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16 gennaio 2026

La battaglia dei chip: Taiwan nel mezzo tra Stati Uniti e Cina

L'isola deve assecondare Trump per avere protezione da Pechino, ma per lo stesso motivo deve trovare il modo per restare indispensabile
La battaglia dei chip: Taiwan nel mezzo tra Stati Uniti e Cina

Cosimo Palleschi
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Cosimo Palleschi

Contenuto tratto dal numero di gennaio 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

“Se non sei in grado di produrre i tuoi chip, come puoi difenderti?”. Così si è espresso il segretario del Commercio statunitense, Howard Lutnick, riguardo all’idea dell’amministrazione di Washington di riportare a casa almeno il 40% della produzione dei semiconduttori. Oggi, infatti, gli Stati Uniti importano oltre il 90% dei loro chip avanzati dall’estero, la metà dei quali da Taiwan. I semiconduttori sono fondamentali non solo per il funzionamento di tutti i dispositivi elettronici e dei veicoli elettrici, ma anche, e soprattutto, per le armi e i mezzi militari più moderni, come i caccia F-35, e per lo sviluppo dell’IA. Se non si è capaci di produrli, si mette il destino della propria economia e della propria difesa nelle mani di un paese straniero. I chip sono diventati, perciò, un tema di sicurezza nazionale per la Casa Bianca.

Taiwan al centro del mondo

Dalla seconda metà degli anni Ottanta, le grandi produttrici di semiconduttori made in Usa, per aumentare i profitti, si sono volutamente private dei loro impianti produttivi, ritenuti costosi, energivori e difficilmente gestibili, diventando aziende fabless, cioè prive di fabbriche. Taiwan ne ha approfittato e, grazie anche alla Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (Tsmc), fondata nel 1987, è diventata un centro mondiale di produzione dei chip. Tsmc ha raggiunto oltre il 70% della capacità produttiva globale di semiconduttori e circa il 92% di quelli più avanzati inferiori a sette nanometri. Tra i principali clienti di Tsmc ci sono big tech americane come Apple e Qualcomm.

La cosiddetta ‘diplomazia dei chip’ ha finora garantito la protezione nei confronti delle rivendicazioni territoriali di Pechino. La situazione, però, adesso potrebbe cambiare. Washington vede come un’enorme vulnerabilità la dipendenza da un paese sotto la costante minaccia di invasione da parte del suo principale concorrente. Trump ha prima minacciato dazi fino al 100% sui chip prodotti a Taiwan, poi chiesto che la metà della produzione taiwanese di semiconduttori venga spostata negli Stati Uniti. Tsmc ha risposto promettendo un investimento da circa 100 miliardi di dollari per nuovi siti in Arizona, destinati alla produzione, al testing e all’assemblaggio dei chip sopra i sette nanometri. La produzione di quelli sotto i due nanometri, a più alto valore aggiunto e necessari per lo sviluppo dell’IA, rimarrà nell’isola asiatica. Il governo di Taipei teme che trasferire fuori dall’isola tutta o buona parte della produzione di chip la renderebbe meno indispensabile agli occhi degli Stati Uniti e del mondo occidentale, quindi meno difendibile.

La tattica del porcospino

I nuovi impianti negli Usa necessiteranno di ingenti investimenti e di diversi anni per entrare in funzione. Tsmc stessa è riluttante a uno spostamento in blocco fuori dall’isola per via della mancanza di manodopera specializzata negli Usa. Il governo taiwanese è preoccupato che Trump possa allentare la protezione sull’isola pur di non frenare le trattative commerciali con Pechino. L’ambiguità degli Stati Uniti si protrae dagli anni Settanta, quando riconobbero la Repubblica Popolare Cinese, ma allo stesso tempo promisero di difendere l’indipendenza e l’autodeterminazione di Taipei. A novembre il presidente taiwanese Lai ha annunciato un investimento aggiuntivo di 40 miliardi di dollari nella difesa per i prossimi otto anni e l’obiettivo di alzare la quota di Pil destinata alle spese per la difesa dal 3,3% a più del 5% nel 2030. Lo scopo è incrementare il più possibile le capacità di autodifesa.

Taipei, consapevole della propria inferiorità di mezzi e uomini rispetto a Pechino, punta sulla cosiddetta ‘tattica del porcospino’: una guerra asimmetrica che faccia leva su una strategia di autodifesa, con il coinvolgimento anche della società civile e di armamenti agili, come missili Javelin o Stinger, anziché mezzi pesanti facilmente individuabili e colpibili da aerei e droni. Taiwan, poi, vuole diventare uno dei principali produttori di droni militari al mondo. Da una parte per la propria difesa, dall’altra per cercare di rendersi il più indispensabile possibile agli occhi degli occidentali anche in quel settore nevralgico. Nel 2024 Taiwan aveva esportato circa tremila droni militari; nel 2025 ha già raggiunto i 18mila, di cui 12mila venduti alla Polonia, anch’essa alle prese con un vicino ingombrante come la Russia.

La ‘guerra senza danni’

Per la Cina, invece, la riunificazione con Taiwan è un atto dovuto. Il tema è quando e come. La strategia cinese, secondo Geopolitical Monitor, sarebbe quella di una ‘guerra senza danni’, che partirebbe con un sabotaggio delle infrastrutture critiche e proseguirebbe con attacchi cibernetici e disinformazione, per finire con un accerchiamento militare e un cambio di regime favorevole a Pechino. Il presidente Xi vuole preservare l’integrità economica taiwanese, perché anche la Cina dipende dalle fonderie di chip dell’isola. Taiwan resta strategica, poi, per il controllo sul Mar Cinese Meridionale, da cui passa il 60% del commercio via mare globale. Un blocco prolungato di Taiwan potrebbe ridurre il Pil globale del 5%, con una perdita di 2mila miliardi di dollari, mentre in caso di guerra l’effetto sarebbe del 10%: un impatto doppio di quello della crisi finanziaria del 2008 o del Covid nel 2020.

La Cina è a un bivio: riprendersi Taiwan e rischiare una guerra che potrebbe avere, nel medio termine, effetti devastanti sulla sua stessa economia, oppure mantenere lo status quo. Il caso della Russia in Ucraina ha insegnato che non esistono guerre vinte in partenza e che l’isolamento economico ha conseguenze pesanti nel lungo termine. Trump, se da una parte vuole a tutti i costi riportare il più possibile la produzione di chip negli Stati Uniti e accordarsi sui dazi con Xi, dall’altra non può lasciare campo libero alla Cina su Taiwan, pregiudicando la sicurezza e gli interessi americani nel Pacifico. Il destino dell’isola si deciderà forse al tavolo della trattative commerciali tra Cina e Usa, e la presenza o meno delle fonderie di Tsmc avrà un peso rilevante. A dimostrazione di come tecnologia e geopolitica siano diventate ormai inseparabili.  

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