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19 marzo 2026
Quindici anni di stallo, quindi la svolta: rete ceduta, debito ridotto e nuova governance rilanciano Tim nell'ambito globale
Contenuto tratto dal numero di marzo 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
Per 15 anni, osservare il destino di Tim è stato come guardare un fermo immagine proiettato su uno schermo sfuocato. Il gruppo appariva congelato in un eterno presente, prigioniero di un paradosso tipicamente italiano: un’eccellenza tecnologica che non riusciva a farsi sistema. Mentre ogni governo avvicendatosi a Palazzo Chigi portava un nuovo piano e ogni board una diversa visione sulla rete unica, sulla governance o sulle azioni di risparmio, la realtà esterna correva a una velocità brutale. I colossi del tech americano dominavano il cloud, la Cina accelerava sulle infrastrutture e gli operatori nazionali europei venivano progressivamente marginalizzati, complici la guerra dei prezzi nel nome dei consumatori ma soprattutto politiche comunitarie che per lungo tempo non hanno sostenuto il settore.
I numeri descrivono questa instabilità meglio di qualsiasi analisi: dal 2006 a oggi, l’Italia ha visto sfilare nove diversi presidenti del Consiglio e Telecom Italia ha cambiato sette amministratori delegati. Una volatilità che avrebbe messo in ginocchio qualsiasi realtà industriale. Eppure, su due dossier cruciali – lo scorporo della rete e la semplificazione del capitale – il tempo sembrava essersi fermato. La prima proposta di separazione della rete, il celebre “Piano Rovati”, risale al 2006. Il primo tentativo di conversione delle azioni di risparmio, fallito sotto il peso dei veti incrociati, è del 2015. Anni caratterizzati da molti annunci e pochi risultati tangibili.
La discontinuità si è palesata negli ultimi quattro anni. Non per un improvviso colpo di fortuna, ma per l’applicazione di una strategia industriale rigorosa supportata da una regia istituzionale coerente. Il risultato è la Telecom che vediamo oggi all’alba del 2026: una società più snella, con un profilo di debito radicalmente trasformato e una ritrovata credibilità operativa. Quando Pietro Labriola ha assunto la guida del gruppo nel dicembre 2021, la situazione finanziaria e industriale era complessa. Tim si muoveva con una zavorra di 25 miliardi di euro di debito, eredità di scelte discutibili del passato, e non riusciva a centrare le proprie guidance finanziarie per più di un esercizio consecutivo. Il mercato la classificava ormai stabilmente tra le aziende “serial underperformer”.
Il cambio di passo è stato segnato da una sequenza di fatti oggettivi. A metà 2024, il gruppo ha chiuso la cessione della rete fissa (NetCo) a un consorzio guidato dal fondo Kkr, con la partecipazione diretta dello Stato tramite il Mef e l’ingresso del fondo F2i. Più che un semplice deal di m&a, pur essendo uno dei principali in Europa negli ultimi anni, l’operazione ha rappresentato un atto di liberazione finanziaria: il trasferimento di 14 miliardi di debito ha permesso alla società di tornare a competere senza fardelli.
La risposta dei mercati è stata la diretta conseguenza di questa esecuzione: nel 2025 il titolo ha guadagnato oltre il 100%, raddoppiando la capitalizzazione in 12 mesi, con un trend che è proseguito nel gennaio 2026 segnando un ulteriore +15%. A completare il quadro di semplificazione societaria è arrivata, tra la fine dello scorso anno e l’inizio del 2026, la conversione delle azioni di risparmio. Un’operazione che ha eliminato un dualismo azionario anacronistico, atteso da oltre un decennio.
Tuttavia, oltre alle operazioni straordinarie, sono i dati della gestione ordinaria a confermare il risanamento. Per tre anni consecutivi (2022-2024), Tim ha rispettato puntualmente gli obiettivi comunicati prefissati e condivisi con il mercato. Ha ripreso a crescere in Italia, cosa che non avveniva da diversi anni, e la marginalità è stata stabilizzata attraverso un piano di efficienza rigoroso. Parallelamente, Tim Brasil si è consolidata come un asset fondamentale, con un margine ebitda superiore al 50%, garantendo flussi di cassa essenziali per la tenuta del gruppo.
Ma questa trasformazione non è avvenuta nel vuoto. La svolta è stata possibile grazie a un nuovo assetto proprietario che ha garantito stabilità. L’ingresso come primo azionista di Poste Italiane al posto dell’ingombrante Vivendi, voluto fortemente dal tandem composto da Matteo Del Fante e Giuseppe Lasco, ha rappresentato l’elemento di raccordo mancante. Poste non è un investitore finanziario speculativo; è un socio di lungo periodo che opera nel sistema italiano gestendo logistica, dati e servizi. La sua presenza ha restituito a Tim una prospettiva industriale che mancava tempo, chiudendo una volta per tutte l’epoca delle ambiguità sulla proprietà.
Questo riposizionamento è stato accompagnato da una visione chiara del governo guidato da Giorgia Meloni, che ha smesso di considerare la società come un problema politico da gestire, trattandola finalmente come un asset di sovranità nazionale. In un contesto geopolitico dove il controllo del dato e la sicurezza delle infrastrutture digitali sono prioritari, sostenere un campione nazionale capace di offrire soluzioni cloud sovrane e cybersecurity non è una scelta economica opzionale, ma una necessità strategica.
Oggi Tim non è più una realtà che attende decisioni altrui, ma un attore che determina il proprio percorso. Un esempio, e un perno di questa nuova identità, è Tim Enterprise. Con il 35% dei ricavi domestici e oltre 35mila clienti tra grandi imprese e pubblica amministrazione, la nascita di questa business unit ha reso evidente come il gruppo non fosse un semplice fornitore di connettività, ma anche una piattaforma integrata che guida la trasformazione digitale del Paese.
È qui che si gioca la partita del futuro. In un’Europa che fatica a competere con i giganti tecnologici americani e asiatici, il caso Tim dimostra che una guida ferma e un’alleanza strutturale tra istituzioni, industria e soci stabili e istituzioni possono invertire anche le parabole che sembravano segnate. Tim è tornata a muoversi con la velocità del mercato, pronta a giocare la partita della sovranità digitale con un assetto finalmente adeguato alle sfide del futuro.