ma anche la Cina o l’India possano centrarlo. Ma è davvero così importante? Sempre che l’obiettivo rimanga una presenza stabile sulla Luna, sono convinto sarebbe meglio arrivarci magari più tardi, ma con sistemi pienamente affidabili e sostenibili.
Il coinvolgimento dei privati è un bene per il settore?
Dieci anni fa avrei risposto di no. Oggi dico: vediamo. In passato temevo che il progresso e la comunità scientifica non avrebbero beneficiato degli interessi privati. E invece la scienza evolve, le agenzie spaziali pubbliche non sono scomparse e c’è più dinamismo. Sono arrivati nuovi attori, grandi e piccoli. Questo ha generato interesse e ha mostrato che lo spazio, oltre a un ambito istituzionale, può essere un settore industriale con ritorni economici sempre più rilevanti.
Lei è del 1976; l’età può precluderle una missione lunare?
Fino a quando continuerò a vincere le gare del circuito Ironman, direi di no (ridendo fragorosamente, Parmitano si riferisce all’ultra-triathlon di cui è un agonista di livello internazionale e che combina 3,8 km a nuoto, 180 km in bicicletta e una maratona completa in un’unica competizione, ndr). Battute a parte, molti astronauti che potrebbero essere coinvolti in Artemis hanno la mia età. L’esperienza conta quanto la prestanza fisica. Continuerò ad addestrarmi e fino a quando le visite mediche annuali confermeranno l’idoneità del mio stato di salute, sarò pronto a dare il mio contributo operativo.
Su cosa sta lavorando oggi?
Sono quel che si chiama ‘increment leader’ della spedizione 74 sulla Stazione spaziale internazionale: seguo le operazioni, gli esperimenti e la pianificazione. Dalla prossima estate potrei prendere parte a una campagna di sperimentazione sugli scafandri lunari ad alta pressione, ma è bene ricordarlo: nel mio lavoro l’unica cosa certa è l’incertezza.
È soddisfatto dei risultati ottenuti al Consiglio ministeriale dell’Esa, che a novembre ha stabilito finanziamenti e priorità dell’agenzia per il prossimo triennio?
Molto. Abbiamo raccolto quasi il 100% di quanto richiesto ai paesi membri (22,3 miliardi di euro, ndr). Circoscrivendo i risultati al mio ambito operativo, le priorità restano il volo umano, il programma Leo Cargo Return Service come precursore di una futura capsula europea riutilizzabile, le cooperazioni internazionali e la Luna, dove vogliamo essere protagonisti.
Di recente abbiamo firmato insieme un libro, Camminare tra le stelle, rivolto alle giovani generazioni. Perché è così importante parlare loro di spazio?
Perché lo spazio non è solo per astronauti o aspiranti tali. È scienza, tecnologia, ricerca. Ragazze e ragazzi devono sapere, mi si conceda la battuta, che c’è spazio per loro, per il pensiero, la freschezza, il genio. Il loro contributo sarà un investimento a lungo termine per tutti e non è un caso che i miei proventi da autore siano devoluti a Intercultura, un’associazione senza scopo di lucro che permette un’esperienza di studio all’estero. Anche per questo si è scelto il libro, cioè un formato, come amo dire, ‘in direzione ostinata e contraria’ rispetto alla comunicazione più in voga: il libro costringe a soffermarsi sulle parole. È un’occasione per rallentare e dare forma al proprio pensiero, ben al di là di quello degli autori.
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