
sitael
Viviamo un nuovo rinascimento tecnologico. Intelligenza artificiale e quantum computing stanno cambiando il nostro modo di vivere a una velocità che fino a poco tempo fa sembrava impensabile, tra droni impiegati ovunque, software capaci di replicare o addirittura creare persone che non esistono ma che appaiono credibili, e una crescente attenzione verso lo spazio come nuova frontiera imprenditoriale.
È proprio di questo che si parla a Final Frontiers, il format condotto da Emilio Cozzi che dà voce a chi quelle frontiere le sta costruendo davvero. I primi quattro episodi sono dedicati allo spazio, forse la frontiera più ampia tra tutte, e l’ospite di questa puntata è Chiara Pertosa, CEO di Sitael, la più importante azienda spaziale privata in Italia.
Nell’intervista, Pertosa ripercorre la storia dell’azienda, spiega perché lo spazio oggi va considerato a tutti gli effetti un’infrastruttura strategica, discute delle sfide industriali e normative del settore in Europa, racconta i progetti della Space Factory e affronta anche il tema, ancora molto attuale, della presenza femminile in un ambito tradizionalmente maschile.
Ci racconti in sintesi la storia di Sitael e cosa state facendo oggi?
Sitael nasce da una holding, un gruppo industriale che si chiama Angel, che raccoglie ormai quasi 3.000 ingegneri. È un gruppo high-tech che investe da più di 40 anni in tantissimi settori: abbiamo cominciato dal ferroviario, per poi spostarci in molti altri ambiti ad alta tecnologia. Sitael nasce prima come una costola dedicata allo sviluppo della parte elettronica, e solo in un secondo momento siamo sbarcati nel settore spaziale. È nata con un concetto preciso, quello di applicare allo spazio un approccio industriale vero e proprio, portando in questo ambito la solidità e il know-how maturati in altri settori.
Perché oggi lo spazio è così importante?
Lo spazio oggi è importante perché è diventato infrastruttura. Non si tratta più soltanto di esplorazione, di andare su Marte o su Saturno. Ancora oggi questo aspetto non è così visibile, ma io mi immagino lo spazio di domani un po’ come sono concepite le ferrovie o gli aeroporti di un paese: servizi molto più vicini ai cittadini. E questa vicinanza si esprime in ambiti diversi: infrastruttura vuol dire connettività, vuol dire monitoraggio climatico, vuol dire navigazione, vuol dire anche difesa, oggi più che mai.
È facile dal punto di vista imprenditoriale entrare in questo settore?
No, e lo dico molto francamente. Si parla spesso, nel dibattito sulla new space economy, di “contaminazione” tra settori diversi, ed è un approccio che sicuramente fa bene. Noi stessi veniamo da altri settori industriali. Ma chi arriva da fuori può capire meglio di chiunque altro quanto sia difficile trasformare dei requisiti di missione in pezzi concreti di hardware e software, e quanto sia complesso validare queste tecnologie, sia hardware che software, in un settore che ha standard di validazione particolarmente stringenti, spesso dell’ordine di 10 alla meno 9.
Come può l’Italia, che ha una storia gloriosa nello spazio fin dal 1961, restare centrale a livello globale ancora oggi?
L’Italia ha competenze importanti, ma per non perdere né il vantaggio competitivo né quella fantasia tipicamente italiana nel trovare soluzioni creative e risolvere problemi, che ci viene riconosciuta all’estero e che abbiamo imparato a riconoscere anche nella nostra storia imprenditoriale, servono alcune condizioni. Lo spazio resta un business ancora molto istituzionale, quindi è un settore complesso: è difficile entrarci, come dicevo prima, ma è altrettanto difficile rimanerci, perché le start-up che si affacciano a questo mercato faticano a mantenere continuità. Non è possibile procedere a strappi, con continui stop and go. Un’azienda deve costruire piani finanziari e industriali di lungo periodo, e condividerli con il governo, perché il settore è davvero difficile, soprattutto in Europa, dove dobbiamo rispettare compliance e normative molto stringenti. Per rimanere sempre competitivi bisogna fare piani che consentano di guardare più lontano, perché questo è un settore capital intensive, che richiede investimenti continui. La sintesi è che serve una politica industriale capace di garantire continuità: per questo dico che non basta essere coraggiosi, bisogna essere resilienti. E per costruire quella resilienza, che nasce dalle sfide tecnologiche quotidiane e da un rischio tecnologico sempre alto, è necessario condividere un percorso con le istituzioni, perché tutta la passione che si mette in questo lavoro si traduca in un servizio reale al Paese.
Voi siete uno degli attori principali della Space Factory in Italia: ci dai qualche dettaglio in più?
Le Space Factory che abbiamo realizzato sono due: una a Mola di Bari, dove realizziamo l’integrazione dei satelliti, e una a Pisa, dove abbiamo costruito una nuova linea di assemblaggio, integrazione e test dedicata alla propulsione elettrica, una tecnologia molto complessa. La Space Factory nasce da un progetto PNRR, ed è stata per noi l’opportunità di completare fabbriche che avevamo già avviato e che erano già attive, applicando la logica 4.0 anche allo spazio: maggiore tracciabilità dei flussi, digitalizzazione, un processo integrato di produzione, integrazione e test, tutto molto più controllato e guidato. Il programma IRIDE, che è un progetto italiano finanziato dal PNRR e guidato dall’ESA per l’osservazione della Terra, ci ha dato la possibilità di applicare principi di supply chain che nello spazio europeo ancora pochi utilizzano: costruire più satelliti in contemporanea ci ha permesso di mettere in pratica una supply chain affidabile, sicura e resiliente. Non è stata affatto una passeggiata applicare questi principi alla parte satellitare, ma ci siamo riusciti.
