
forex
di Tony Colapinto
Sul terminale di un operatore, il movimento di una valuta può ridursi a pochi decimali. Una linea cambia direzione, il prezzo si aggiorna, un ordine viene eseguito in una frazione di secondo. Dietro quella variazione quasi impercettibile, tuttavia, si muove un sistema che ogni giorno trasferisce somme superiori al prodotto interno lordo annuo di molte economie nazionali.
È il mercato Forex, spesso raccontato al grande pubblico attraverso l’immagine del trader davanti a una parete di grafici. Una rappresentazione immediata, ma incompleta. Il mercato valutario non è soltanto il luogo in cui si cerca di guadagnare sulle oscillazioni dell’euro o del dollaro. È una delle infrastrutture su cui poggia il funzionamento dell’economia globale.
Consente alle imprese di pagare i fornitori in altre valute, alle multinazionali di proteggere i margini dalle variazioni dei tassi di cambio, agli investitori di coprire le esposizioni internazionali e alle banche di gestire la liquidità e i finanziamenti tra giurisdizioni diverse. Senza questa rete, una parte rilevante del commercio mondiale, degli investimenti e dei flussi di capitale diventerebbe più lenta, costosa e rischiosa.
Secondo i risultati definitivi della rilevazione triennale della Bank for International Settlements, nell’aprile 2025 il turnover medio giornaliero del mercato valutario over-the-counter ha raggiunto circa 9.500 miliardi di dollari, contro poco meno di 7.500 miliardi tre anni prima. L’aumento è stato superiore al 27%.
Il dato impressiona, ma va letto correttamente. Non si limita alla compravendita immediata di valute e non coincide con l’attività degli investitori retail sulle piattaforme online. Comprende operazioni spot, forward, swap, opzioni e altri strumenti utilizzati per finanziare posizioni, trasferire liquidità e ridurre l’esposizione al rischio di cambio.
Gli FX swap restano la componente principale. Il loro utilizzo permette, per esempio, di ottenere temporaneamente una valuta cedendone un’altra, con l’impegno di invertire l’operazione in una data successiva. È un meccanismo essenziale per banche e imprese che devono finanziare attività o rispettare obblighi denominati in valute diverse.
Il Forex, dunque, non è soltanto trading. È liquidità, gestione del rischio, regolamentazione dei pagamenti e accesso ai mercati internazionali.
Un’industria sempre meno riconducibile alle sole banche
Le grandi banche internazionali continuano a occupare una posizione centrale, soprattutto nella formazione dei prezzi e nella distribuzione della liquidità. Sarebbe però riduttivo descrivere il mercato come un circuito chiuso tra pochi istituti globali.
Circa metà del turnover mondiale riguarda la categoria delle “altre istituzioni finanziarie”, che comprende investitori istituzionali, hedge fund, società di trading proprietario, banche diverse dai principali dealer segnalanti e altri intermediari specializzati.
Accanto agli operatori tradizionali è cresciuta una filiera composta da liquidity provider non bancari, società fintech, aggregatori di prezzi, fornitori di servizi di pagamento e aziende che sviluppano tecnologie per l’esecuzione e il controllo del rischio.
Questa trasformazione è stata resa possibile soprattutto dalla digitalizzazione. Algoritmi e piattaforme elettroniche hanno ridotto i tempi di esecuzione, ampliato l’accesso alle fonti di liquidità e reso possibile analizzare contemporaneamente grandi quantità di dati.
Non hanno però reso il mercato più semplice. La moltiplicazione delle piattaforme, delle controparti e dei canali di esecuzione ha creato una struttura più frammentata. Individuare il prezzo migliore, valutare l’affidabilità della controparte e garantire il corretto regolamento dell’operazione richiedono oggi infrastrutture più sofisticate.
La competizione, di conseguenza, non si misura soltanto in base alla quantità di capitale disponibile. Conta la qualità della tecnologia, la velocità dei collegamenti, la profondità della liquidità e la capacità di trasformare i dati in decisioni operative senza perdere il controllo sui rischi.
L’Italia cresce, ma la partita non si gioca sui volumi di Londra
L’Italia partecipa a questa evoluzione da una posizione particolare. Non è uno dei maggiori centri mondiali della negoziazione valutaria e sarebbe improprio presentare Roma o Milano come alternative immediate a Londra, New York, Singapore o Hong Kong.
La rilevazione nazionale della Banca d’Italia mostra comunque un mercato più ampio e interconnesso rispetto al passato. Nell’aprile 2025, le transazioni in cambi e derivati over-the-counter su valute effettuate sul mercato italiano hanno raggiunto circa 480 miliardi di dollari, contro i 380 miliardi dello stesso mese del 2022.
