
Cresce l’utilizzo della Space Economy tra le grandi imprese italiane, intesa come leva strategica per una maggiore produttività che abilita la creazione di nuove linee di business e l’accesso a nuovi mercati. Nel settore tra le tipologie di asset maggiormente utilizzate, al primo posto c’è la trasmissione di dati satellitari per 7 imprese intervistate su 10, seguita dal monitoraggio ambientale (62%) e dai sistemi avanzati di sicurezza e sorveglianza (62%). Al 61% gli asset legati alla connettività ultraveloce e al 57% quelli impiegati per il monitoraggio di siti, impianti e infrastrutture (57%).
Sono questi alcuni dei trend della ricerca “The Sky is (not) the Limit: La Space Economy come nuova frontiera per la competitività delle imprese italiane”, presentata a Milano nella sede Deloitte in collaborazione con Fondazione E. Amaldi.
Sul fronte delle eccellenze l’Italia si afferma come uno degli attori più rilevanti nel panorama spaziale europeo e internazionale, grazie a un posizionamento competitivo costruito su investimenti, capacità industriale e una filiera completa lungo tutta la catena del valore. Il Paese è oggi sesto al mondo per rapporto tra investimenti spaziali e pil — un dato quasi raddoppiato negli ultimi anni — e il terzo in Europa per contributo al budget Esa (15%).
Nel complesso, come emerge dall’Osservatorio Sda Bocconi, la Space Economy nazionale raggiunge un fatturato di 4,5 miliardi di euro nel 2024 (+12,3% anno su anno), coinvolgendo oltre 400 aziende e più di 15.000 occupati (+5,6%). A rafforzare questo quadro contribuisce anche la crescita dell’export, che ha toccato i 7,5 miliardi di euro nel 2023 (+14%), mentre startup e microimprese registrano un significativo +60% di ricavi.
“L’economia spaziale si conferma un mercato in espansione e una leva di competitività per le imprese italiane”, afferma Giorgio Mariani, Space Leader di Deloitte Italia. “Ed è questo il momento in cui imprese e istituzioni sono chiamate a collaborare per guidare al meglio la trasformazione in atto, individuando le opportunità di valore per l’intero ecosistema italiano. Le tecnologie spaziali stanno ridefinendo le logiche competitive in diversi settori della nostra società, rendendo non più rinviabile la necessità di investire nelle partnership strategiche secondo una logica di ecosistema. Questa è una condizione essenziale per mettere a fattor comune risorse e competenze, puntando anche sulla crescita dimensionale per restare competitive a livello internazionale, valorizzando le aree di specializzazione di eccellenza e stringendo alleanze strutturate con partner tech, startup e system integrator”.
“Aiutare le sue imprese a fare sistema grazie alla new space economy è oggi l’imperativo che l’Italia si deve porre: caratterizzata da una catena del valore completa che va dai lanciatori all’elaborazione dei dati satellitari, la nostra economia può esprimere potenzialità globali in termine di qualità e affidabilità dei dati, innovatività tecnologica e solidità scientifica dei propri prodotti e servizi che aprono opportunità rilevanti tanto nei mercati maturi che per i mercati emergenti, visti non più come competitor ma come clienti delle nostre imprese nazionali. Una nuova era di contaminazione tecnologica orizzontale”, commenta Lorenzo Scatena, Segretario Generale della Fondazione E. Amaldi, “che traghetterà il nostro comparto industriale, manufatturiero e dei servizi a valore aggiunto nell’era delle Intelligenze Artificiali, della robotizzazione e dell’automazione di tutti i processi industriali”.
La ricerca di Deloitte evidenzia come gli investimenti nei fattori abilitanti siano altrettanto critici rispetto a quelli negli asset. L’efficienza operativa e la riduzione dei costi rimangono priorità assolute per tutte le imprese, anche se innovazione, infrastrutture tecnologiche e partnership strategiche emergono come elementi di importanza crescente, abilitati da investimenti mirati su fattori e risorse di supporto.