Oggi lo spazio è davvero più aperto rispetto al passato, con la New Space Economy che coinvolge anche aziende non tradizionalmente spaziali?
Sì, è più aperto di prima, perché oggi ci sono fondi di venture capital che investono in realtà che non operano solo su commesse istituzionali. Moltissimi ci provano, pochi ci riescono, ma alcuni ce l’hanno fatta, quindi non la vedo affatto come una cosa negativa: penso che faccia solo bene. Bisogna però armarsi di resilienza, perché non tutti reggono: molte aziende sopravvivono solo grazie ai venture che, piano piano, le rifinanziano nel tempo.
La miniaturizzazione dei satelliti, un trend che avete anticipato molto prima di altri: cosa risponde a chi, come SpaceX, sostiene che con mezzi molto più potenti come Starship il trend potrebbe invertirsi tornando verso satelliti più grandi?
Noi siamo stati davvero, in Italia, tra i primi a pensare a un concept di mini-satellite capace di misurare e monitorare gli stessi parametri di un satellite molto più grande e molto più costoso. Riconosco quindi questo trend, ma non sono del tutto d’accordo con la posizione di SpaceX, perché in realtà il costo maggiore in questo settore è dato da una molteplicità di fattori: bisogna guardare al costo dell’intera missione end-to-end. Innanzitutto, un satellite più piccolo richiede meno tempo per essere progettato e testato, e costa anche meno. Se un satellite più piccolo riesce a essere affidabile quanto uno più grande, allora diventa molto più competitivo. In Europa questo si lega anche al fatto di avere lanciatori che operano a prezzi competitivi: il costo del lancio diventa un fattore davvero determinante solo se il mercato scende.
I cosiddetti “space billionaires”, da Elon Musk a Jeff Bezos, rappresentano una minaccia, un’opportunità o una sfida per chi opera nello spazio?
Penso che la competizione sia sempre una cosa positiva, e che possa essere anche un fattore che sprona la cultura europea del settore a evolversi. Noi in Europa abbiamo tantissime regole: se provassimo ad averne un po’ meno, probabilmente potremmo fare altrettanto. Ci servono soprattutto più fondi e meno vincoli normativi.
Come sta oggi l’Europa nello spazio?
L’Europa nello spazio deve decidere il proprio destino, nel senso che servirebbe una politica europea allineata con quella dei singoli Stati membri, o meglio ancora il contrario: dovrebbero essere gli Stati membri ad avere politiche coincidenti con la politica industriale europea. In questo momento l’allineamento è molto complesso e complicato, ogni Stato prende decisioni in autonomia, e questo non fa bene né all’Europa né al sistema industriale e spaziale europeo nel suo complesso.
È ottimista sul futuro del settore?
Mi definirei più combattiva che ottimista.
Lei è anche membro del Consiglio di Amministrazione del Politecnico di Bari: che consiglio darebbe a una giovane o a un giovane che volesse intraprendere una carriera in questo settore così strategico?
A una futura imprenditrice consiglierei sicuramente un percorso universitario: non bisogna per forza essere ingegneri per lavorare in questo settore, io stessa non lo sono, con orgoglio, ma il percorso universitario resta comunque importante. I Politecnici oggi in Italia offrono una preparazione di ottimo livello. Poi però bisogna inserirsi in azienda, e consiglio ai giovani di entrare in realtà che permettano di partecipare a progetti multidisciplinari, perché in questo settore non esistono i “tuttologi”: ci sono specializzazioni molto elevate, e un’azienda che ti permette di non vedere solo il tuo piccolo pezzettino ha sicuramente un vantaggio in più. È una funzione che ho voluto fortemente applicare in Sitael. Personalmente guardo soprattutto due cose: innanzitutto faccio almeno la metà dei colloqui di persona, perché cerco davvero di selezionare persone che possano portare avanti il lavoro nel tempo, ma che abbiano anche un lato umano ed etico importante. Per me questi aspetti contano molto: dato che passo la maggior parte della mia vita al lavoro, vorrei al mio fianco persone in linea con i miei stessi standard.
Cosa direbbe a un ragazzo o una ragazza che volesse lavorare proprio in Sitael?
Ci vuole sicuramente tanta passione e tanto spirito costruttivo, ma Sitael offre davvero tante opportunità: quella di essere considerati non solo un numero o un dipendente, ma un collega, una risorsa vera per l’azienda. Abbiamo per fortuna moltissimi giovani, ma anche tante persone post-pensione, e questo connubio, devo dire, sta funzionando molto bene.
Lei è a capo di una grande azienda in un settore tradizionalmente maschilista: come si sta affrontando questo cambiamento?
Il settore è sicuramente pieno di uomini, anche di una certa età. Io stessa sono entrata in questo mondo non giovanissima, e mi sono trovata, a livello generale e non solo nel settore spaziale, in situazioni professionali piuttosto spiacevoli, anche nella mia carriera precedente: non lo nascondo. Ma penso che il cambiamento parta innanzitutto da noi donne: bisogna smettere di accettare passivamente, di dirsi “vabbè, la prossima volta andrà meglio, sarà diverso”. Il cambiamento parte prima di tutto da se stesse, perché credo che molte donne in questo settore, pur avendo una solida preparazione tecnica, siano a volte anche più brillanti degli uomini, semplicemente perché più pragmatiche: è quello che riscontro personalmente. Eppure hanno paura di crescere, di fare carriera, di farsi notare, di prendersi uno spazio dopo l’altro. Io invece ho un carattere molto più aggressivo, nel senso che ho sempre cercato di conquistare un pezzo dopo l’altro. Il mio consiglio alle donne è semplicemente questo: non abbiate paura, abbiate più fiducia in voi stesse. Sono convinta che il cambiamento debba partire da noi.