Il confronto richiede cautela. Quello italiano è un valore mensile nominale o nozionale, mentre i 9.500 miliardi globali indicano una media giornaliera. L’indagine nazionale è stata inoltre estesa all’intero mercato, partendo da un campione di 18 banche, rappresentativo dell’82,6% delle transazioni. I valori non sono stati corretti per l’inflazione, per le variazioni dei tassi di cambio o per il diverso numero di giornate lavorative nei due periodi.
Anche tenendo conto di questi limiti, la composizione delle operazioni rivela la natura prevalentemente infrastrutturale del mercato.
Quasi 290 miliardi di dollari erano riconducibili agli FX swap. Le operazioni spot valevano circa 116 miliardi, gli outright forward superavano i 53 miliardi e le opzioni erano pari a circa 21 miliardi. Il dollaro compariva nelle transazioni per un valore di circa 385 miliardi, confermandosi come valuta di riferimento anche sul mercato italiano.
Un altro elemento rilevante riguarda le controparti. Circa 315 miliardi di operazioni di cambio e di derivati valutari sono state concluse con banche non residenti. Il dato mostra quanto l’attività italiana dipenda dalle relazioni con i principali circuiti finanziari internazionali.
La sfida, pertanto, non consiste nel replicare la mole di scambi della City. L’opportunità italiana è diversa: sviluppare competenze nei servizi ad alto valore aggiunto che circondano il mercato, dalla tecnologia per il brokerage ai pagamenti, dalla compliance alla gestione del rischio, fino alle piattaforme che collegano operatori e fonti di liquidità.
L’intelligenza artificiale arriva prima delle competenze
In questa trasformazione, l’intelligenza artificiale è diventata una delle parole più utilizzate. Nel racconto pubblico viene spesso associata a sistemi capaci di prevedere le oscillazioni delle valute o di sostituire il lavoro umano. Le applicazioni più concrete sono, almeno per ora, meno spettacolari e forse più importanti.
L’AI può contribuire ad analizzare i flussi, riconoscere anomalie, automatizzare i controlli, monitorare le transazioni e assistere gli operatori nella gestione del rischio. Può inoltre migliorare l’esecuzione degli ordini, individuando modalità, tempi e controparti più coerenti con gli obiettivi impostati.
La finanza italiana ha già avviato questo percorso, ma non con la velocità suggerita da alcune narrazioni. Banche e intermediari finanziari hanno investito poco più di 1,018 miliardi di euro in tecnologie innovative nel biennio 2023-2024. Per il 2025-2026, la Banca d’Italia stima investimenti pari a 1,031 miliardi: un aumento dell’1,4%, più vicino alla continuità che a un’accelerazione improvvisa.
Il dato più significativo riguarda le competenze. Soltanto il 3,4% degli intermediari dispone di personale con capacità in AI valutate almeno medio-alte. La rilevazione deriva da un esercizio di autovalutazione, ma evidenzia comunque una distanza tra l’interesse per la tecnologia e la disponibilità delle professionalità necessarie a governarla.
È una contraddizione che non riguarda soltanto il Forex. Una parte del sistema finanziario sta adottando strumenti di intelligenza artificiale prima di avere costruito strutture organizzative e competenze diffuse per comprenderne pienamente il funzionamento.
Nel mercato valutario, dove la rapidità e la dimensione delle operazioni possono amplificare rapidamente gli errori, la questione è particolarmente delicata. Un modello può analizzare milioni di dati e riconoscere correlazioni che sfuggirebbero all’intervento umano. Rimane però dipendente dalla qualità delle informazioni utilizzate, dalle ipotesi su cui è stato progettato e dalla supervisione di chi prende la decisione finale.
Il vantaggio competitivo non apparterrà semplicemente a chi installerà più algoritmi, ma a chi saprà integrare l’automazione, la competenza finanziaria e il controllo umano.
Pagamenti istantanei, una competenza italiana poco raccontata
Se l’Italia non compete con i principali hub globali per volume di scambi, possiede una credenziale concreta nelle infrastrutture di pagamento.
TIPS, la piattaforma paneuropea per il regolamento dei pagamenti istantanei in moneta di banca centrale, è stata sviluppata e gestita dalla Banca d’Italia per conto dell’Eurosistema. Opera 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, e dal mese di aprile 2025 è in grado di regolare pagamenti denominati in euro, corone svedesi e corone danesi.
