
Il distretto economico-
finanziario di Hargeisa, capitale
autoproclamata del Somaliland (foto Getty)
Contenuto tratto dal numero di aprile 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
“Nessun paese dovrebbe incoraggiare o sostenere per i propri interessi egoistici forze separatiste interne ad altre nazioni”. Così il ministro degli Esteri cinese ha commentato il riconoscimento, a dicembre, del Somaliland da parte del governo israeliano, il primo a livello internazionale. Il Somaliland è un territorio di circa 175mila chilometri quadrati di fronte al golfo di Aden che ricalca, all’incirca, i confini della vecchia Somalia Britannica. Ha proclamato l’indipendenza dalla Somalia nel 1991 e da allora dispone di un governo proprio, di una valuta nazionale e di forze di sicurezza, ma nessun paese dell’Onu finora ne aveva mai riconosciuto l’indipendenza da Mogadiscio. La mossa di Tel Aviv ha spiazzato tutti. Non solo la Cina, ma anche l’Unione africana e la Lega araba non hanno reagito bene. Tanto meno il governo federale somalo, che vede il Somaliland come parte del proprio territorio.
Dal luglio 1960 la ex Somalia Britannica, ottenuta l’indipendenza dal Regno Unito, si era unita volontariamente all’amministrazione fiduciaria italiana della Somalia per formare un nuovo stato federale con capitale Mogadiscio. Il crollo del governo di Siad Barre nel 1991 e la guerra civile che ne seguì portarono al collasso dello stato e alla proclamazione di indipendenza del Somaliland.
Il riconoscimento di Israele segna un punto di svolta nello scacchiere del Corno d’Africa e non solo. L’ex colonia britannica è di rilevanza strategica in quanto ha 800 chilometri di coste sul golfo di Aden e sullo stretto di Bab el Mandeb, da cui passa il 10% del traffico commerciale globale e il 12% del petrolio esportato via mare. Con l’escalation in Iran, il controllo degli stretti è necessario non solo per il commercio globale, ma soprattutto per il dominio da parte di una o dell’altra grande potenza. Con questa mossa Israele vuole assicurarsi uno sbocco alternativo al porto di Eilat, nel Sinai, e, come promesso dal governo del Somaliland in cambio del riconoscimento, installare una base militare per poter contrastare da distanza ravvicinata i ribelli yemeniti Houthi. L’aeroporto di Berbera, città costiera del Somaliland, dista solo 550 km dalla capitale yemenita, Sana’a; Israele ridurrebbe così la distanza dai nemici del 70%.
Nel Somaliland e nel porto di Berbera, in particolare, investono da anni gli Emirati Arabi Uniti (Eau). La multinazionale emiratina della logistica Dp World ha investito oltre 400 milioni di dollari nel nuovo porto. Questi investimenti sono seguiti anche alla decisione di Mogadiscio di non rompere con il Qatar, accusato dai vicini del Golfo di sostenere economicamente il terrorismo jihadista. Gli Emirati vedono il Somaliland come uno stato stabile e geograficamente strategico, dove investire a livello infrastrutturale per garantirsi un posto privilegiato sullo stretto di Bab el Mandeb.
Il governo di Hargeisa, capitale del Somaliland, sta cercando di offrire anche agli Stati Uniti, come a Israele, la possibilità di creare una base miliare sul suo territorio e sfruttare le sue risorse naturali in cambio di un riconoscimento internazionale. L’obiettivo sarebbe offrire alle grandi potenze una sponda alternativa al vicino Gibuti per il controllo del golfo di Aden. Per quanto riguarda le risorse naturali somale, nel 1991 la Banca Mondiale stimò in dieci milioni di tonnellate annue le potenziali riserve petrolifere. Secondo altre stime le acque territoriali somale avrebbero riserve di 110 miliardi di barili di petrolio. L’Arabia Saudita intera ne ha 267 miliardi di barili. L’azienda norvegese Dno ha acquisito i diritti per le esplorazioni in Somaliland su una zona di 1.200 chilometri quadrati.
La Turchia ha una partnership con la Somalia da oltre dieci anni, sia per il contrasto ai jihadisti di Al Shaabab, sia per una cooperazione economica. Ankara non ha certo visto di buon occhio l’intromissione israeliana nelle questioni interne somale e dall’inizio ha difeso l’integrità territoriale del governo federale di Mogadiscio. In primis, per via dei massicci investimenti fatti nel paese, come le trivellazioni esplorative off shore della Turkish Petroleum Corporation. Per tutelare i suoi crescenti interessi economici nel paese, Erdogan ha ottenuto di poter installare una base militare stabile a Mogadiscio e, di recente, ha rinforzato la presenza militare inviando tre caccia F-16 e due elicotteri. Il desiderio di riconoscimento e indipendenza di Hergeisa è fumo negli occhi per gli interessi turchi nel Corno d’Africa. Nel 2024 Erdogan ha boicottato e fatto saltare il memorandum tra Etiopia e Somaliland, che avrebbe dato un accesso al mare al governo di Addis Abeba in cambio di un riconoscimento dell’indipendenza di Hargeisa da Mogadiscio. Così cercherà di fare anche stavolta con Israele.
Tel Aviv, però, sembra intenzionata ad andare avanti, anche instaurando un partenariato strategico con il governo di Hargeisa. Alcuni analisti ipotizzavano che Israele avrebbe potuto mettere in atto un reinsediamento forzato della popolazione gazawi nel Somaliland. Inoltre, la vicinanza a tutti gli scenari più caldi del Medio Oriente e la disponibilità di una pista d’atterraggio, come quella dell’aeroporto di Berbera, di oltre 4.400 metri, una delle più lunghe del continente, darebbe un vantaggio rilevante all’aeronautica israeliana.
Tre potenze regionali, quindi, si sfidano per aumentare le loro sfere di influenza nel Corno d’Africa: da una parte Israele e gli Eau, che appoggiano l’indipendenza del Somaliland; dall’altra la Turchia, principale partner del governo riconosciuto di Mogadiscio. I due elefanti nella stanza, per ora, restano Cina e Stati Uniti. Pechino ha creato la sua prima base militare all’estero a Gibuti e non vede con favore la nascita di nuovi insediamenti militari occidentali nel Somaliland; gli Usa avevano finora sempre sostenuto il principio della ‘Somalia unica’. Un cambio di visione della due maggiori potenze globali potrebbe cambiare lo status quo nel Corno d’Africa.
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