Dall’analisi emerge come le priorità e gli obiettivi di investimento in ambito Space Economy si concentrino in larga parte su ottimizzazione operativa e riduzione dei costi (87%), attribuendo però altrettanta importanza all’innovazione di processo (70%) e al rafforzamento dell’infrastruttura tecnologica (66%). Con il 62% seguono sia lo sviluppo di partnership strategiche e cross-settoriali sia l’innovazione di prodotto e servizio.
Il 55% delle imprese ha già avviato partnership per cogliere le opportunità della Space Economy, privilegiando modelli collaborativi leggeri e flessibili. Le tipologie più diffuse sono gli accordi con fornitori per l’accesso a tecnologie satellitari (46%), le collaborazioni con enti pubblici e università (33%) e i servizi in outsourcing gestito (29%). L’accesso a nuove tecnologie e conoscenze complementari (85%) e la condivisione di expertise e risorse (85%) sono i principali benefici attesi.
I servizi e le tecnologie spaziali hanno il potenziale di trasformare in profondità i modelli di business per creare valore in molteplici ambiti settoriali. Nello specifico la Space Economy può trasformare l’economia del prossimo futuro in determinati settori e con le seguenti prospettive di crescita entro il 2033 (dati Euspa):Telecomunicazioni (da 260 miliardi di euro a 580 miliardi con un Cagr dell’8%), l’Agrifood (da 450 miliardi di euro a 670 miliardi con un Cagr del 4%) e i Trasporti (da 72 miliardi di euro a 158 miliardi con un Cagr dell’8%). A seguire Energy (da 330 milioni di euro a 450 milioni con un Cagr del 3%) e Infrastrutture (da 272 milioni di euro a 450 milioni con un Cagr del 5%).
Le imprese italiane intervistate riconoscono un impatto economico concreto e tangibile derivante dall’adozione di asset spaziali, con benefici che vanno ben oltre la riduzione dei costi operativi. I principali use case dimostrano come la Space Economy abiliti non solo una maggiore produttività, ma anche la creazione di nuove linee di business e l’accesso a nuovi mercati. Tra le tipologie di asset maggiormente utilizzate, al primo posto c’è la trasmissione di dati satellitari (72%), seguita dal monitoraggio ambientale (62%) e dai sistemi avanzati di sicurezza e sorveglianza (62%). Al 61% gli asset legati alla connettività ultraveloce e al 57% quelli impiegati per il monitoraggio di siti, impianti e infrastrutture (57%).
Le strategie di investimento sono condizionate da molteplici criteri che ne influenzano le dinamiche. Le tempistiche del Roi (83%) e la presenza di partner tecnologici affidabili (70%) rimangono fattori critici e trasversali a tutte le imprese, oltre alla chiarezza del business case (62%) e alla capacità interna di implementazione (62%). All’atto pratico però gli investimenti risultano attualmente frenati da complessità tecniche di integrazione nei sistemi esistenti (75%) e difficoltà nel quantificare il Roi (58%). Più basse le percentuali su altre criticità nelle scelte di investimento, dalla mancanza di informazioni e conoscenze specifiche (50%) ai rischi di cybersecurity e perdita dati sensibili (45%).
Nel complesso il mercato resta fortemente dipendente dalla domanda pubblica (71%, PoliMi “School of Management”), mentre gli investimenti privati faticano a crescere: le startup italiane raccolgono solo 25 milioni di euro nel 2025, a fronte dei 9 miliardi globali. A questo si aggiunge un tessuto produttivo frammentato – composto per il 76% da pmi e microimprese (iCribis)- che riduce la capacità di scalare. Sul fronte dell’adozione, solo il 7% delle imprese “end-user” ha progetti attivi nella Space Economy. Tra quelle già coinvolte, il 46% presenta un buon livello di maturità, mentre il restante 54% è ancora in fase iniziale.
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