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Una Scala all’italiana, incontro con il sovrintendente Dominique Meyer

Dominique Meyer (Courtesy: Teatro alla Scala)

Articolo tratto dal numero di gennaio 2020 di Forbes

Si è appena aperta una nuova era alla Scala, azienda culturale con un bilancio di 123,5 milioni di euro e 884 dipendenti fra orchestrali (135), coristi (105), ballerini (80), addetti al palcoscenico (207), artigiani (150) e personale amministrativo (207). In dicembre sono cambiati i vertici: ad Alexander Pereira è subentrato il sovrintendente Dominique Meyer, manager classe 1955 che “brucia per l’opera”, ha confessato a Forbes Italia. Un uomo di passioni e sottigliezze diplomatiche, cresciuto tra Francia e Germania. Ha fatto studi d’economia, e dopo incarichi universitari e in diversi ministeri francesi è passato al management dell’opera. Come sarà la sua Scala? “Prima di prendere decisioni, voglio analizzare il funzionamento di tutta la macchina. Ho bisogno di tempo, anche se un concetto è già perfettamente chiaro. Pur continuando a coltivare il repertorio internazionale, la Scala deve fare dell’opera italiana la sua specialità. Mi piace l’idea che il Piermarini sia il riferimento mondiale dell’opera italiana. In autunno è andata in scena una bella produzione di Haendel, ma è un autore che si fa dappertutto, e allora perché non puntare sui grandi nomi del Barocco italiano? Perché non proporre Monteverdi o Cavalli? Gli archivi napoletani sono pieni di partiture bellissime. Questo è solo un esempio”. L’altra voce importante nel business plan di Meyer è il pubblico, quello potenziale da intercettare in una città dove il turismo culturale è in crescita. “Milano ha un bel turismo, colto. Dobbiamo tenerne conto”.

Per la verità, parte del futuro scaligero è già stato scritto, e ben prima dell’ingresso di Meyer. È infatti in corso il riassetto logistico del teatro, una struttura concepita nel Settecento, rivisitata nel corso dei secoli fino al mega restauro del 2002-2004. Ma sarà con un progetto già in lavorazione e l’altro sul tavolo che si chiuderà l’epopea della Scala diffusa, fatta d’uffici e magazzini sparsi fra città e hinterland. Nel novembre 2022 verrà consegnato un nuovo stabile alle spalle della Scala, in via Verdi, mentre in area Rubattino, a Milano Est, verrà realizzata la Cittadella della Scala. Si calcola che quando tutto sarà a regime, l’accorpamento determinerà efficienze nella gestione stimate in circa un milione di euro all’anno, oltre i costi per gli affitti dei magazzini.

L’anima dei due progetti è una donna, alla Scala dal 9 aprile del 1973: Maria Di Freda, direttore generale. “Su 550 metri quadri ne stiamo realizzando 5mila di superficie”, spiega alludendo allo stabile pronto fra due anni. Alto 38 metri, si ispira alla torre Velasca. Conta sei piani sotterranei e 11 fuori terra. Ospiterà uffici e sale prove: in cima, in posizione panoramica, quella per i ballerini, mentre nelle viscere prenderà forma la sala prove e incisioni dell’orchestra. Anche il retropalco verrà ampliato raggiungendo una profondità di 70 metri. “Potranno entrare anche gli elefanti”, scherza l’architetto Mario Botta, firma del progetto commissionato da Fondazione Teatro alla Scala. Di fatto, la Scala ha aumentato la sua produttività, macina spettacoli come mai è accaduto prima, si aggiunga che gli allestimenti sono spesso colossal, “quindi è necessario avere un’area di pre-assemblaggio e prericovero delle scene”, continua Di Freda. L’edificio preesistente è già stato demolito e dall’aprile del 2019 è partito il nuovo cantiere che ha 1.310 giorni a disposizione per terminare la struttura. È un intervento di 17 milioni di euro, ma si stima – secondo il direttore generale – che l’edificio avrà un valore finale di 38 milioni.

Nella Cittadella della Scala, invece, si progetteranno, costruiranno e immagazzineranno scenografie, costumi e ogni tipologia di attrezzatura necessaria alle rappresentazioni. Lì confluiranno i laboratori ora nell’ex Ansaldo, e i magazzini di Pero, Figino e Vittuone. “Abbiamo iniziato a pensare alla Cittadella nel 2013 data la necessità di avere ulteriori spazi e un nuovo modello di gestione della movimentazione delle scene e magazzini”. Perché quando cala il sipario sull’ultima recita di uno spettacolo, i costumi, le scene e gli attrezzi finiscono nei magazzini, che però sono ormai saturi oltre che lontani da raggiungere. “Così ci siamo rivolti al Politecnico affinché realizzasse uno studio per esaminare il problema e fornire ipotesi di soluzione. Lo studio ha dimostrato che non è sostenibile affittare ulteriori spazi, è meglio individuare un terreno e costruire ad hoc. Abbiamo discusso l’ipotesi con il Comune e pensato all’area Rubattino. Avremo bisogno di 27mila metri quadri per i laboratori e 36mila per il deposito”. I tempi di realizzazione? “Prima di tutto bisogna deliberare, e mi auguro che ciò avvenga entro il 2020. Sono ottimista, ho riscontrato condivisione”.

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