La sua natura multi valutaria rappresenta un passaggio rilevante. Un mercato finanziario può eseguire ordini in millisecondi, ma l’operazione si completa soltanto quando denaro e attività vengono trasferiti tra le parti in modo sicuro e definitivo.
Pagamenti e Forex non sono la stessa cosa, ma rientrano nella medesima infrastruttura finanziaria. La modernizzazione dei trasferimenti transfrontalieri, l’interoperabilità tra i sistemi e la disponibilità continua dei servizi incidono sulla capacità di spostare la liquidità e di sostenere gli scambi internazionali.
È su questo terreno che l’Italia può svolgere un ruolo meno visibile rispetto a quello delle grandi sale di negoziazione, ma non marginale. La gestione di infrastrutture europee, lo sviluppo di soluzioni fintech B2B e la presenza di operatori tecnologici possono diventare leve per inserirsi nella filiera globale senza pretendere di competere direttamente sui volumi.
L’innovazione non cancella il rischio retail
La crescita tecnologica del Forex richiede però una distinzione fondamentale. Il mercato istituzionale (da migliaia di miliardi di dollari) e il trading offerto ai piccoli investitori non sono la stessa realtà.
Nel segmento retail, l’esposizione alle valute avviene spesso attraverso contratti per differenza, strumenti derivati che consentono di assumere posizioni senza acquistare direttamente l’attività sottostante. La leva permette di controllare un’esposizione superiore al capitale depositato, amplificando sia i potenziali guadagni sia le perdite.
Le analisi raccolte dalle autorità nazionali e richiamate dall’ESMA nel 2018, quando furono introdotte le prime misure europee di product intervention, mostravano che tra il 74% e l’89% dei conti retail perdevano denaro nel trading di CFD.
È un dato storico, non una fotografia aggiornata al 2026, ma spiega l’origine delle misure ancora centrali nel sistema di protezione europeo: limiti alla leva, chiusura automatica delle posizioni al raggiungimento di determinate soglie, protezione dal saldo negativo e avvertenze standardizzate sui rischi.
La tecnologia, in questo ambito, ha un effetto ambivalente. Ha ridotto i costi, migliorato l’accesso alle quotazioni e messo a disposizione dei risparmiatori strumenti prima riservati agli operatori professionali. Allo stesso tempo, può trasformare operazioni complesse in gesti apparentemente semplici, eseguiti da uno smartphone senza una piena consapevolezza delle conseguenze.
L’intelligenza artificiale aggiunge un ulteriore livello. Sistemi automatici, segnali e contenuti generati da modelli possono apparire autorevoli anche quando si basano su ipotesi deboli. La disponibilità di una previsione non equivale alla sua affidabilità e la velocità di esecuzione non elimina il rischio economico.
La maturità del mercato si misurerà quindi anche nella capacità di proteggere gli investitori, contrastare gli operatori abusivi e impedire che l’innovazione diventi sinonimo di semplificazione ingannevole.
Roma come luogo d’incontro della nuova filiera
La trasformazione sarà al centro anche di FX.world, la piattaforma che dal 2 al 5 novembre 2026 riunirà a Roma broker, liquidity provider, società fintech, aziende di trading technology, operatori istituzionali, fornitori di servizi di pagamento e professionisti della compliance.
Il programma annunciato comprende l’intelligenza artificiale, l’automazione, la liquidità, i pagamenti, l’innovazione nel settore del brokerage e la regolamentazione. Temi che restituiscono l’immagine di un’industria ben più ampia della semplice compravendita di valute.
La scelta di Roma non rende automaticamente l’Italia uno dei grandi centri mondiali del Forex. Gli hub finanziari si costruiscono nel tempo attraverso mercati dei capitali profondi, competenze, investimenti, continuità normativa e concentrazione degli operatori.
Un evento può però creare un punto di contatto tra il tessuto nazionale e una filiera internazionale in rapida evoluzione. Può avvicinare le fintech italiane agli investitori, mettere in contatto i provider tecnologici con gli intermediari e portare il dibattito sulla regolamentazione fuori dai soli tavoli istituzionali.
L’Italia presenta ancora limiti evidenti. Il sistema rimane fortemente bancocentrico; il mercato dei capitali è meno sviluppato rispetto a quello delle maggiori economie finanziarie e gli investimenti tecnologici si concentrano soprattutto presso i grandi intermediari. Le competenze avanzate restano scarse.
Possiede però alcuni elementi su cui costruire infrastrutture di pagamento, un’esperienza regolatoria, imprese fintech orientate ai servizi B2B e una posizione geografica in grado di connettere l’Europa e il Mediterraneo.





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